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Monday, May 18, 2009

Affluence.org: senza parole


Questa volta non so proprio cosa dire.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad iscrivermi ad un social network che si chiama Affluence.org. Dopo aver letto la mail di presentazione mi ero quasi convinto che fosse spam, o uno scherzo, perchè più o meno recitava così (in inglese): sei stato invitato a partecipare al nostro esclusivo network di milionari, che ti darà accesso a privilegi di vario genere, da un servizio di concierge ad inviti per qualsiasi evento sul pianeta, oltre che permetterti di essere in contatto diretto con altri membri "affluenti" come te.

Ma la parte più bella è questa: per iscriversi è necessario avere un household income di almeno 300.00 euro o un net worth complessivo almeno 3 milioni. Saranno fatte verifiche a proposito del tuo status.

Allora ho googlato la community ed ho visto che non era uno scherzo, la cosa esiste per davvero, e sono sconvolto. Almeno, però, qui lo dicono chiaro: gli interessa soltanto che tu sia milionario.

Miracoli (e aberrazioni) della rete.

Vi farò sapere.


JS



Wednesday, May 06, 2009

Montecarlo: vacationland







Era da un po' di tempo che non tornavo a Montecarlo; lo scorso weekend ci siamo stati in barca, ospiti di un caro amico. Due notti in rada, la prima a Saint Jean-Cap Ferrat, la seconda a Villefranche. Terza e quarta notte a Port Hercule, il porto di Montecarlo. Sebbene il nostro armatore sia un esterofilo convinto, non ho potuto esimermi dal paragonare quel bellissimo lembo di costa con la sua prosecuzione italiana, quella ligure. Quello che emerge è che i paesini, in sé, sono nettamente meno belli: dal punto di vista del patrimonio artistico-architettonico non ci sono paragoni, Portovenere, Portofino, le Cinque Terre, Lerici e così via, hanno un respiro diverso, uno charme superiore. Il punto, però, è che sono meno curati, secondo l'antica (e purtroppo reale) diceria secondo cui i francesi sano vendersi meglio, anche laddove il materiale a disposizione è proprio modesto.



Monaco, e Montecarlo, però sono un'altra storia: la più grande percezione che ho avuto è che lì tutti siano in vacanza da una vita, che nessuno lavori. Rispetto ad altri posti di vacanza internazionali, come Porto Cervo o St.Moritz, dove risulta chiaro che i villeggianti siano in vacanza "a tempo", tra un CDA ed un'altro, a Montecarlo, guardando la gente negli occhi, si avverte che il giorno dopo non andranno in ufficio. MC è un'isola per godersi eredità e pensioni dorate.



Alcune rilevazioni spicciole:






-Gli alberghi cambiano nome ma non appeal: Le Meridien e Fairmont, in perfetto stile americano, sembrano terminal aeroportuali.



-Supercar a profusione, ma su tutte svettano Rolls-Royce, Bentley e Ferrari.



-Sfatiamo la leggenda secondo la quale la polizia sarebbe molto ferrea nel perseguire gli emuli di Schumacher: la Maserati con cui ci spostavamo (guidata da "professionisti" ndr) ha percorso vivacemente il tracciato di F1, più di una volta, e per di più già allestito per ospitare il prossimo Grand Prix.



-L'Atlantis, storico yacht della famiglia Niarchos, ed il Pacha III, dei Grimaldi, sono due meraviglie, anche se opposte per il messaggio che portano. Il primo è un'autentica manifestazione di potenza (105mt, fu la risposta al Christina di Onassis), il secondo un gioiellino intriso di tradizione, leggerezza, eleganza.



-Al Sass, piano bar che tira molto tardi, il bar è rivestito da bottiglie di vodka con un cartellino sopra: è il nome del cliente e la data di acquisto, così che la sipossa dilazionare a piacimento.



-Per quanto riguarda le "Vodka Wars", la battaglia monegasca è stata vinta (e largamente) da Grey Goose. I francesi, qui, hanno sicuramente dettto legge.



-Il Jimmy'z è un gran bel locale, ben frequentato e divertente. Peccato per il servizio penoso, soprattutto se rapportato a quanto è caro.






Weekend divertente, comunque, e decisamente sopra le righe, ma qui il racconto non può proseguire.






JS






Monday, March 30, 2009

La leadership: integrità ed autenticità


Proseguendo sul tema editoriale del successo, è utile definire anche un altro elemento ad esso spesso legato: la leadership, ovvero la capacità di condurre.

Occorre innanzi tutto precisare che non saranno presi in considerazione tutti quei casi in cui la leadership è di origine "costrittiva" o "necessaria", perché c'è parecchia diferenza, appunto tra chi si trova "in charge", al comando, e chi invece è leader, ovvero chi effettivamente "conduce" qualcosa per merito personale. In estrema sintesi, c'è il comando contrapposto alla conduzione, così come è fortemente contrapposto il ruolo del capo a quello del condottiero. In molti casi poi i ruoli coincidono, e allora la situazione sarà decisamente forte: non è sufficiente essere generali per avere il rispetto dell'esercito e non basta essere padri per godere della stima dei figli, ma talvolta la combinazione è possibile.

Ancora una volta, i valori della leadership, non sono legati alla sfera individuale (come sospetto molti di voi credano) ma rappresentano un valore sociale e collettivo, perché il potere trae forza dal consenso, non dall'autoritarismo, sebbene quest'ultimo talvolta sia imprescindibilmente uno strumento necessario.
Cerchiamo di capire meglio quali sono le qualità che alimentano la leadership: i grandi leader hanno qualcosa che, quando la vedi, sai riconoscere, ma è difficile descriverlo con precisione. Di certo la leadership non ha a che fare con il carisma (anche se ne è influenzato) o con lo stile. E' qualcosa che ha a che fare con l'autenticità e soprattutto con l'integrità. E' qualcosa che ha a che fare con l'assumersi rischi personali per il bene collettivo, qualcosa che permetta agli altri di sentirsi parte di qualcosa di più grande, che esso sia una compagnia, un movimento o una famiglia. La leadership è l'abilità di sviluppare un'architettura sociale che permetta agli altri di essere compresa e seguita, un modello nel quale gli altri possano credere.


JS

Thursday, March 19, 2009

Il Successo come fatto sociale.


