Saturday, April 24, 2010

Houses are like brands: they can be stretched but they can't lie.

Preface [ENG] Homes, just like industrial brands, transmit values. This values reflect particular choices made by their owners when they design them. That being said, one's most important brand is not the one he buys but the only one that truly owns: himself. The house is, above all, the most effective means to measure one's very own personality, hopes and historical feelings. Just as industrial brands have to be very aware when dealing with "brand stretching", people should be careful when they design their houses: the farther they get from their true identity, trying to give an enhanced image of theirselves, the weaker and the more ridiculous will be the final result. Good houses should be filled with concepts, not symbols, because symbols are meant to speak to others and concepts are meant to speak to the owner himsef. Hard programming very often goes along with forced image, unconcius flow of personal choices instead brings a deep understand of true personality. Houses represent the more intimate "core value" of a person, therefore they should never speak to their guests unless when communicating how big is the honor to have them as their guests.




Questo è un post che maturo da molto tempo, perchè ho l'abitudine di identificarmi molto con le mie case. Alcune le ho scelte, altre no (perchè esistevano già), ma in tutte sento un forte senso di appartenenza e naturalmente diventano estensione della mia personalità e delle persone con cui le condivido. Non è necessario essere uomini di marketing per lavorare sui brand, perchè il primo brand che abbiamo a disposizione siamo proprio noi stessi: attraverso il nostro comportamento e le nostre scelte, (anche in fatto di oggetti) consapevoli o meno, definiamo le linee guida della nostra immagine personale, che serve per venderci. Il prodotto di successo viene comprato, quello scadente no. Tralasciando le qualità comportamentali che definiscono una persona, che sono senza dubbio le più importanti ma meritano ben altra analisi, soffermiamoci sugli aspetti più "visibili" ovvero sui beni che possediamo. Gli elementi tristemente più visibili ed accessibili sono le automobili, i vestiti, gli orologi e tutto quello che dovrebbe immediatamente definire uno status. E' facile giocare con gli oggetti, ma sono fatti di fumo: una volta passati di moda di loro non resta niente. Le case, più di ogni altra cosa costituiscono il "core value" per la definizione del brand personale. Sono solide, esistono per davvero, sono fatte di muri, ma soprattutto di sentimenti, sono il vero specchio dell'anima di una persona. Non tutti sono disposti ad investirvi, perchè appunto sono meno evidenti delgli "accessori", non puoi esisbirle e costano molto di più. L'ospitalità, poi, non è una vocazione universale. Ma torniamo al titolo: Houses are like brands, they can be stretched but hey can't lie. Tutti i brand, dal più povero al più sofisticato hanno dei valori centrali, quei valori storici o costruiti, che accrescono il valore percepito di un prodotto. Poi vengono "stretchati", stiracchiati, per coprire quante più fasce di mercato, quanti più consumatori possibile. Sempre sotto la stesso ombrello, ma con sfumature allungate come tentacoli. Tanto più i tentacoli sono lunghi, tanto più sono lontani dai valori centrali, tanto meno saranno efficaci e sinceri. Brand più forti possono permettersi tentacoli più lunghi, senza correre il rischio di romperli, mentre brand più deboli devono fare molta attenzione a fare stretching, perchè è molto facile che affiorino le loro debolezze, la loro mancanza di storia. Per le case è lo stesso, con la differenza che i valori centrali sono costituiti da noi stessi ed i tentacoli rappresentano i tentativi di dare un'immagine allargata e modificata di sé. Come nei brand, le persone più forti e più profonde potranno giocare ed allungare un po di più i tentacoli, mentre gli improvvisati che cercano di dare un'immagine esponenziale di sè hanno sempre risultati scarsi, spesso addirittura ridicoli, se non miserabili. L'esempio più classico è quello di chi, venuto in possesso di buoni mezzi finanziari, cerca di "affermarsi" attraverso una dimora ricca, ma improvvisata. Solitamente quelle case sono cosparse di "simboli" più che di "concetti". Un televisore gigantesco è un simbolo, un'armonia architettonica è un concetto. Arredi preziosi sono un simbolo, la scelta di un colore è un concetto. I simboli sono forzati, i concetti sono spontanei, perchè provengono dal cuore e non dal cervello. La pianificazione estrema è sintomo di insicurezza così come un flusso irregolare di scelte inconsapevoli è sintomo di quel divenire dinamico che è proprio delle grandi (o piccole) case, di quelle in cui respiri la storia di chi l'ha progettata, arredata, vissuta. Credo che la dicotomia principale sia nel voler dire qualcosa agli altri o nel voler ricordare qualcosa a sé stessi. La casa rappresenta il "core value" di una persona, dovrebbe rispecchiare il più intimo modo di essere, non dovrebbe mai parlare agli ospiti, se non per comunicar loro quanto è onorata di riceverli.

JS

Wednesday, April 07, 2010

Ipad on his way to success.


