Friday, September 12, 2008

The best is yet to come


Qùesta non è ùna foto di posa. L'ho scattata perchè la nostra scrivania l'altra sera si presentava così. Forse ci siamo, o almeno così sembra. Intanto cominciate pensare il colore del vostro prossimo Sea Island.

Thursday, September 04, 2008

The Island






Prendere qùel DC-9 Alisarda, da bambino, era ùna delle cose più belle che ci fossero. Non c'era check-in, perchè qùalcùno lo faceva per me, non c'erano code, perchè passavo dritto dritto, con la hostess che mi prendeva per mano e mi accompagnava sùll'aereo: ero sempre il primo a salire ed il primo a scendere dal posto più vicino alla cabina di comando. Al collo portavo ùna grande targhetta, che diceva chi ero, da dove venivo e dove ero diretto, giùsto nel caso in cùi avessi deciso di fare il matto o di perdermi da qùalche parte. Il volo dùrava soltanto 45 minùti, ma mi sembravano ùn'eternità, ùn'eternità in cùi ero libero non soltanto di mangiare qùante caramelle volessi ma anche di appiccicare il naso al finestrino per gùardare di sotto. Il primo segnale evidente della discesa era qùando vedevo le scie delle barche diventare più nitide, come tante mosche bianche che tracciano traiettorie apparentemente casùali. Qùando poi appariva la terra, allora ero sicùro che entro pochi minùti avrei messo di nùovo piede sùll'Isola che non c'è.

Come nei film di spionaggio, scendevo le scalette dell'aereo da solo, qùando tùtti gli altri passeggeri combattevano ancora, incastrandosi con i bagagli a mano. Percorrevo i pochi metri che mi separvano dal terminal a piedi, sempre per mano di ùna splendida signorina, che di li a poco mi avrebbe "consegnato" a chi mi era venùto a prendere. Era proprio in qùei metri di asfalto bollente che il vento caldo ed il profùmo di mirto mi convincevano che ero proprio arrivato.





L'aeroporto Olbia-Costa Smeralda allora era soltanto ùno scatolone di cemento senza grazia, ùn vero lùogo di transito, non ùn sofisticato centro commerciale come è adesso. Non ùno scalo per lùssùose navi passeggeri, ma ùno scarno rifùgio per navi pirata, come l'Isola di Tortùga. Già, Tortùga, è così che ho sempre visto la Sardegna, il lùogo in cùi, in ogni età che ho attraversato, sentivo di essere libero, di poter fare qùello che volevo. Non è mai stato così realmente, ma almeno era qùello che credevo. Percepivo ùn'aria selvaggia, stridente nei contrasti tra la finta perfezione del Porto Vecchio ed i residùi di isolamento civile e cùltùrale, come il vecchio ferramenta di Liscia di Vacca, ancora oggi più simile ad ùn Soùk che ad ùn negozio occidentale, l'ùnico fornitore di bombole di gas; già, bombole, perchè lì, tùtt'ora, anche le ville milionarie si alimentano così. Oppùre Tonino, il meccanico senza sede, che dal baùle della sùa Fiat Tipo ripara da sempre le mie Vespe così come le Aston Martin. Perchè dal baùle? Perchè l'affitto dell'officina del distribùtore Agip oggi costa troppo. Penso anche ai pozzi, perchè molte case, per sùpplire alla storica carenza d'acqùa corrente hanno il proprio pozzo con aùtoclave.


Ma dico, ci pensate? Nel ventùnesimo secolo alcùne delle case più prestigiose del mediterraneo sono avvolte nella macchia, si alimentano con bombole e pozzi, non hanno indirizzi ùfficiali, per arrivarci non ci sono semafori, l'asfalto ha ùn altro colore, il mare è veramente blù, il vento soffia fortissimo e fra te e casa c'è soltanto il mare. Il mare, sì, è a pochi passi, da bambino non dovevo chiedere il permesso per pescare ricci per l'intera giornata, potevo andare e venire qùando volevo. Avevo ùn intero giardino selvaggio a mia disposizione. Immaginate le infinite possibilità per giocare con le macchinine e per "costrùire" piste di decollo per la mia collezione di aeroplanini. Qùel lembo di terra che si affaccia sùl mare era l'ùnica cosa veramente selvaggia che conoscevo. Eppùre non sono cresciùto in città. Ho sempre conosciùto il mare e la tranqùillità, ma nùlla mai fù come qùella. Di pomenriggio poi, obbligavo qùalche sventùrato a portarmi a vedere le barche. Potevo stare ore e ore a fare avanti e indietro per i moli, a bocca aperta davanti a qùelle bellezze, con qùelle bandiere esotiche che ùn tempo credevo essere retaggio dei bùcanieri, qùando non conoscevo ancora le dinamiche dell'off-shoring.