Ieri sera, a cena, ci chiedevamo come si misurasse il successo di una persona. Ci chiedevamo se dovesse, in qualche modo, essere rapportato alle qualità dell'individuo, se fosse direttamente proporzionale al guadagno o alla fama o se invece il metro più preciso fosse quello che riconduce alla felicità stessa dell'individuo, alla realizzazione dei propri sogni d'infanzia. Probabilmente la risposta sta nel mix di tutti questi elementi, ma io ho maturato una personale convinzione: il successo si determina in base al benessere che ciascuno riesce a creare per sé stesso e per chi chi gli sta attorno attorno. Un grande imprenditore dà lavoro e paga a centinaia di persone, crea ricchezza, trascina l'economia del suo paese; un bravo artista diffonde il bello, fa riflettere, muove sentimenti; un medico salva le vite delle persone; un politico lungimirante garantisce stabilità e prosperità ai suoi concittadini. Una persona che si è realizzata, poi, tenderà ad essere più gioiosa e rassicurante, sarà un riferimento ed un appiglio per i suoi amici in difficoltà, tramanderà solide eredità ai suoi discendenti: eredità economiche ed eredità culturali. Il successo si determina in vita ma se è travolgente lascia traccia di sé nelle generazioni a venire. Il successo non è un fatto personale, è un fatto sociale: se non è condiviso, come un buon film, ha poco da dire. Con la sua aura deve riflettere luce, deve portare benessere, sorriso, speranza ed essere così solido da rappresentare un riferimento per chi vorrà ereditarlo. Per questo la leadership, il carisma ma soprattutto la pietas sono qualità fondamentali, applicati a qualsiasi scala di grandezza. Per questo la memoria di taluni si esaurisce quando laciano questo mondo e quella di altri, invece, riecheggia nell'eternità.

JS

Thursday, March 12, 2009

Fallen Angels



Quest'anno ho passato molto tempo in montanga, quasi ad alleviare il mio turbolento stato d'animo riguardo la crisi economica. Dalla finestra di casa si gode di una meravigliosa vista sulle montagne dell'Engadina, sull'Hotel Kulm e sulle due maestose case di rimpetto. Nei momenti di lettura aprés-ski, poi, ci lascia cullare dai robusti rombi delle turbine dei jet privati che atterrano nel vicino aeroporto di Samedan, che serve i visitatori di St.Moritz. Dico cullare, e sembrerà strano, ma la visione di quelle linee affilate, il cui splendore argenteo si infila tra le montagne, non è per niente fastidioso: è prorpio un'immagine celestiale, di potenza, di tecnica e di libertà. Niente a che vedere con il fastidioso viavai di elicotteri che strombazzano in Costa Smeralda.


Nel mese di Febbraio (che è stato particolarmente busy per il traffico aereo) però due angeli sono caduti, traditi dalla troppa neve e dal troppo ghiaccio. Due le vittime.


Spero proprio che non sia un segnale nefasto, come di certo gli aruspici lo avrebbero interpretato.




JS

Tuesday, January 13, 2009

Your iPod, my Polaroid: la fina della carta?


Elsa Dorfman su IHT è in preda a profonda depressione. Piena di odio per Tom Petters, l'ultimo proprietario di Polaroid, che ha smembrato la compagnia edeliminato per sempre il piacere di stringere tra le dita una fotografia istantanea fatta di carta, non di pixel.

In un altro articolo che ho letto recentemente, non ricordo scritto da chi, si diceva che le camerette dei giovani di oggi sono tristemente vuote: non ci sono più libri, non ci sono più giornali, non c'è più carta. L'era di internet ha favorito immensamente la circolazione e l'intersambio d'informazione e forse ha anche avuto un posisitvo impatto ecologico (forse), ma ha sottratto il piacere della fisicità. Quando leggo qualcosa di interessante online provo sempre la stessa spiacevole sensazione quando ho finito, ovvero l'impossibilità di illudersi di "possedere" quell'informazione, quel pezzetto di cultura, quello scorcio di mondo; sensazione che è invece piùche appagata quando strngi tra le mani, osservi, poi riponi un libro, o quando ripieghi un giornale. In una giornata di lavoro o di intenso girovagare sulla rete mi passano davanti migliaia di informazioni, centinaia di spunti che devo cucire al più presto nella memoria se non voglio che scompaiano senza lasciare traccia. L'escamotage dei "bookmarks", almeno con me, non funziona. Non cerco mai il piacere di riprenderli, di rileggerli, di riaprirli; perchè non li sento "miei".

La mia generazione, quella che segue la x, che non ha ancora un nome ufficiale (il più accreditato per adesso è "internet generation"), è cresciuta fino ad una certa età con l'utilizzo massivo dell'output: disegni su fogli di carta, casette sugli alberi, Lego, giocattoli "fisici", CD, libri, fumetti. La maggior parte delle attività dava prova tangente di sé, lasciava una traccia fisica del suo compimento, eravamo abituati a maneggiare, costruire, creare, collezionare, mostrare e conservare. I videogiochi sono stata la prima esperienza eterea ed anche per questo terribilmente affascinante a suo tempo. Il PC era ancora offline, ed a noi non piaceva molto. Ricordo con piacere quei libri scolastici di cui amai i contenuti, perchè arrivavano apicermi anche fisicamente. Le copertine, l'odore delle pagine. La certezza che sarebbero rimasti lì, come l'Hauser, Storia Sociale dell'Arte, con i suoi molti tomi bianchi e neri, scritti così piccoli, austeri ed impenetrabili, difficilissimi, ma al contempo terribilmente affascinanti da vedere, sfogliare, toccare. Da qualche anno invece siamo entrati nell'era dell'input: "carichiamo" di contenuti ogni genere di apparecchio, dall'iPod all'HD del laptop, sembra che ogni cosa debba essere riempita per funzionare. Sembra che il contenitore non abbia più alcun significato.
Oggi la mia camera è piena di carta, non butto via niente, tra poco ne sarò sommerso. anche il salotto senza carta mi sembrerebbe triste. La carta è segno di vita. Il computer, quando lo chiudi, muore, e si porta con se parte del piacere della conoscenza.


JS

Sunday, January 04, 2009

Back from Wonderland: a brief report


I libri che ho portato con me in questa vacanza svizzera sono stati: Superclass, di David Rothkopf e Cattiva Finanza, di George Soros. Il primo l'ho quasi finito, il secondo l'ho soltanto iniziato. Perché avere due libri tra le mani è più rassicurante che averne uno. Di Superclass probabilmente parlerò più avanti, perché sta fornendo più di uno spunto di discussione. Un articolo di ieri su IHT diceva che gli "Alp Resort" sono in crisi nera, come i cugini delle Montagne Rocciose; pare che il Palace fosse pieno per un quarto della sua disponibilità, forse è vero, ma io non ho visto tanto calo di affluenza, l'impressione è che, a St.Moritz, chi doveva esserci ci fosse. Adesso, come al solito, qualche rilevamento random, come si conviene ad un buon 007:


1. Meno arabi, meno russi, più francesi.


2. Tutti parlavano del credit crunch, in pochi parlavano delle misure da prendere per uscirne.


3. La carne di zebra è buona, quella di coccodrillo è disgustosa.


4. I dirigenti di UBS, per giunta di una certa età, dicono banalità terribili e così si capisce pechè versino in così deprimenti circostanze.