Mio fratello adesso sta per un po a New York, allora ieri mi ha chiesto cosa intendessimo fare con questo benedetto iPad. Lo prendiamo o no? Istintivamente ho detto sì, prendiamolo, lo usiamo come giocattolino per andare su internet e fare cavolate varie in salotto, a disposizione degli ospiti, o quando non abbiamo voglia di accendere i laptop. Se qualcuno, laggiù a Cupertino, avesse seguito la nostra conversazione sicuramente sarebbe inorridito: credo che non abbiamo assolutamente colto la raison d'etre del nuovo apparecchio Apple, soprattutto perchè è ancora difficile, per i più, mandar giù il concetto stesso di i-book. Già, perchè forse iBook sarebbe stato il nome più giusto per l'iPad, se non fosse già stato usato per la nota serie di laptop. A parte amenità varie, quali internet ed applications, iPad é - e desidera ardentemente essere - un libro elettronico. Pixel in luogo di cellulosa. Ma quale futuro avrà? Saremo tutti, pian piano, travolti dalla tecnologia o resteremo indissolublimente legati a quel mucchio di fogli rilegati che si chiama libro? Un giorno sì e l'altro pure, negli editoriali del NYT si parla del futuro del giornalismo, dell'editoria e del libro rispetto ad internet ed alle apparecchiature da essa derivate.
La questione ormai ruota attorno a due perni fondamentali: la sostenibilità economica dei modelli di business editoriale basati su internet e la fruibilità (accettazione?) da parte del consumatore di tale, profondissimo cambiamento. Da poco i grandi gruppi editoriali stanno sondando il terreno per capire se i lettori online sono disposti a pagare per leggere quei contenuti che fino a ieri potevano consultare gratuitamente, ed i risultati sembrano essere poco incoraggianti soprattutto perchè le notizie ed i commenti si trovano ancora, free of charge. Urge quindi trovare soluzioni di marketing che rendano tali contenuti molto più desiderabili dall'utente medio. Dal fronte del libro invece, sebbene la prospettiva di scaricarne a centinaia sullo stesso supporto possa apparire veloce oltre che alettante, non riesco ad immaginare come si possa rinunciare al profumo, alla consistenza della carta ed al piacere di vedere la propria biblioteca personale lievitare negli anni in memoria della cultura acquisita. Credo che chiunque sia nato con un libro di carta tra le mani troverà insormontabile questo ostacolo, ma è altresì evidente che le nuove generazioni ( i Digitali, quelli venuti dopo i Millennials), nascendo con libri elettronici sotto gli occhi, a casa e a scuola, soprassederanno facilmente.
La furbizia dell'iPad (rispetto al Kindle per esempio) sta proprio nell'aver saputo attrarre gli indecisi con le "caramelline" delle applicazioni collaterali mentre in realtà sta introducendo lentamente il concetto del libro elettronico su vasta scala, creando così il varco decisivo per l'evoluzione e la proliferazione della sua (bieca?) specie. IPad sarà un successo travolgente.

JS

Friday, March 26, 2010

More on John Lobb - St.James






Giusto perchè su questo blog finiscono troppe persone che cercano John Lobb, confondendolo con quello comprato da Hermes negli anni '70, guardatevi questo assaggio.

Monday, March 22, 2010

Good but not cool: a two-case story.




L'obiettivo di un prodotto può essere duplice: vendere molto (nella maggior parte dei casi) o far vendere qualcos'altro. Il prodotto consumer/commodity si ferma al primo obiettivo, vendere il più possibile, come un detersivo, la cui performance è valutata esclusivamente sul fatturato che genera. Esiste poi un altro tipo di prodotto, che non esaurisce la sua funzione con il fatturato, piuttosto nasce per promuovere altro: sostenere un brand, trainare una collezione o semplicemente generare "buzz" intorno ad un'operazione, che essa sia commerciale o a scopo umanitario. Immaginiamo di crare un grafico su due assi, sul primo mettiamo la concentrazione di "hard performance", sul secondo mettiamo i valori di "soft performance". Dall'incrocio di queste considerazioni ogni prodotto troverà una sua collocazione all'interno del grafico. Vicino all'origine troveremo un prodotto assolutamente ingiustificato, nella parte bassa troveremo il detersivo, nella parte alta una borsa realizzata da Prada per beneficienza. Nell'angolo superiore destro, invece, l'Iphone, che rappresenta il matrimonio tra soft e hard, tra il fatturato e l'immagine. Il prodotto perfetto, insomma.
Ma siamo proprio sicuri che l'Iphone rappresenti il prodotto perfetto? Non esistono altri valori da tenere in considerazione per valutare il successo di un prodotto? Con i risultati di vendita e l'immagine si raggiunge il paradiso? Si, chiunque sarebbe soddisfatto di un prodotto del genere. qualsiasi product manager otterrebbe una promozione, ma è altresì vero che lassù, nello spicchio più piccolo del high-end, c'è qualcuno che non si accontenta. Quello spicchio è tremendamente complesso da soddisfare e, sebbene numericamente abbia un'importanza del tutto modesta, il suo peso "politico" è critico. Non sto parlando del tradizionale cluster dei cosiddetti "anticipatori" ma di quelli che, con le loro scelte, condizionano il mercato di domani. Gli appartenenti a questa categoria hanno un considerevole potere di acquisto (ma non sempre) e considerano l'aspetto "culturale" di un prodotto decisivo per la loro approvazione. Il comparto culturale è costituito da quel sistema di segni complessi che connotano un prodotto o un servizio. Non è solo design, solo funzionalità, solo qualità, altrimenti chiunque, unendo questi puntini sarebbe capace di progettare la "bestia perfetta". Piuttosto il quadro culturale è fatto di significati più che di significanti, di retro-cultura, di consapevolezza della storia e del retaggio di un progetto, del suo incastrarsi delle dinamiche sociali in cui agisce. Queste persone (che rappresentano meno dell'1% del mercato secondo stime approssimative) hanno un peso sul mercato notevolmente superiore alla loro quota parte quantitativa perchè condizionano le scelte degli altri. Loro non sono "cool" perchè il cool è anche "pop", non sono nemmeno "uber-cool" perchè anch'esso è uber-pop, troppo riconoscibile. Non sono "radical-chic", perché radicali sono troppo spesso calcolatori e prevedibili nel loro understatement. Non sono "snob" perchè è una categoria che non esiste più da quando sono cadute l'alta borghesia e la nobiltà, sostituite dalle post-oligarchie russe, arabe e pachistane, oggi più pretenziose rispetto a quindici anni fa. Loro non "vanno in vacanza" ma scompaiono nei loro nascondigli, non hanno automobili ma ne "usano" alcune, non fanno shopping ma "hanno" delle cose. Non stanno mai in coda in automobile, o meglio, da nessuna parte. Non mangiano il tiramisù. La qualità degli oggetti è sovrana, ma la qualità dei servizi lo è di più. Le persone e non i prodotti sono centrali nelle loro esistenze. Per loro il "prossimo progetto", "the next big thing" è la cosa più importante del mondo. Stanno bene con tutti purchè i tutti siano originali. Non hanno mai una casa definita ma una serie di "loveplaces". Prima ci sono, poi non ci sono più. Sono dei prestigiatori della sofisticatezza. Sono altamente commessi tra di loro, spesso anche internazionalmente. Camminano a un metro da terra ed accontentarli è una delle sfide più difficili del mercato anche perchè sono difficili da identificare e quindi da studiare. Movimento, imprevedibilità, cambiamento: queste le parole chiave. Il mondo è un parco giochi dove scorazzare per prendere spunti vitali. Loro non hanno un iphone. Io li chiamo gli "Over". Conquistarli non è vitale per il successo commerciale, ma è una sfida a cui un buon marketer oggi non può rinunciare.
Adesso vediamo con qualche esempio pratico e più comprensibile come si muovono nella concretezza del mondo retail, attraverso due tipologie di prodotto cardine per inquadrare una persona al volo. O meglio quelle tipologie che la maggior parte del mercato considera fondamentali per affermare il proprio status: l'automobile e il telefono cellulare.