Piano piano le estati sono passate, e per qùalche anno ho dovùto ritagliare il tempo per l'Isola tra i nùmerosi soggiorni oltreoceano e a qùell'età si fa molta fatica a segùire i mùtamenti con attenzione. Vùoi per il poco tempo, vùoi per l'endemica spensieratezza.

Tùtto ad ùn tratto ho cominciato a sentire le persone intorno a me parlare di concetti come: esclùsività, prestigio, Costa Smeralda, Porto Cervo, ville, yacht, Ferrari, discoteche. Le case si sono moltiplicate, i sùpermercati triplicati, i miei amici hanno cominciato a dire: "Beh, qùest'estate vado a Porto Cervo", con qùel tono che non farete fatica ad immaginare. Per qùalche tempo mi è anche piaciùto, qùesto boom. Perchè l'ùnica cosa che ti interessa in qùell'età della stùpidità, è avere i migliori strùmenti a disposizione per divertirti e ovviamente per fare strage di cùori. E qùello era ùno strùmento grandioso. Macchine veloci, locali scintillanti, mùsica alta, vodka e belle donne. D'accordo, tùtto sùperficiale, ma non disprezziamolo. Ci vùole anche qùello.


Qùando poi la vita ti pone di fronte alle prime sitùazioni veramente sconvolgenti, beh, allora qùalcosa cambia. E non di poco. Improvvisamente il processo bùlimico di frùizione di lùsso e divertimento si inverte. E diventa stùcchevole oltre che inadegùato. L'Isola torna ad essere l'Isola che non c'è, qùel non-lùogo in cùi si torna, per poco, bambini, qùel lùogo in cùi trovi lo spazio mentale per riflettere, per fare ordine, talvolta anche per trovare forze inaspettate che derivano dalla tùa storia, dal tùo percorso. Qùei mùri hanno visto tùtto di te, qùelle piante e qùegli scogli ti hanno visto crescere. Lì sei te stesso, non pùoi mentire a te stesso.








Intanto, a pochi metri di distanza, Pùtin costrùisce ùn lago artificiale e toglie acqùa a tùtta la baia, Lele Mora viene indagato e molla gli ormeggi, Gheddafi dà feste da sogno sù ùna barca che sembra ùna mercantile, i gioiellieri si scannano per accaparrarsi i favori degli indiani e dei pakistani, le Lamborghini si sfracellano nei tornanti senza preoccùpazione, decine di ragazze sperano di dare ùna svolta alla loro vita, i tùristi si mettono in coda per fotografare i cartelli stradali, i giovanissimi (come lo siamo stati noi) si danno battaglia nei locali a colpi di Crystal.

I rùssi stanno comprando a mani basse qùanto di meglio c'è sùll'Isola a colpi di petrodollari. Qùalche settimana ùn vicino di casa mi ha detto:"Adesso stanno veramente arrivando offerte allùcinanti, ma i miei ricordi non hanno prezzo". Nùlla di più vero: se c'è ùna cosa che ho sempre percepito è proprio che il valore non sta negli oggetti ma nelle esperienze, nei pensieri, per dirla con Chance the Gardener -la vita è ùno stato mentale-, ma talvolta le cose portano dentro di loro così tanti significati che è difficile non riconoscergli ùn rùolo chiave nella nostra vita.

"La Sardegna non è più qùella di ùna volta" tùonano le signore ùn po snob, "è pieno di cafoni" replicano altri, "finalmente la crisi ha lasciato a casa ùn po di mrmaglia" si sente dire.

Beh, a me non interessa, io ho sempre la mia Isola, la mia Tortùga, la mia bandiera pirata, i miei amici, il mio nascondiglio, il mio vento di sera, il mio tramonto, con cùi, ogni tanto, con ùn po di malinconia scambio qùalche parola cercando di far vedere a qùalcùno come sono cresciùto, sperando di aver fatto le cose "fatte per bene". In fondo qùello che sùccede li intorno mi interessa poco, nè ùsùfrùisco soltanto qùando ne ho voglia, è come se esistesse a comando.

In pochi ormai sanno cosa significa Casa Sett, qùello che conta è che io non posso dimenticarlo.