5. Dopo tante elucubrazioni ho trovato la definizione definitiva per l'architettura del Kulm: sebbene l'impatto complessivo possa sembrare di un austero stampo soviet-socialista, il dettaglio e l'impianto decorativo sono di chiara derivazione neoclassica. Così si arriva a riconoscere l'influenza niarchosiana. O quantomeno si capisce perchè gli sia piaciuto così tanto.


6. La coltivazione 2008/2009 di belle donne ha dato i suoi frutti. Mai vsta una tale concentrazione. Nettamente superiore all'annata 2007/08.


7. Alla fine, gira che ti rigira, si vedono sempre le stesse facce. Di certo non l'ho scoperto io, ma è stupefacente vedere come i signori Rothkopf (Superclass) e Wachtmeister (aSmallWorld) abbiano ragione a proposito della "vicinanza nella stratosfera".


8. Secondo un recente studio di TIME gli uomini più potenti di ST.Moritz sono: il Sig.Brioscini (Backerei Bad, smista tutto il pane della città), le Signore Bornatico (la uniche capaci di contraddire il commodities index, stabilendo il prezzo delle arance su 10 -sfr al chilo), il poliziotto/infermiere (di giorno dirige il traffico, di notte receptionist dell'ospedale si Samedan), Angelo (dopo un passato allo YCCS, continua a seminare terrore come responsabile supremo delle ristorazioni del Palace: Bar Mario, Chesa Veglia, King's Club).


9. Un giovane investment banker di Credit Suisse, con il 2009 resterà a casa, ma, non so perchè, non pareva troppo preoccupato.


10. Quando alla mattina apri la finestra e vedi le montagne innevate, gli alberi bianchi ed il sole che sale al di sopra di essi, beh, è come stare attaccati al caricabatterie.


11. Come al solito, qualche bicchiere di vino è il miglior modo per fare affari. Due giovani brand manger, o product manager, o project manager, a notte del 31 fantasticavano su un'idea di prodotto mica male. Dal momento che potrebbe esserci conflitto d'interessi, però, mi fermo qui.


12. Mathis Food Affairs (quello di La Marmitte a Corviglia) ha aperto un ristorante in paese, all'interno del Post Haus. Non l'ho provato ma pare sia fantastico. Mancherà la vista, però.


13. La Ruski Standard ha definitivamente scalzato tutte le altre. Ha vinto a mani basse la Vodka War di St.Moritz. Nessuno si azzarda ad ordinare altro.


14. Potrei scrivere parecchio gossip, ma poi dovrei venderlo.


15. Tutto di questo posto, dal brie col tartufo al "derapage", mi ricorda di una persona, ecco perchè ogni anno brindiamo a lui, ecco perchè ogni anno facciamo di questo paesino l'unica, vera, riunione di famiglia che ci è rimasta.


E' tutto.


JS

Tuesday, December 23, 2008

Capitani coraggiosi: a personal forecast for year 2009


Molto probabilmente questo sarà l'ultimo post del 2008, e lo sto scrivendo mentre sorseggio un Thè nero da Hauser, a St.Moritz, con splendide canzoni natalizie come sottofondo, le vetrine scintillanti di lumini, le cameriere bionde ed in giro un'aria di festa; sebbene questo 2008 non sia finito nel migliore dei modi, ed il 2009 di certo non si stia presentando bene, sembra che di problemi qui non ce ne siano, ma sicuramente non è un buon riferimento. Non so perché, ma oggi mi sento ottimista per quelo che verrà, anche se sicuramente le difficoltà da affrontare non saranno cosa da poco. Per indole, le situazioni problematiche mi eccitano, qualche volte mi fanno perdere la testa, ma comunque mi creano una tensione positiva, che nella maggior parte dei casi ha buono sfogo. Quindi quello che dico a voi lettori in prossimità di questo Natale ed inizio anno è di cercare di rifocillarvi, di leggere, di dormire, di parlare, in queste vacanze, e raccogliere le energie per affrontare questa nuova ed eccitante sfida che si pone davanti a tutti, imprenditori, impiegati, artisti, studenti. Ognuno avrà il dovere di fare del proprio meglio per utilizzare questa crisi a proprio favore, per trasformare elementi di minaccia in spunti di sopravvivenza. Chi si preparerà bene, chi saprà vedere un pò più in là del suo naso, chi saprà trovare in anticipo le nuove opportunità che questa crisi certamente creerà, molto probbilmente vincerà. Chi piangerà, chi sarà sfiduciato, perderà.
Prendiamo per buona questa frase pronunciata in mia presenza da un grande imprenditore (forse addirittura pensatore) italiano: "Chi saprà navigare con astuzia, perseveranza, anticipo, in queste acque tempestose, sicuramente sarà premiato quando le acque si calmeranno".
Le persone cambieranno, i mercati cambieranno, qualcuno scomparirà, qualcuno resterà al suo posto, qualcuno si imporrà prepotentemente. A voi la scelta.

JS

Saturday, December 13, 2008

Il latino, il greco.


Sono costernato di fronte ad una risposta di Corrado Augias data su La Repubblica di oggi ad un lettore che si diceva mortificato dall'eliminazione dello studio della lingua latina nelle scuole italiane. Lo storico italiano, in buona sostanza sostiene che il latino sia una lingua morta e oltretutto mal insegnata nelle scuole e diffida la chi ne considera lo studio un esercizio mentale, perchè -dice lui- esistono modi migliori per allenare il cervello. Allora io vorrei portarlo nel mio liceo, a Carrara, per capire se è ancora convinto che lì il latino ed il greco siano insegnati in maniera superficiale o, come asserisce, nella maggior parte dei casi ci si riduca a pietose traduzioni da vocabolario.