Porsche Cayenne vs. Range Rover

Gli over, come detto, spesso non hanno la "loro macchina", perchè non gli interessa. Per loro non può rappresentare un biglietto da visita. Qualche volta però, per diletto, guidano. Ma non guidano mai una Porsche Cayenne. Strano, perchè la Cayenne sta sicuramente tra i prodotti meglio riusciti del decennio. analizziamola: è la prima SUV sportiva, è comoda, sicura, ma soprattutto bellissima e velocissima. Suv+Porsche, accoppiata perfetta, sembra una riuscitissima operazione di co-branding. Ha venduto milioni di pezzi, è stata un successo tale che ha contribuito massicciamente alla scalata di Porsche al Gruppo Volkswagen. Davide che mangia Golia. Ma cos'ha che non va? E' terribilmente "ignorante". E' grandissima, consuma tanto, fa molto rumore ma soprattutto è guidata dalle persone sbagliate. Basti pensare al famoso sketch radiofonico di Ranzani, il brianzolo che vive per la sua Cayenne. Secondo voi Damien Hirst, Sofia Coppola, Chloe Sevigny o Tyler Brulè potrebbero mai guidarla? La risposta, chiaramente, è no. Questo è uno dei casi più lampanti di come un grande prodotto non possa appartenere a quella sfera ristrettissima dei capolavori trasversali e veramente "cool", nonostante ne abbia tutte le caratteristiche fondamentali. La sua vera rivale è la Range Rover, non la Sport, ma quella vera, quel "cassone", anch'esso immenso ed antiecologico, che però attraverso la sua aura e la sua storia continua a portarsi dietro un bagaglio di caratteristiche "soft", di segni culturali che, nonostante i russi, la mantengono in vetta al podio. Mentre la Cayenne porta in giro calciatori e hard-leasers, dalle Range scendono cacciatori che scaricano dal baule una coppia di Holland&Holland, come sottolineato dal co-branding con la storica armeria inglese.


Iphone vs. Blackberry

Se uno pensa ai capolavori del secolo, sicuramente non può omettere Ipod e Iphone, due gioielli che hanno letteralmente rivoluzionato i concetti di intrattenimento e di comunicazione. L'Iphone è lo stato dell'arte della tecnologia e del design. Ha una forma non perfettibile ed una potenza applicativa potenzialmente infinita. Perchè allora non è (o non è più) cool? Perchè il suo rivale Balckberry , nettamente meno bello nonchè meno prestante dal punto di vista tecnologico invece lo è? Credo che riesce a capire questo abbia compreso l'essenza stessa del marketing, perchè i signori della RIM stanno gareggiando con un avversario nettamente migliore con la metà dei mezzi. E' come giocarsi un gran premio di Formula Uno con una Ferrari stradale. Oggi l'Iphone (con tutte le ovvie e debite eccezioni) è il telefono delle "donne" e degli "scemi", dove con "scemi" chiaramente non intendo fare dei distinguo intellettivi ma identificare quella tipologia di persone che a cena "sfodera" l'iphone come una sciabola e fa luccicare il suo bellissimo shiny-back orgogliosamente davanti ai commensali, credendo che quell'oggetto basti per qualificarlo: "ehi, avete visto? Io ho un Iphone! Io sono un tipo cool". Ecco questa è l'antitesi stessa del cool, perchéil cool non sta "in vetrina" ma sta ben nascosto dietro dove è difficile da vedere. Come ha risposto Blackberry dal punto di vista del marketing? Beh, siglando un accordo con Monocle, la rivista più sofisticata del mondo, attraverso cui RIM promuove i suoi telefoni intervistando veri trendsetter internazionali e creando contenuti speciali online. Andate qui http://monocle.com/monocolumn/ per il servizio, e qui http://shop.monocle.com/blackberry per il prodotto.