JS

Sunday, July 27, 2008

The Dark Knight


Uno dei film che ho atteso di più nella mia vita, morte di Ledger a parte. Sono cresciuto con il Joker di Jack Nicholson, che ho amato all'infinito perchè l'ho visto ogni volta diverso, ogni volta un po più in profondità. Sono cresciuto con Tim Burton, di cui ho amato i freak, ancor più della inclinazione pop che, a dirla tutta, adesso non vedo nemmeno più, se non nei colori sgargianti dei soli Batman. Forse qualcosina anche nell'amore di quel Joker per il mercato e per l'adulazione della piazza. Questa premessa per chiarificare che non sono stato tenero nei confronti di Batman Begins e nemmeno di The Dark Knight, che ho comunque amato, in un verso o nell'altro.

L'esordio di Christopher Nolan nella serie è stato uno di quelli da tolgiere il fiato: Batman Begins è un capolavoro, profondo, epico, bello. The Dark Knight, invece, è stato sopravvalutato, come lo fu il Corvo a suo tempo, che si è caricato della tragica morte di Brandon Lee. Sabato scorso l'Herald Tribune riportava in prima pagina una mangnifica recensione di Manhola Dargis (assieme ad AO Scott la più autorevole critica vivente) e la cosa mi ha colpito: mai avevo visto dare tanta importanza ad un film. Nel bell'aricolo si è speculato sulle presunte contaminazioni post 9\11, sù qùanto i nùovi aspetti formali e morali del film siano figli della nùova America, qùella che si interroga costantemente sù chi siano i bùoni, chi siano i cattivi e su quali siano i sentimenti che li muovono. Chiunque, poi, si è scomodato ad esaltare la matrice caotica delle gesta del Joker, dando vita ad un battage eccessivo, ripetitivo ed addirittura un po' macabro laddove si è calcata la mano sulle vicende extracurrulari dei protagonisti (denunce a carico di Bale e morte di Ledger). Insomma, per l'ennesima volta mi trovo d'accordo con Mariarosa Mancuso (Il Foglio), quando, dopo aver premesso che si tratta di un "bel film", stigmatizza l'ostentata propensione alla ricerca dei significati che permea tutto il film, innervosendosi addirittura per "il disegnino" che Nolan non lesina mai quando si tratta di chiudere i passaggi meno comprensibili della lunga parabola morale del Cavaliere Oscuro.

In sostanza, credo che siamo giunti ad un capolinea, quello della accertata dignità dei film di supereroi, processo avviato nei primi anni 2000 (X-Men, Hulk, Spider-man, Iron Man, Hellboy, Hancock) e giunto adesso al pieno compimento. Non solo film per ragazzi, ma vere e proprie riflessioni sui grandi temi della vita attraverso le passioni dei supereroi, umani, troppo umani.

Oggi, sempre sull International Herald Tribune, AO Scott tuona: "A genre in danger of losing its superpowers". In poche parole siamo giunti all'osso. Se l'escalation di genere ha colmato progressivamente il divario con la drammaturgia umana, mirando sempre più in alto in fatto di contenuti, è possibile che lo scorso weekend siamo arrivati allo Zenith delle potenzialità. Per dirla ancora con Scott: "Any comic book fan knows that a hero at the height of his powers is a few panels removed from mortal danger". Ovvero, manca la sensazione di mortalità e di pericolo tangibile che rappresenta l'hubris delle narrazioni drammatiche. Dopo tutte le elucubrazioni sui perchè del bene e del male e qualche frase ad effetto ("se non muori da eroe, vivi così a lungo da diventare il cattivo") sappiamo che Batman vincerà e vivrà, Joker perderà, e morirà. Ci si interroga quindi sulla necessità di percorrere una strada cosi greve, insistita e, tutto sommato, parallela alla narrazione, quando ci si confronta con un'opera di finzione, che dovrebbe fare dell'agilità e dell'epica, non della riflessione costretta, la sua vera cifra stilistica. Le cose più belle, si sa, non devono essere spiegate ed è soprattutto per questo motivo che, a malincuore, non posso che definire The Dark Knight un capolavoro mancato, che tira verso "Before the devil knows you're dead" ma diventa, dopo un'ora buona di spettacolo puro, onesto e veramente profondo, il compito prolisso del più bravo della classe che disattende puntualmente le attese di un vero guizzo di talento perchè troppo intento a ribadire al professore che lui ha studiato più degli altri.