Da ragazzino non sono mai stato uno studente modello, ero bravino, si, ma se avessi studiato tanto quanto i miei compagni più bravi, probabilmente avrei avuto risultati esaltanti. La prima dimostrazione l'ho avuta all'esame di maturità, la seconda all'unversità, la terza adesso, al lavoro. Dimostrazione di cosa? E' semplice, il liceo classico (in particolar modo lo studio del latino e del greco) racchiudono due livelli di apprendimento: il primo è quello dell'assorbimento delle culture che rappresentano la radice della nostra civiltà, fatto di grammatiche, di regole, di studio, di impegno, il secondo -di gran lunga il più importante- è quello dello sviluppo di abilità mentali in fatto di analisi, sintesi, reazione, interdisciplinarietà che non ha eguali nell'educazione italiana. Quando i miei amici più grandi (non classicisti) mi dicevano "vedrai com'è difficile l'universtà" ero spaventato perchè stavo ancora vivendo il test più impegnativo, il liceo classico, fatto di verifiche giornaliere, cinque o sei materie di pari importanza spinte ai limiti della sopportazione, cambiamento di argomenti nell'arco di pochi minuti. Non avrei mai più incontrato sfide così impegnative e di certo adesso non sto "giocando a palline". Per "sopravvivere" era necessario lo studio, ma soprattutto - per quelli come me- lo sviluppo dell'arte di arrangarsi. Se, da ragazzo, non ero convinto della scelta (obbligata), adesso ingrazio i miei genitori di avermi mandato là, li ringrazio per avermi dato la possibilità di essere quasi sempre più preparato, più veloce e più efficiente della maggior parte dei compagni, dei colleghi, e delle situazioni in cui mi sarei trovato da li in avanti. L'educazione economico-industriale cui oggi si mira, seguendo i modelli anglo-sassoni, e la formazione dei dirigenti del futuro, non pssono prescindere da questo tipo di palestra mentale. Insomma, se non hai fatto il classico, si vede, eccome. Il latino ed il greco adesso non sono più lingue, sono una forma mentis che, vi assicuro, non abbandona mai chi si è sfiancato per assorbirle, ecco perche la loro cancellazione dai programmi scolastici o ancor peggio il loro declassamento, sarebbero un tragico errore.


JS

Tuesday, December 09, 2008

La nouvelle décadence, St.Moritz


Weekend inaugurale della stagione invernale a St.Moritz. Per Sant'Ambrogio riprende il circo delle nevi, che apre adesso e chiude in Aprile inoltrato. Qualche nota: il divieto di fumo, in vigore nei grigioni da ormai sei mesi, non ha scoraggiato il buon vecchio Mario, nel cui bar all'interno del Palace si fuma a più non posso, senza aspiratori, lasciando al suddetto punto di ritrovo la palma di locale più fumoso d'Europa. Soluzione diversa al King's, dove Nobu si è tramutato in smoking area. E' proprio ver che la crisi non guarda in faccia nessuno. A dire il vero, invece, c'è qualcuno che evidentemente la crisi non l'ha proprio sentita: il principe arabo (l'ottava fortuna del mondo, si dice) che presidiava il Palace in questi giorni. Entourage di 100 persone, cene allestite alle 3 di notte, Gipsy King ingaggiati per suonare sul lago ghiacciato a -20 gradi, zone intere della main lobby lor dedicate, con schermi che trasmettono non-stop CNN e TV Arabe, giornali internazionali ed arabi. Ma il massimo è questo, mio cugino: "Non è possibile, non c'è più religione, i camerieri mi hanno detto di parlare piano per non disturbare i nani che intrattengono il principe". Si, verso le due di notte è sceso l'entourage nella hall, compost da portavoce, assistenti, tre tavoli di donne (mica male) e...un tavolodi nani (della stessa etnia del principe) che giocavano a carte. Sembrav di essere tornati nel medioevo, ma forse sta proprio lì il punto, questi arabi, forse, dal medioevo non sono mai usciti definitivamente. Adesso ditemi se questa non è decadenza, proprio nel cuore di quel paesino che da oltre un secolo è la roccaforte dell'aristocrazia industriale della vecchia Europa.


JS

Thursday, November 20, 2008

Inside every story, there is a beautiful journey





Ieri ho ritirato alcune camicie dalla sarta. Erano già belle prima, ma ho voluto farle correggere, stringere un pochino in alcuni punti. In quella serie avevo osato un po, chiedendo di avere un modello più largo, meno sciancrato sui fianchi, meno stretto sulle braccia, per eliminare dalla composizione qualsiasi influenza dettata dalla moda. Il risultato fu bellissimo dal punto di vista formale, totalmente originale, studiato nei minimi dettagli, i colli erano stati ridisegnati da zero, di una rigidità perfetta, dalla superficie piacevolmente imprevedibile. Sembravano vissute già appena nate, avevano una fortissima carica storica. Purtroppo però, una volta indossate, l'effetto estetico non fu come quello che avevo sperato, la ricerca aveva prodotto un risultato cristallizzato, bello da vedere ma non da portare. Insomma, quelle camicie necessitavano di una forza interiore, di una sicurezza che forse non avevo ancora, ecco perchè adesso sono state leggermente modificate.
Sembrerà una disquisizione folle, ma credo che proprio qui stia il centro emotivo del bespoke: la relazione indissolubile tra il sarto, l'opera ed il committente, quell'energia che manca completamente quando ci si affida agli "stilisti", che, come spesso ricordato, si occupano di svolgere quel lavoro per noi. Su queste pagine si è discusso spesso di camicie su misura, e con i miei amici che mi chiedono consiglio ne parlo a mia volta; ognuno ha i suoi dubbi, le sue domande, le sue aspettative, ognuno cerca la verità assoluta, la perfezione, ma queste cose non esistono, almeno non in termini assoluti. La camicia, così come qualsiasi altra cosa, è fatta da chi la porta, e tanto più è in sintonia con chi l'ha progettata tanto più essa sarà stata un buon lavoro. Ogni taglio ha la sua storia, ogni camicia racconta il suo tempo, che deve essere quello del committente. Chiaramente qui si ragiona a partire da livelli d eccellenza, stiamo spaccando il capello in quattro, e non è detto che questo procedimento si addica a tutti, a quelli che vivono questo argomento con più leggerezza. Nella foto che vedete qui sopra, tratta da una famosa campagna di Louis Vuitton, la camicia di Francis Ford Coppola (probabilmente di lino) è un magnifico esempio di quanto appena detto. Quelle maniche cosi larghe, quella ostentata morbidezza generale, non è roba da tutti, "noi" saremmo stati a disquisire per ore con la sarta per asciugarne la linea, ma lì è perfetta perchè lui ha lo spessore storico e morale, la sicurezza per portarla. Quindi, sebbene quella camicia possa essere tacciata di esuberanza e mancata cura, in realtà è semplicemente conforme a chi la sta portando. E' così e non potrebbe essere altrimenti. Quando la ricerca si fermerà, allora saremo certi che quanto abbiamo fatto sarà certamente il miglior risultato possibile, ma per fortuna di strada da fare ce n'è ancora molta.

JS

Friday, November 14, 2008

What else?


Forse è proprio lui, Brando, quello che mi manca di più. Girovagando mi sono imbattuto in questa foto. Adesso ditemi chi non lo invidia.

Tuesday, November 04, 2008

Go.


A poche ore dal verdetto devo esprimermi. Tutti gli approfondimenti a domani.

Per adesso posso dire che, in fondo, mi piacerebbe che vincesse lui.