In conclusione, quindi, quella degli "Over" è una categoria affascinante ( su cui spero di tornare in futuro con una radiografia più precisa) che permette di stabilire un termometro mondiale del cool, quello vero, non quello di superficie. Dio ci salvi dagli hipster.

JS

Monday, December 14, 2009

Cosa ci stiamo perdendo, parte 3: il cinema


Proprio quando stavo per comporre la classifica dei cinema più belli d'Italia - sicuro di quale sarebbe stato il numero uno - ho appreso della tragica chiusura del Cinema President di Milano, che dal Luglio scorso ha cessato la programmazione.

Il commercio globale, massificato, plastificato, sta mietendo una nuova vittima: il cinema monosala nel centro città. E' vero, alcuni ormai sono vetusti, decadenti, con audio pessimo e poltrone scomode, ma è altresì vero che tra questi si nascondevano perle di rara bellezza, come il President di Largo Augusto. Il cinema più bello che abbia mai visto. La passione autentica dietro al President portava a selezionare soltanto pellicole di prim'ordine, non quei boriosi e noiosi film d'essai, ma quei "capolavori commerciali2 che sanno strizzare l'occhio al blockbuster nonostante la ferma autorialità. Lì ho seguito Woody Allen, accompagnato l'evoluzione di Sofia Coppola e goduto dell'alterità di Jim Jarmush. L'esperienza comincia all'ingresso, dove - dopo avere disceso una larga scala di valluto - la bigliettaia ti offriva una fotocopia con una mini press-release del film, con trama e critiche ricevute. Non un volantino pubblicitario, ma la loro testimonianza di ricerca e di interesse nei cofronti di ciò che ti stavano vendendo. L'estasi, poi, arrivava una volta giunti nella hall: design di chiara ispirazione mid-60's, linee piacevolmente curve, velluti, stampe optical, colori del sottobosco, attenzione al dettaglio, amore per il bello. Una hall che sembrava il salotto di casa. Bagni che avrebbero dovuto essere menzionati spesso nelle riviste di design e di decorazione di interni, da tanto erano belli, con i loro specchi tondi ed i loro mosaici blu. Niente folla, niente schiamazzi, niento code, niente pop-corn a terra, perchè anche le frequentazione del President erano di un certo livello culturale. Per lo più signori e signore ben vestite, ragazzi per bene, persone composte, silenziose, dall'aspetto gradevole. La sala era ampia, ma non grandissima, anche se con un ottimo impianto sonoro. Le poltrone di velluto, con ogni probabilità, più comode del vostro divano di casa.

Un capolavoro di design, di misura, di intimità, di educazione, di amore per il cinema, che prima di salutare i suoi ospiti ,portava all'attenzione una frase impressa sull'architrave dell'uscita: "Un grande film comincia quando si esce dalla sala".


JS

Saturday, November 28, 2009

Dubai: a tale of broken dreams

Panorama di Portofino


Panorama di Dubai

Quando perdo tempo nel cercare nuovi posti per possibili investimenti immobiliari, mio papà mi dice spesso: "Ci sarà pur un motivo se certi posti famosi si trovano proprio lì dove sono". Ovvero, Portofino, Sankt Moritz, Capri eccetera, sono così famosi, così cari, così esclusivi perchè si trovano effettivamente in località meravigliosamente belle. E' proprio questo il motivo per cui i valori immobiliari di Porto Cervo sono superiori a quelli di Golfo Aranci, così come è questa la differenza tra Sankt Moritz e Bever, Portofino e Santa Margherita, Saint Tropez e Juan-les-Pins. Se questi famosi luoghi di villeggiatura sono stati edificati e frequentati per secoli dal "bel mondo" - da chi poteva spendere di più - è perchè erano i posti più belli dal punto di vista naturalistico. Se devo insediarmi in una zona montuosa, perchè non scegliere quella con le montagne ed i laghi più belli? Se devo passare le vacanze al mare, perchè non scegliere il posto con l'acqua, le rocce ed i tramonti più belli? In fatto di vacanze, quindi, la natura viene prima di tutto. I servizi, poi, anch'essi necesari, vengono dopo. Il valore dell'investimento immobiliare, quindi, è tanto più sicuro quanto più la località è ancorata valori intrinseci reali e protetti da governi assennati. Il paradiso terrestre africano, per esempio, oltre che essere rischioso dal punto di vista sanitario, difficilmente offrirà le garanzie necessarie per un investimento a lungo termine. Queste garanzie, oltre che naturalistiche, devono essere di ordine politico-economico, ovvero lo Stato in questione dovrà dimostrarsi propenso alla stabilità anche in fatto di legislazione e condotta interna. Sicurezze che distinguono un investimento sicuro da un investimento-kamikaze. E' ovvio, uno chalet a Suvretta è molto meno economico della sua controparte rumena o lappone, ma la sicurezza di rivalutazione perenne dell'investimento è altresi molto diversa. La formula aurea, quindi, è natura più contesto politico-economico.


Acqua sarda


Acqua di Dubai Marina

Tutta questa premessa per arrivare al triste punto di oggi: il presunto crack di Dubai World, la holding che controlla tutti gli investimenti, nazionali ed esteri, dell'emirato, compreso Nakheel, la società di costruzione responsabile dei progetti Palm, The World, e numerosi altri. I mercati finanziari del mondo, da due giorni a questa parte sono stati scossi dalla notizia che Dubai World ha posticipato la restituzione degli enormi debiti cui ha dovuto far fronte per rendere possibile lo scempio culturale, naturalistico e finanziario che è sotto gli occhi del mondo. Facciamo un passo indietro. Perchè Dubai ha voluto costruire questa enorme cattedrale nel deserto? Semplice, perchè credevano di assorbire così il loro futuro senza petrolio, risorsa di cui Dubai, tra l'altro, non è nemmeno così ricca. Il piano era, e resta fino a prova contraria, quello di costruire da zero un parco giochi per milionari e star in pensione, fatto di ville, golf, yacht, porti ed alberghi dal lusso senza precedenti. Il tutto in mezzo al niente. Da una parte un mare piuttosto brutto - le spiagge sono state ricreate artificialmente perchè in origine c'erano sassi e melma - dall'altra il deserto. Quello vero, quello caldo, quello che si estende a perdita d'occhio. A confronto Las Vegas sembra Lerici. La promessa di un mondo fatato in cui tutto è possibile ha stimolato fin da subito l'immaginazione esotica di calciatori e medici chirurghi ed attratto parecchi investitori. I prezzi erano tutto sommato contenuti e c'era una soluzione per tutte le tasche. Palm Jumeirah si è venduta bene e piuttosto in fretta, cosi come le proprietà di Dubai Marina, l'esclusiva zona del porto. Per tre-quattro anni tutti volevano provare Dubai, assaggiare di cosa era fatto, qualcuno ha comprato, qualcun'altro si è goduto una settimana al Burj-al-Arab, l'albergo più lussuoso del mondo. Una torre che sbuca dal nulla, tra melma e acqua sporca. Sull'onda dell'entusiasmo iniziale molti altri, ambiziosissimi, progetti sono partiti: altre Palm, The World, il Parco Preistorico e centinaia di condomini. Il risultato, come è evidente, è stato disastroso. Complice la recessione mondiale, l'enorme offerta non è stata più supportata da solidi dati di vendita ed avere proprietà invendute significa non soltanto deprezzare le medesime, ma anche svalutare tutto il comparto immobiliare. Ecco, in parole povere, come sono finiti i soldi a Dubai.
Adesso dovrebbe essere più chiaro il motivo della lunga premessa sui luoghi del turismo storico. A Dubai c'è una bella natura? No. A Dubai c'è un clima socio-politico-economico simile all'occidente? No. Ecco perchè il livello di rischio di un'investimento del genere è altissimo. Certo, con operazioni simili, l'operatore esperto può realizzare enormi profitti comprando e vendendo al momento giusto, ma questo non può essere il modus operandi del padre di famiglia che cerca un investimento sicuro, in un posto in cui può godere della natura e dei servizi con la sua famiglia e che vuole vedere il suo investimento rivalutarsi - magari poco alla volta - costantemente di decennio in decennio. Non solo, quindi, a Dubai il paesaggio è orrido, ma si è fatto di peggio: si è cercato di andare contro natura, creando isole, monti, canali e spiagge. Un'aberrazione dietro l'altra.

Le domande che dovete porvi quando comprate un immobile in un posto, in città ma in particolar modo in luoghi di vacanza, è: sara ancora così tra dieci anni? rovineranno il paesaggio con costruzioni oscene? quali assicurazioni ho che il governo non disponga leggi o normative che possano alterare gli equilibiri immobiliari o le abitudini di chi frequent assiduamente questo posto? Ma soprattutto dovete chiedervi: assomiglia o ha le potenzialità per diventare la nuova Portofino o Sankt Moritz? Se non siete bravi a darvi queste risposte allora andate sul sicuro e optate per qualcosa che conoscevano anche i vostri nonni.

JS

Thursday, October 29, 2009

FOG - Fear of Google


E' già qualche anno che futurologi ed analisti della domenica si sperticano per elogiare l'eccezionale precisione delle anticipazioni di George Orwell a proposito dell'evoluzione voyeuristica del nostro mondo sociale. Fino a ieri tutto ciò sembrava più una forzatura di stampa che una reale minaccia, più un motivo per fare "trash talking" che una effettiva preoccupazione. Adesso le cose stanno cambiando molto rapidamente, ed il problema è che la maggior parte di noi (che ritiene già affrontata e sviscerata la problematica con la questione Orwell-Grande Fratello) non si rende conto della velocità e della potenza di questo cambiamento, e ancor peggio, sta perdendo la capacità di difendersi da questo flusso che, a grandi falcate, ci porterà a mettere la nostra esistenza in vetrina. Ma facciamo qualche passo indietro, cercando di capire come, passo a passo, abbiamo perso la nostra privacy.