Thursday, October 30, 2008

A crisis spotlight


Alcuni spunti da questi tempi bui, dopo una piacevole tavola rotonda di ieri mattina:


1. Non tutte le aziende sono in crisi: Yoox.com, che è cresciuta del 40% negli ultimi anni e prevede di contitnuare a farlo nei prossimi anni, riducendo soltanto marginalmente il tasso di crescita. Perchè? Per due semplici motivi: se cavalchi un trend crescente come le vendite online la tua corsa sarà ridotta, ma non arrestata; secondo, le crisi non rappresentano soltanto una minaccia, ma anche grandiose opportunità per chi riesce a navigare con sicurezza ed intuito nelle sue acque tempestose. L'atteggiamento psicologico dei mercati consumer è inequivocabilmente dimesso, la gente prova quasi imbarazzo nell'uscire e comprare, perchè è dentro che si sente in crisi, non fuori. In poche parole oggi i soldi ci sono ancora, ma in via precauzionale la gente si sente in dovere di ridurre, o rendere meno palesi i propri consumi. Ecco perchè l'acquisto online assume una posizione privilegiata, consentendo al cliente di curiosare e di acquistare in privato, al riparo da occhi indiscreti. E' come se dicesse: "mah si! chi se ne importa..io questo me lo compro. Alla faccia loro". Lo scontrino medio è di 200 Euro, quindi non un gran che. Ecco perchè per il momento li meccanismo, per adesso, tiene.


Insomma, cerchiamo di non avere paura, ma di trovare le opportunità giuste. Chi in questi anni non ha preso parte al tragico divertissement della finanza creativa adesso dovrebbe aver a disposizione le risorse necessarie non solo per affrontare la crisi di petto, ma anche per investire nel cambiamento. Quello che avverrrà, una volta usciti dalla bufera, sarà un profondo cambiamento delle dinamiche stesse che regolano i mercati e gli scambi, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista comportamentale. Saranno soprattutto le persone a cambiare, nell'approccio con loro stessi, con la collettività e con il pianeta stesso. Chi riuscira ad anticipare questi sentimenti ed a canalizzarli vincerà. Il tempo a disposizione sarà, si spera, circa 24 mesi.


JS

Monday, October 06, 2008

Ghost News. T\T Life is a Show


Dopo ùn breve periodo di incùbazione sono lieto di presentarvi Ghost News, il piccolo Mediahùb cùi da tempo aspiravo. E' ùn Tùmblr, ùna versione compressa di blog, che rende molto più immediata la compilazione e l'aggiornamento.
L'idea di base è qùella di raccogliere in maniera sintetica tùtte le fonti principali dalle qùali attingo personalmente, tanto per rendere più evidente il percorso creativo di Life is a Show. Niente di pesonale nella forma, qùindi, ma molto di personale nelle intenzioni.
Anche se la vocazione principale di Ghost News saranno le cosiddette hard-news, non mancheranno sùggestioni e citazioni da altre sfere d'interesse, comùnqùe all'interno di qùel cerchio semantico che Life is a Show ha disegnato in qùesto ùltimo anno e mezzo. Le notizie saranno riportate principalmente in inglese per ovvi motivi.

Da oggi Life is a Show ha il sùo tender:

ghostnews.tumblr.com

Bùona lettùra.

JS

Tuesday, September 30, 2008

Creativity vs. Credit Crunch. Ovvero il rùolo della creatività nella crisi globale del credito.


Leggo spesso Tyler Brùlé, sia sù Monocle (di cùi è l'anima), sia nella sùa rùbrica Fast Lane, sùl Financial Times, e devo dire che, se prima lo leggevo con disinvolto piacere ed ammirata cùriosità, adesso comincio a chiedermi se ci fa o ci è (folle). Per chi di voi non lo conosca, TB è ùno dei più aùtorevoli giornalisti del mondo per qùanto rigùarda design, moda, ma soprattùtto lifestyle: è lùi il creatore della bibbia Wallpaper* e del Nùovo Testamento Monocle. Grande osservatore, soprattùtto del dettaglio, che si tratti di ùna valigia come di ùn servizio aeroportùale, è ùno dei più esigenti frùitori di esperienze in circolazione. Classifica tùtto, dalle tipografie alle caffetterie, al look delle nazioni. In sintesi si occùpa di qùella che io definisco l'estetica dell'esistenza, ovvero qùella disciplina che stùdia l'esistente sùlla base delle qùalità immediatamente visibili e frùibili. La sùa parola, in certi ambienti, è legge. Persino i giapponesi di TOTO lo hanno ingaggiato per fare PR, o forse dovrei dire brand sùpervision: ùna grande azienda di sanitari giapponese si avvale dei servigi di ùn "giornalista" per il lancio worldwide dei nùovi ambienti bagno ( a proposito, se non conoscete TOTO ed i sùoi washlet è assolùtamente necessaria ùna visita a www.toto.com). Vi basti per capire che non è l'ùltimo arrivato.

Ma veniamo al pùnto: credo di essere stùfo di leggerlo, stùfo nel senso che non riesco più a trovare lo stimolo per godere di qùelle considerazioni così poco "core". Il che è piùttosto preoccùpante, visto e considerato che il mio lavoro rùota proprio attorno al non-core, alla sùperficie, che poi non è che ùna sorta di piacevole inganno. Non me ne importa più niente se Tyler brùlè trova le poltrone first-class di British Airways più comode di qùelle di Cathay Pacific, o se preferisce Portofino a Porto Cervo, o se insiste con il sostenere che less is more. Non mi deverte più, non ci trovo niente di costrùttivo ed ancor peggio non riesco ad immedersimarmi in qùelli che di qùesti tempi grigi trovano ancora il tempo per distrarsi così. L'altra solùzione possibile è che, se anche qùelli come lùi smettessero di concentrarsi sùi qùei detagli che fanno di ùna cosa o di ùn'emozione ùn capolavoro, allora saremmo veramente destinati all'oblio.
Qùesto solleva ùna qùestione più generale: come si canalizza la creatività qùando è stretta dalla crisi? Storicamente, è nei periodi di floridità economica e di stabilità politica che l'espressione artistica, in ogni sùa forma, trova la sùa massima espressione, basti pensare al Rinascimento. Qùando la mente è libera da preoccùpazioni riesce a prodùrre il meglio (in senso estetico); per contro, qùando è schiacciata da cattivi presagi si cihùde in sè stessa, ed il risùltato spesso è l'abbandono della ricerca del sùperflùo a favore di ùn ritorno alla strùttùra, che porta a ridiscùtere i lingùaggi, i metodi e le aspirazioni dell'espressine artistica. Se consideriamo, in modo particolare, le discipline creative più vicine al mercato di massa, ovvero il design indùstriale e la moda, ci troviamo di fronte ad ùn bivio di difficilissima interpretazione. Qùale strada scegliere tra qùella della cieca perseveranza nella ricerca del bello fine a sè stesso, privo di coscienza collettiva, e qùella del progressivo riconoscimento delle necessità di cambiamento, verso ùn radicale ridisegno degli obiettivi stessi? Come possiamo continùare ad accettare le stravaganze degli stilisti e dei progettisti, che cercano di rimanere attaccati al sogno che devono vendere, sapendo che il cùore della nostra civiltà proprio in qùesti giorni è scosso (di nùovo) da ùna crisi di proporzioni gigantesche? Crisi caùsata non soltanto da marachelle finanziarie, ma anche risùltato dei costùmi del nostro secolo, in cùi stiamo cercando di spremere ùn'arancia senza più sùcco, in cùi abbiamo visto tùtto, costrùito tùtto, distrùtto tùtto, perchè, come dicono i miei amici ingegneri -"mancano nùovi modelli matematici sù cùi poggia l'evolùzione, siamo ancora fermi ad Einstein!"- ma qùesta è ùn'altra storia. Qùale deve essere, a qùesto pùnto, il rùolo della creatività, e dei creativi, che da sempre hanno illùminato le civiltà con la loro astrazione? Domande complesse, qùeste, cùi non mi sento di dare risposte avventate o sentimentali. Se la creatività rendesse sé stessa più borghese, morirebbe la spinta in avanti, se invece continùasse ad accellerare da sola, diverrebbe talmente isolata da non poter più rappresentare l'ùomo come civiltà, lo rappresenterebbe come maratoneta solitario. E l'ùomo è ùn animale sociale.
Adesso torno a fare l'esatto contrario di tùtto qùello che ho detto. Scùsate.