Il vero problema è stato la nascita di internet. Prima di essa esistevano gli investigatori (che dovevano seguirci per vedere cosa facevamo e chi frequentavamo) e gli intercettatori (che registravano le telefonate da telefono fisso e, poi, cellulare). Per essere oggetto di interesse da parte di questi signori era necessario aver fatto qualcosa in più che aver cercato la parola "bomba" su un motore di ricerca, ve lo assicuro. Poi è venuta intenet, che comunque, prima di diventare pericolosa ha vissuto un quinquennio di adattamento, in cui era, oltre che poco potente, molto poco diffusa. Pertanto individuo il momento di rottura al momento in cui le nostre mamme e papà (baby boomers), i nostri professori e le nostre "amiche sceme" hanno cominciato a considerare la rete esattamente come il caffè: necessario, fin dal mattino. Da quel momento "loro" (la rete, quindi chiunque) possono sapere cosa cerchiamo, cosa guardiamo, cosa scriviamo. Restava comunque valido il concetto che non tutti noi siamo di interesse pubblico-istituzionale. Le email e la cronologia internet della "Signora Gina" probabilmente erano e sono tutt'oggi di scarso interesse oltre che troppo frammentarie per essere utili "as a whole" per fini statistici. Internet rimaneva comunque UNO tra i tanti mezzi di comunicazione, assieme alla televisione, la stampa, i telefoni fissi e cellulari. Ecco , questo periodo, finito ormai qualche anno fa, egna la linea di demarcazione, rappresenta il grande equivoco: la stampa e la TV generaliste cominciano il loro battage fatto di reportage e copertine in cui si demonizza il novello Pericolo-Internet, la minaccia della lesione della privacy. Il mondo metabolizza il problema, crede di potersi facilmente difendere perchè le informazioni in gioco non sono poi così importanti. Chissenefrega, in fondo, se qualcuno sa che io mi interesso di esoterismo oche prenoto online un viaggio a Parigi. Avanti tutta! E la guardia viene abbassata proprio mentre quel processo si stava veramente impadronendo delle nostre vite con una serie di nuove tecnologie ed appicazioni che, a quel punto, venivano considerate del tutto normali e legittime: sto parlando della tecnologia VOIP (Skype) ma soprattutto di Facebook, quello che io chiamo "la rivincita delle nullità". Se Skype (per fortuna non ancora troppo diffuso) rappresenta soltanto un tassello in più nel controllo delle informazioni, Facebook invece è la droga per la massa che improvvisamente diventa persente in maniera permanente sulla rete, creando un database di dimensioni inimmaginabili a disposizione di chiunque ne sia interessato, cavalcando l'onda di entusiasmo dei nuovi utenti della rete post-MSN Messenger. Facebook è utilizzato da tutti, è la prima volta che gli amici dei nostri genitori fanno una cosa con noi, esattamente come noi. Il principio base di questo social network è la leva del personal-brand-awareness, ovvero lo stuzzicare il narcisismo insito in ognuno di noi. Ci sono persone che si illudono di rinvigorire e potenziare la propria immagine sociale attraverso storie abilmente costruite, fatte di dichiarazioni di status, di fotografie, di filmati. Mi è capitato più di una volta di avvertire un certo bisogno di esserci, da parte di qualche amico, in determinate situazioni: "dai, facciamo una foto" - si dice - come se la foto rappresentasse l'esistenza stessa di quel momento. Se non è su Facebook, insomma, non esiste. Questo ha dato modo a molte persone che credevano di vivere nell'ombra di costruirsi un "brand personale" ed ai più bravi (nozioni basilari di marketing aiutano moltissimo in questo senso) di crearsi addirittura un personaggio che viene spiato, imitato, invidiato. Per fare un altro esempio, mi è capitato più di una volta di intuire che il mio interlocutore sapeva perfettamente cosa avevo fatto l'estate prima e soprattutto chi avevo frequentato. Certe domande non si fanno più nell'era di Facebook. Moltissimi poi sono i casi di discronia, ovvero di gente che vuole dare un'immagine di sè diversa dalla realtà, perche FB dà modo a tutti di essere cantastorie. Tutto ciò però ha un prezzo, quello della certezza assoluta di non potere tornare indietro, di non poter cancellare nulla. Verba volant, bytes manent.

Bene, ricapitolando, oltre ad Ecelon, il grande orecchio della CIA, siamo controllati nelle chiamate VOIP, e nella vita di tutti i giorni, nella misura in cui lasciamo le nostre tracce su internet, in siti, social network e quant'altro. Al resto pensa Google, il vero pericolo di internet 3.0, quello del "flusso ininterrotto di informazioni".

Google ha un motore di ricerca, un provider di email (Gmail), le applicazioni Earth, Maps, Docs, un browser internet (Chrome), Youtube, e sta lanciando applicazioni formidabili come Google Voice e Google Wave (un sistema di condivisione che unisce messaggisitica, documenti o qualsiassi altra cosa). Si curamente ho dimenti cato qualcosa, ma è certo che questo "pacchetto" rappresenti il definitivo "pacchetto dello spione" e quel che è peggio è che si trova i piena fase evolutiva. Il sistema operativo Android può rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso. Android è un sistema operativo per telefoni cellulari e smartphone, in concorrenza con Symbian e Windows mobile e la sua vittoria sui rivali potrebbe essere la stoccata decisiva di Google nella battaglia della conoscenza. Internet, voce e localizzazione. Nulla rimarrebbe più fuori dalla loro portata. Il solo pensiare che un impiegatino di Google, mangiando una pizza rancida, possa farsi quattro risate cliccando sul mio file, accedendo cosi a buona parte della mia vita, mi terrorizza. Fear of Google, così il New York Times ha chiamato il fenomeno, che fortunatamente è stato rilevato, di psicosi collettiva da controllo delle informazioni. Non è Microsoft, ma Google, il vero gigante della rete.

Un altro rischio terribile è quello dell'assimilazione di Google con il concetto stesso di "conoscenza". Qui in Italia ci preoccupiamo della libertà di stampa, ignorando che la maggior parte delle persone oggi trovano quello che cercano su internet, non sui giornali e sempre meno in TV. La televisione è destinata a vedere ridimensionato drasticamente il proprio ruolo non appena sparirà la generazione delle "casalinghe non informatizzate", le uniche oggi ai margin del processo di informatizzazione. La TV scalerà progressivamente al ruolo di contenuti on-demand, sarà completamente integrata con internet, vivrà sulla Rete, integrata con il suo gigantesco flusso di informazioni, di preferenze, di contenuti, di tracciabilità. Già oggi in molto confondono Google con l'Oracolo di Delfi, ponendogli domande dirette, e credendo che le sue rispostre siano profetiche; Google Books (che prima avevo tralasciato) è mirato proprio a questo, a dare un sorta di legittimità culturale alle ricerche generiche. Pensate al pericolo di considerare verità tutto quello che si trova su internet. Non casualmente infatti la Rete è il luogo in cui tutte le teorie complottisitche, più o meno strampalate, trovano ascoltatori ed ingenui sostenitori.