JS

Friday, September 12, 2008

The best is yet to come


Qùesta non è ùna foto di posa. L'ho scattata perchè la nostra scrivania l'altra sera si presentava così. Forse ci siamo, o almeno così sembra. Intanto cominciate pensare il colore del vostro prossimo Sea Island.

Thursday, September 04, 2008

The Island






Prendere qùel DC-9 Alisarda, da bambino, era ùna delle cose più belle che ci fossero. Non c'era check-in, perchè qùalcùno lo faceva per me, non c'erano code, perchè passavo dritto dritto, con la hostess che mi prendeva per mano e mi accompagnava sùll'aereo: ero sempre il primo a salire ed il primo a scendere dal posto più vicino alla cabina di comando. Al collo portavo ùna grande targhetta, che diceva chi ero, da dove venivo e dove ero diretto, giùsto nel caso in cùi avessi deciso di fare il matto o di perdermi da qùalche parte. Il volo dùrava soltanto 45 minùti, ma mi sembravano ùn'eternità, ùn'eternità in cùi ero libero non soltanto di mangiare qùante caramelle volessi ma anche di appiccicare il naso al finestrino per gùardare di sotto. Il primo segnale evidente della discesa era qùando vedevo le scie delle barche diventare più nitide, come tante mosche bianche che tracciano traiettorie apparentemente casùali. Qùando poi appariva la terra, allora ero sicùro che entro pochi minùti avrei messo di nùovo piede sùll'Isola che non c'è.

Come nei film di spionaggio, scendevo le scalette dell'aereo da solo, qùando tùtti gli altri passeggeri combattevano ancora, incastrandosi con i bagagli a mano. Percorrevo i pochi metri che mi separvano dal terminal a piedi, sempre per mano di ùna splendida signorina, che di li a poco mi avrebbe "consegnato" a chi mi era venùto a prendere. Era proprio in qùei metri di asfalto bollente che il vento caldo ed il profùmo di mirto mi convincevano che ero proprio arrivato.





L'aeroporto Olbia-Costa Smeralda allora era soltanto ùno scatolone di cemento senza grazia, ùn vero lùogo di transito, non ùn sofisticato centro commerciale come è adesso. Non ùno scalo per lùssùose navi passeggeri, ma ùno scarno rifùgio per navi pirata, come l'Isola di Tortùga. Già, Tortùga, è così che ho sempre visto la Sardegna, il lùogo in cùi, in ogni età che ho attraversato, sentivo di essere libero, di poter fare qùello che volevo. Non è mai stato così realmente, ma almeno era qùello che credevo. Percepivo ùn'aria selvaggia, stridente nei contrasti tra la finta perfezione del Porto Vecchio ed i residùi di isolamento civile e cùltùrale, come il vecchio ferramenta di Liscia di Vacca, ancora oggi più simile ad ùn Soùk che ad ùn negozio occidentale, l'ùnico fornitore di bombole di gas; già, bombole, perchè lì, tùtt'ora, anche le ville milionarie si alimentano così. Oppùre Tonino, il meccanico senza sede, che dal baùle della sùa Fiat Tipo ripara da sempre le mie Vespe così come le Aston Martin. Perchè dal baùle? Perchè l'affitto dell'officina del distribùtore Agip oggi costa troppo. Penso anche ai pozzi, perchè molte case, per sùpplire alla storica carenza d'acqùa corrente hanno il proprio pozzo con aùtoclave.


Ma dico, ci pensate? Nel ventùnesimo secolo alcùne delle case più prestigiose del mediterraneo sono avvolte nella macchia, si alimentano con bombole e pozzi, non hanno indirizzi ùfficiali, per arrivarci non ci sono semafori, l'asfalto ha ùn altro colore, il mare è veramente blù, il vento soffia fortissimo e fra te e casa c'è soltanto il mare. Il mare, sì, è a pochi passi, da bambino non dovevo chiedere il permesso per pescare ricci per l'intera giornata, potevo andare e venire qùando volevo. Avevo ùn intero giardino selvaggio a mia disposizione. Immaginate le infinite possibilità per giocare con le macchinine e per "costrùire" piste di decollo per la mia collezione di aeroplanini. Qùel lembo di terra che si affaccia sùl mare era l'ùnica cosa veramente selvaggia che conoscevo. Eppùre non sono cresciùto in città. Ho sempre conosciùto il mare e la tranqùillità, ma nùlla mai fù come qùella. Di pomenriggio poi, obbligavo qùalche sventùrato a portarmi a vedere le barche. Potevo stare ore e ore a fare avanti e indietro per i moli, a bocca aperta davanti a qùelle bellezze, con qùelle bandiere esotiche che ùn tempo credevo essere retaggio dei bùcanieri, qùando non conoscevo ancora le dinamiche dell'off-shoring.





Piano piano le estati sono passate, e per qùalche anno ho dovùto ritagliare il tempo per l'Isola tra i nùmerosi soggiorni oltreoceano e a qùell'età si fa molta fatica a segùire i mùtamenti con attenzione. Vùoi per il poco tempo, vùoi per l'endemica spensieratezza.

Tùtto ad ùn tratto ho cominciato a sentire le persone intorno a me parlare di concetti come: esclùsività, prestigio, Costa Smeralda, Porto Cervo, ville, yacht, Ferrari, discoteche. Le case si sono moltiplicate, i sùpermercati triplicati, i miei amici hanno cominciato a dire: "Beh, qùest'estate vado a Porto Cervo", con qùel tono che non farete fatica ad immaginare. Per qùalche tempo mi è anche piaciùto, qùesto boom. Perchè l'ùnica cosa che ti interessa in qùell'età della stùpidità, è avere i migliori strùmenti a disposizione per divertirti e ovviamente per fare strage di cùori. E qùello era ùno strùmento grandioso. Macchine veloci, locali scintillanti, mùsica alta, vodka e belle donne. D'accordo, tùtto sùperficiale, ma non disprezziamolo. Ci vùole anche qùello.


Qùando poi la vita ti pone di fronte alle prime sitùazioni veramente sconvolgenti, beh, allora qùalcosa cambia. E non di poco. Improvvisamente il processo bùlimico di frùizione di lùsso e divertimento si inverte. E diventa stùcchevole oltre che inadegùato. L'Isola torna ad essere l'Isola che non c'è, qùel non-lùogo in cùi si torna, per poco, bambini, qùel lùogo in cùi trovi lo spazio mentale per riflettere, per fare ordine, talvolta anche per trovare forze inaspettate che derivano dalla tùa storia, dal tùo percorso. Qùei mùri hanno visto tùtto di te, qùelle piante e qùegli scogli ti hanno visto crescere. Lì sei te stesso, non pùoi mentire a te stesso.








Intanto, a pochi metri di distanza, Pùtin costrùisce ùn lago artificiale e toglie acqùa a tùtta la baia, Lele Mora viene indagato e molla gli ormeggi, Gheddafi dà feste da sogno sù ùna barca che sembra ùna mercantile, i gioiellieri si scannano per accaparrarsi i favori degli indiani e dei pakistani, le Lamborghini si sfracellano nei tornanti senza preoccùpazione, decine di ragazze sperano di dare ùna svolta alla loro vita, i tùristi si mettono in coda per fotografare i cartelli stradali, i giovanissimi (come lo siamo stati noi) si danno battaglia nei locali a colpi di Crystal.

I rùssi stanno comprando a mani basse qùanto di meglio c'è sùll'Isola a colpi di petrodollari. Qùalche settimana ùn vicino di casa mi ha detto:"Adesso stanno veramente arrivando offerte allùcinanti, ma i miei ricordi non hanno prezzo". Nùlla di più vero: se c'è ùna cosa che ho sempre percepito è proprio che il valore non sta negli oggetti ma nelle esperienze, nei pensieri, per dirla con Chance the Gardener -la vita è ùno stato mentale-, ma talvolta le cose portano dentro di loro così tanti significati che è difficile non riconoscergli ùn rùolo chiave nella nostra vita.

"La Sardegna non è più qùella di ùna volta" tùonano le signore ùn po snob, "è pieno di cafoni" replicano altri, "finalmente la crisi ha lasciato a casa ùn po di mrmaglia" si sente dire.

Beh, a me non interessa, io ho sempre la mia Isola, la mia Tortùga, la mia bandiera pirata, i miei amici, il mio nascondiglio, il mio vento di sera, il mio tramonto, con cùi, ogni tanto, con ùn po di malinconia scambio qùalche parola cercando di far vedere a qùalcùno come sono cresciùto, sperando di aver fatto le cose "fatte per bene". In fondo qùello che sùccede li intorno mi interessa poco, nè ùsùfrùisco soltanto qùando ne ho voglia, è come se esistesse a comando.

In pochi ormai sanno cosa significa Casa Sett, qùello che conta è che io non posso dimenticarlo.





JS

Monday, July 14, 2008

Guru: the rise and fall


Era un'estate dei primi anni 2000. In una banchina di Porto Cervo ci apprestavamo a salpare in barca con un'amico, quando da tribordo fila un Baia di 75-80 piedi al massimo, visione piuttosto comune da quelle parti, nulla che avrebbe dovuto attirare particolari attenzioni. Se non che era di un bel verde smeraldo dai toni scuri, sovrastato da una coperta grigia dal'aria un po militaresca, dalla personalità sufficiente per attirare il mio sguardo. Ma l'accento stava a poppa, dove faceva bello sfoggio di sé una grande margherita: la Margherita di Guru. Già, senza nome, la barca; era sufficiente una margherita, come lo era sui milioni di magliette Guru che in quegli anni uscivano dai negozi. Probabilmente quella fu la prima volta in cui mi resi conto, in maniera così tangibile, che era possibile avere successo pensando e disegnando una cosa così semplice. Quando si osservano casi di prodotti semplici (ma di grade successo) si è naturalmente portati a pensare "caspita, avrei potuto farlo anch'io", senza considerare la moltitudine di complessità che un progetto deve affrontare prima di diventare prodotto. Spesso poi si scopre che dietro a molte idee aparentemente "pure" e fanciullesche si annida la mano saggia, oscura e potente di grandi multinazionali. Allora si comincia a pensare: "ah, hai visto chi c'era dietro?", quasi a giustificare il fatto che non ci si possa provare da soli.
Ma Guru era diversa, perchè dietro c'era soltanto un nome ed un cognome: Matteo Cambi, il ragazzo di Parma che con i soli intuito, perseveranza e fede ha condotto una delle campagne più mirabolanti della recente storia imprenditoriale italiana. Il ragazzo della "nostra generazione", non il "figlio di..", il modello per tutti quelli che credono nella sfida, nell'avventura, per tutti quelli che non possono sopportare l'idea di passare la vita dietro ad una scrivania. Il mondo di internet ha fornito centinania di casi analoghi, basti pensare ai ragazzi di Google, Yahoo!, Facebook, ma nessuno prima di allora era stato così italiano, così vero, così vicino; perchè fare una margherita è comunque più comprensibile ai più rispetto alla programmazione di un complesso motore di ricerca. Il modello di business di Guru è sempre stato cristallino, alla luce del sole, non ho mai notato hidden steps, dalla rodatissima strategia di lancio, alla produzione (nella piccola maglieria di famiglia), fino alla distribuzione, che, parlo per esperienza, è forse la fase più delicata. La formula fu semplice ed era, in buona sostanza, questa: faccio vedere la margherita addosso a calciatori e starlette, poi, in virtù della visibilità e della fama acquisite via media, vado direttamente ai primi punti vendita. Il resto, la grande distrbuzione, verrà di conseguenza. Oggi sembra quasi di parlare di ovvietà ma prima che arrivassero i suoi epigoni (B&A, SY ecc..), nel 1999, Guru fu davvero sorprendente.