Prepariamoci quindi a difendere la nostra privacy e la nostra conoscenza dal mostro della rete. Vedo già un domani in cui nasceranno società di Tutoring per la personale presenza su internet e per la consulenza sulla creazione di assetti di comunicazione protetti. La Internet Presence può avere molti lati posisitvi ma, per il momento pare evidente che i rischi prospettici siano di gran lunga più grandi. Ah, dimenticavo, questo blog è ospitato da Google.


JS


Tuesday, September 29, 2009

The September Movie Break | The Terror Issue: Calvaire, Vinyan, Donkey Punch

Ormai sembrerò diventato cultore dell'horror. Ma non è così, quando intravedo il talento gli corro dietro. Di pochi mesi fa è stato il post sulla nouvelle vague orrorifica francese (quella di Aja e Gens), adesso rinfoltita da una recentissima scoperta: Fabrice Du Welz in coppia con il suo scrittore Oliver Blackburn. I film sono tre, da vedere tutti. Io li ho visti in tre giorni consecutivi, seguendo l'entusiasmo.











Calvaire (2004): non ricordo come l'ho trovato ma è stato un'autentico sconvolgimento. Più inquietante di Martyrs, Calvaire narra la vicenda di un mediocre cantante da teatrino che sosta, causa guasto al furgoncino, nell'albergo sbagliato, nel villaggio sbagliato. Sembra il solito plot alla "Texas Chainsaw Massacre", gli ingredienti sono gli stessi, ma qui niente è come sembra. I punti di vista sono rovesciati: la vittima si trova a fronteggiare carnefici la cui visione del mondo è spostata, quasi sempre invertita; le loro malformazioni mentali agiscono all'unisono, producendo un viaggio (un calvario, appunto) nell'incubo più profondo, fatto di desolazione, emarginazione, deviazione. Il film sale d'intensità progressivamente: dopo una mezz'ora, a cui talvolta bisogna "resistere" nonostante siano da subito evidenti i talenti del regista, l'ultima parte è un crescendo di colpi ad effetto tremendi. Una sequenza su tutte, la resa dei conti finale, ripresa prependicolarmente alla stanza, è un gioiello visivo, di una forza spaventevole assai rara. Lo spettatore è totalmente smarrito dall'assenza di riferimenti razionali, sensazione totalmente condivisa soltanto con il martoriato cantante. Giusto per frvi capire: il protagonista viene chiamato da tutti "Gloria" o "puttana". Un agnello è consoderato essere un cane, quando non viene utilizzato per pratiche che ho addirittura vergogna a scrivere. Per stomaci veramente forti, Calvaire mette in mostra un talento visivo fortissimo ed un'indagine dell'incubo (con risvolti cristiani) spiazzante, dando vita al film più sconfortante che abbia mai visto. La notte stessa mi sono svegliato tre volte in preda agli incubi. Per davvero.







Vinyan (2008): a quattro anni da Calvaire, Du Welz torna con il suo personale Apocalypse now, che ovviamente ha goduto del vantaggio dei soldoni americani, tuttavia senza compromettere troppo quelle caratteristiche che lo hanno portato alla ribalta con Calvaire. Una coppia di coniugi perde un figlio durante lo Tsunami e decide di tornare a Bourma per ritrovarlo. Comincia così il loro viaggio nel terrore di una meravigliosa foresta popolata da bande di bambini. Che purtroppo per loro non sono i "bambini sperduti" dell Isola che Non C'e'. Ancora una volta Du Welz mette in scena un percorso interiore che piano piano perde adesione alla realtà, diventando uno stream cui i protagonisti possono soltanto sottostare. Costante rispetto a Calvaire rimane l'impotenza nei ocnfronti del destino, sembra che reagire non serva a nulla: l'unica strada per la salvezza è la redenzione attraverso il sangue, il riconoscimento della follia come male necessario per espiare la colpa. Emanuelle Béart, bellissima, mantiene la lucidità per poco più di quindici minuti, per poi mostrarsi arrendevole e congiunta con lo spirito dei bambini e della foresta.
Meno "gore" e meno stupefacente di Calvaire, Vinyan mantiene comunque un'ammirevole originalità, non cadendo mai nelle banalità del genere ed esibendo il solito bel talento visivo e sonoro. Un gioiellino, elegante e profondo.







Donkey Punch (2008): Diretto da Oliver Blackburn (scittore di fiducia di Du Welz) è decisamente il più convenzionale dei tre, nessuna grande idea, nè di soggetto nè di tecnica, ma una confezione superlusso per ricordare ai mestieranti americani che si può fare un teen-horror in maniera un po più colta. Tre ragazze, a Maiorca, vengono invitate a bordo di uno yacht da quattro ragazzi dell'equipaggio in licenza. La festicciola, si trasformerà in un incubo quando un incidente provocherà il cedimento nervoso ed una assurda sequenza di morti. Donkey Punch è un deja-vu per molti versi, ma la fotografia, le musiche e qualche volta le recitazioni, lo portano un pochino più in alto della media. Per metà sballone-erotico-adolescenziale (soft core, ma piuttosto esplicito), per metà splatter, con pugnalate, eliche trinciatutto e razzi sparati nel petto: il mix riesce, il film è godibile e fresco, specialmente nella prima parte. Da vedere così, come viene e col "sorriso". Ah, credo si trovi solo in lingua originale.

PS Donkey Punch è una leggenda metropolitana secondo cui, sferrando un colpo secco sul collo alla partner mentre si fa sesso improprio, si otterrebbe un prodigioso effetto.

JS






Friday, September 25, 2009

Cosa ci stiamo perdendo, parte 2: il mocassino


"-Era vera quella storia di Charlie Wallser?"
"- Non potrei giurare su ogni dettaglio ma è senz'altro vero che è una storia."



[No Country for Old Men]






I dettagli di questa storia sono passati di bocca in bocca, quindi non sono pronto a giurare sulla loro completa autenticità. Ma resta una storia. Eccola.
I mocassini, quelli che intendo io, non ci sono più. O meglio, così credevo fino a qualche settimana fa. Sconsolato, per anni, ho cercato di autoconvincermi che le inglesi (Crockett&Jones su tutte) fossero il meglio sulla piazza, che fossero le più prossime a quegli archetipi che ormai sono troppo saldamente impressi nella mia memoria per potere scendere a compromessi. Invece no, in fondo non mi sono mai andati giù. L'unica scelta percorribile è stata quella di custodire quelli del Nonno come gli ultimi esemplari di una specie estinta.
Qualche settimana fa un Cugino della vecchia generazione va a Parigi in visita, ed i Cugini della nuova generazione non possono far a meno di notare che porta dei mocassini meravigliosi. "Morbidissimi, leggeri, bellissimi". La notizia mi viene immediatamente riportata. Il Cugino "old school" è di certo un uomo molto elegante, ed i "piccoli Cugini" sono certamente ragazzi di buon gusto, quindi prendo l'insight per buona. "Sono fatti a mano, su misura a Firenze. Ve ne ordino subito qualche paio" -dice il Cugino-, e si scatena subito una folle rincorsa a quei mocassini.

Con un po di intelligence ben strutturata ottengo le informazioni necessarie e, battendo tutti sul tempo, sono il primo a trovarli. appena li ho visti ho sorriso. Il proprietario del negozio (che li fa arrivare da Firenze) mi avrà certamente preso per pazzo. Non sapevo che colore e che pelle scgliere, erano tutti bellissimi. Leggeri, affusolati, suola a filo. rfetti, anche se non per tutte le stagioni. Alla fine ne ho presi due, con la certezza che da lì a poco li avrei comprati tutti. Tornato a casa (ero in un periodo "defatigante" a Casa), li faccio vedere a mio padre: "Jacopo ma stai scherzando? Questi li ho anch'io. Non te ne eri accorto?". Li aveva trovati prima di me. ecco perchè erano cosi familiari.

Adesso un po di mitologia. I mocassini sono una riproduzione esatta del modello Arfango, celebre negli annisettanta, quando di Tod's ancora non vi era notizia. Il vecchio direttore creativo della Casa fiorentina li aveva riproposti, utilizzando marchi strani e sconosciuti (su internet nessuna traccia). Parlo al passato perché pare lui sia deceduto poco più di due mesi fa, lasciandoci di nuovo senza speranza.
I modelli, dotati della stessa "linea" sono tre: classici-formali, in pelle lucidata; sportivi, dal look invecchiato (un prodigio); e scamosciati. Il fil rouge che li unisce è la morbidezza, la linea sobria ed un sapore antico, che dà l'impressione vi portare ai piedi qualcosa che è vissuto prima di noi, qualcosa che non ha bisogno di essere usato per "invecchiare bene". Insomma, la migliore scoperta dell'anno.


JS



Sunday, September 13, 2009

Milan Vogue Fashion Night 2009: ambiguity.


Giovedì mi sono fatto un giro in bicicletta con fratello e cugini. Inizialmente per andare alla "festa" di Italia Independent, poi ho approfittato per dare un'occhiata in giro. Era la notte bianca della moda. Primo esperimento di un'iniziativa che, se da un lato è lodevole quantomeno per il tentativo di muovere qualcosa, dall'altro mi ha fatto quasi tenerezza. La sensazione era quella di aprire le porte a tutti, non per renderli partecipi del movimento quanto per cercare disperatamente di "fare cassa". La settimana della moda, quella vera, verrà tra poco e sarà chiusa come al solito. E' come se la moda chiedesse al suo pubblico di venirle in soccorso, comprando nel momento del bisogno, per poi sbattergli la porta in faccia alle sfilate ed alle feste che contano per davvero.

Il paragone con la Design Week sorge spontaneo, e non può che risolversi con un'ovvia constatazione: il design è vero e non si prende troppo sul serio; la moda per contro non riesce ad aprirsi completamente per quella sorta di elitismo estetico che la contraddistingue. L'altra sera sembrava di avvertire una specie di innervosimento da parte degli addetti ai lavori che, vedendo un tale confluire di "commoners" nel Quadrilatero, soffrivano per la profanazione dei loro templi.

E' un vero peccato, perchè la moda, come il design, è tra i valori più esclusivi che l'Italia detiene. Sono il frutto di due culture fatte di esperienza, artigianato, profonda conoscenza, tessuto industriale, clientele colte. Questi valori dovrebbero essere condivisi sulla base della passione, dell'interesse, non filtrate dal glamour e dalle copertine delle riviste. Il design riesce a sostenere la dicotomia tra gli "addetti ai lavori" ed il pubblico meno glamour, perchè gli estremi del suo sistema interno (aziende, designer, negozi, clienti) condividono gran parte degli obiettivi. Stanno dalla stessa parte della barricata, sono automaticamente esclusivi, comunicano tra loro in maniera efficiente perchè utilizzano lo stesso linguaggio e questo rende meno stridenti le loro occasioni d'incontro. La moda no, ed il motivo è chiaro: l'impresa moda, nella sua accezione multinazionale non può più prescindere dall'abbracciare tutte le fasce di consumatori, anche quelli che non reputa "all'altezza" di partecipare ai suoi baccanali.


JS