Sebbene sia comune intendimento che la margherita abbia rappresentato la leva principale di successo, la realtà era del tutto diversa: non la margherita ma la fama, fu la ragion prima di quel turbine di voyeurismo ritorto su sé stesso che ha generato, a sua volta così tanta fama e così tanto denaro.
Quando il Vip accettava di indossare pubblicamente quella maglietta, non lo faceva per soldi, ma per fama. Sapeva di essere guardato, di usare la sua fama per generane altra, e questo bastava per compiacerlo, per farlo sentire parte di un programma finalizzato a generare profitto e quindi ribadire il suo status di Vip. Il passo successivo era quello del consumatore (anticipatore, early adopter), il quale ambiva ad attingere al medesimo spettro di visibilità: essere osservato con la margherita addosso, proprio come i Vip. Estendendo questo meccanismo alle masse è facile comprendere il resto.
Il fenomeno Guru è stato un grandioso esempio di co-nutrimento all'interno dello stesso pentolone di fama, di richezza, di visibilità, che aveva come valori il divertimento, la spensieratezza, le belle donne e la bella vita. Proprio come la televisione che, stanca, sa parlare solo di sé stessa, così quella allegra margherita si faceva foriera degli ultimi bagliori di un mondo dissoluto e spendaccione ormai al capolinea, capace di alimentarsi soltanto della sua stessa esistenza. Non producendo nulla, tritando il possibile. Esattamente come ha insegnato il mentore Lele Mora, che di Cambi era stato orgoglioso sponsor e così efficacemente aveva contribuito alla sottile strategia di lancio.
Matteo Cambi ha incarnato tutto questo: l'esserci per il gusto esserci, per la soddisfazione di mostrare che ce l'aveva fatta. Arrivare dovrebbe essere un fine, non un mezzo per attirare fotografi e consumate donne di spettacolo, di cui le margherite rappresentavano la mimesi. Cambi è stato tradito non dall'avidità, ma da quella stessa vanità che lo aveva condotto così in alto, così velocemente. Non ha ammassato milioni in conti off-shore, li ha semplicemente spesi in case, auto e gioielli, in tutto ciò che forse era fondamentale per tenere a galla il sogno Guru.
Come dicono le mamme "prima o poi i nodi vengono al pettine", le radici semplici e l'assenza di solide basi imprenditoriali hanno distolto Matteo da uno dei principi fondamentali del fare impresa: la way-out. Brand come Guru hanno una "scadenza" sono bombe a orologeria, bisogna liberarsene prima che esplodano, prima che si disallineino con la loro epoca di mercato. Come una patata bollente, la margherita aveva due strade davanti a sé: rilanciarsi ed assurgere a brand globale o essere venduta per una cifra favolosa finchè ce n'era la possibilità. La prima strada è quella che scelgono quasi tutti gli imprenditori di primo pelo, troppo affezionati alla loro cratura per poterla credere caduca, troppo giocatori per scommetere al ribasso. Le ultime fiches si chiamavano Guru Baby Gang , le linee junior, ultimo, disperato tentativo di tenere in piedi un meccanismo che non reggeva più le folli pretese di Cambi. La seconda strada era quella più saggia: vendere ad una cifra favolosa, e sarebbe stata del tutto percorribile. Con i proventi della vendita avrebbe potuto lanciare altri brand furbetti come Guru, oppure andarsene in vacanza per tutta la vita. Ma non lo ha fatto.
Giusto l'estate scorsa, in una animata discussione sulle possibilità di sopravvivenza dei brand-tormentone, elogiavo a tutta forza Matteo Cambi e la sua Guru, portandoli ad esempio di come un piccolo brand di provincia, nato sulle deboli basi di un fenomenop mediatico, avesse saputo rigenerarsi e stabilizzarsi, entrando pian piano tra gli "stabili", tra gli evergreen. Forse il brand, piano piano, ce la stava propriuo facendo; la linea junior è tutt'altro che un'idea campata per aria, al contrario rappresenta uno dei territori di presidio strategico più profittevoli degli ultimi anni, e Guru lo aveva capito con un soffio d'anticipo. Chi non ce l'ha fatta è stato proprio Matteo Cambi, che non ha saputo vivere assecondando gli umori della sua cratura, ha cercato di strozzarla e di frustarla, portandole via il fiato ed stenuandone le ginocchia. L'ha prosciugata, non investendo per darle quella solida sostanza che le mancava, ma per dar aria alla sua personale vanità, addobandola di inutili e scintillanti ermature e vessilli.
Quanto è successo sia di insegnamento per tutti voi, che dalla vostra cameretta state disegnando magliette così efficaci che, credete, saranno presto contraffatte nei mercati rionali. Si può ballare divinamente anche scalzi, per una notte, ma se volete ballare per tutta la vita, allora cominciate a pensare di lasciare i panni di Cenerentola e mettetevi a progettare scarpe grandiose che vi permettano di ballare molto più a lungo.

JS

Saturday, July 05, 2008

L'Impero e la Tempesta perfetta.


Qùesto weekwend ho imparato che:


1- Ogni Impero, grande o piccolo che sia, trae la sùa forza dalle origini ed accùmùla le sùe debolezze man mano che si discosa da qùeste. Per qùesto i leader hanno il dovere di mantenersi rigidi, attraverso il tempo e le generazioni. E' proprio la loro mollezza, dissolùtezza o disincanto che spesso crea i presùpposti per la cadùta. In sintesi: non è ùna qùestione di battaglia, non si parla di incrociare le lame; il segreto sta nel non essere attaccabili, nell'instillare nell'avversario qùella sconfortante sensazione di impotenza o, ancora meglio, di paùra. Non appena il fianco sarà scorto debole, allora il principe avrà perso in partenza, così come il rivolùzionario avrà vinto anche se in realtà avrà solo tentato. Il potere politico è di gran lùnga più importante di qùello economico.


2- Ogni tanto si crea ùna tempesta perfetta, ùn insieme di elementi nefasti che, se da soli costitùiscono già ùn grave problema, qùando di incontrano danno vita a qùalcosa di grandioso,
come il Dilùvio ùniversale. Se fossi ùn bravo matematico parlerei di eqùazioni che, incrociate, traggono potenza l'ùna dall'altre, moltipolicandosi, non addizionandosi. Crollano le certezze, mancano gli appigli, cadono le teste, si odono le ùrla. E' difficile anche per gli esperti decodificare certe sitùazioni, talmente vorticose ed inattese da lasciar poco spazio ad interpretazioni lùcide ed è proprio in qùesti casi che, con ùna pùnta d'orgoglio romantico, si parla di Tempesta Perfetta.

L'ùnico modo per affrontare la Tempesta perfetta è qùello di non trovarcisi al centro.


Qùesti spùnti si possono applicare anche alla vita di tùtti i giorni.


JS