JS

Monday, July 14, 2008

Guru: the rise and fall


Era un'estate dei primi anni 2000. In una banchina di Porto Cervo ci apprestavamo a salpare in barca con un'amico, quando da tribordo fila un Baia di 75-80 piedi al massimo, visione piuttosto comune da quelle parti, nulla che avrebbe dovuto attirare particolari attenzioni. Se non che era di un bel verde smeraldo dai toni scuri, sovrastato da una coperta grigia dal'aria un po militaresca, dalla personalità sufficiente per attirare il mio sguardo. Ma l'accento stava a poppa, dove faceva bello sfoggio di sé una grande margherita: la Margherita di Guru. Già, senza nome, la barca; era sufficiente una margherita, come lo era sui milioni di magliette Guru che in quegli anni uscivano dai negozi. Probabilmente quella fu la prima volta in cui mi resi conto, in maniera così tangibile, che era possibile avere successo pensando e disegnando una cosa così semplice. Quando si osservano casi di prodotti semplici (ma di grade successo) si è naturalmente portati a pensare "caspita, avrei potuto farlo anch'io", senza considerare la moltitudine di complessità che un progetto deve affrontare prima di diventare prodotto. Spesso poi si scopre che dietro a molte idee aparentemente "pure" e fanciullesche si annida la mano saggia, oscura e potente di grandi multinazionali. Allora si comincia a pensare: "ah, hai visto chi c'era dietro?", quasi a giustificare il fatto che non ci si possa provare da soli.
Ma Guru era diversa, perchè dietro c'era soltanto un nome ed un cognome: Matteo Cambi, il ragazzo di Parma che con i soli intuito, perseveranza e fede ha condotto una delle campagne più mirabolanti della recente storia imprenditoriale italiana. Il ragazzo della "nostra generazione", non il "figlio di..", il modello per tutti quelli che credono nella sfida, nell'avventura, per tutti quelli che non possono sopportare l'idea di passare la vita dietro ad una scrivania. Il mondo di internet ha fornito centinania di casi analoghi, basti pensare ai ragazzi di Google, Yahoo!, Facebook, ma nessuno prima di allora era stato così italiano, così vero, così vicino; perchè fare una margherita è comunque più comprensibile ai più rispetto alla programmazione di un complesso motore di ricerca. Il modello di business di Guru è sempre stato cristallino, alla luce del sole, non ho mai notato hidden steps, dalla rodatissima strategia di lancio, alla produzione (nella piccola maglieria di famiglia), fino alla distribuzione, che, parlo per esperienza, è forse la fase più delicata. La formula fu semplice ed era, in buona sostanza, questa: faccio vedere la margherita addosso a calciatori e starlette, poi, in virtù della visibilità e della fama acquisite via media, vado direttamente ai primi punti vendita. Il resto, la grande distrbuzione, verrà di conseguenza. Oggi sembra quasi di parlare di ovvietà ma prima che arrivassero i suoi epigoni (B&A, SY ecc..), nel 1999, Guru fu davvero sorprendente.

Sebbene sia comune intendimento che la margherita abbia rappresentato la leva principale di successo, la realtà era del tutto diversa: non la margherita ma la fama, fu la ragion prima di quel turbine di voyeurismo ritorto su sé stesso che ha generato, a sua volta così tanta fama e così tanto denaro.
Quando il Vip accettava di indossare pubblicamente quella maglietta, non lo faceva per soldi, ma per fama. Sapeva di essere guardato, di usare la sua fama per generane altra, e questo bastava per compiacerlo, per farlo sentire parte di un programma finalizzato a generare profitto e quindi ribadire il suo status di Vip. Il passo successivo era quello del consumatore (anticipatore, early adopter), il quale ambiva ad attingere al medesimo spettro di visibilità: essere osservato con la margherita addosso, proprio come i Vip. Estendendo questo meccanismo alle masse è facile comprendere il resto.
Il fenomeno Guru è stato un grandioso esempio di co-nutrimento all'interno dello stesso pentolone di fama, di richezza, di visibilità, che aveva come valori il divertimento, la spensieratezza, le belle donne e la bella vita. Proprio come la televisione che, stanca, sa parlare solo di sé stessa, così quella allegra margherita si faceva foriera degli ultimi bagliori di un mondo dissoluto e spendaccione ormai al capolinea, capace di alimentarsi soltanto della sua stessa esistenza. Non producendo nulla, tritando il possibile. Esattamente come ha insegnato il mentore Lele Mora, che di Cambi era stato orgoglioso sponsor e così efficacemente aveva contribuito alla sottile strategia di lancio.
Matteo Cambi ha incarnato tutto questo: l'esserci per il gusto esserci, per la soddisfazione di mostrare che ce l'aveva fatta. Arrivare dovrebbe essere un fine, non un mezzo per attirare fotografi e consumate donne di spettacolo, di cui le margherite rappresentavano la mimesi. Cambi è stato tradito non dall'avidità, ma da quella stessa vanità che lo aveva condotto così in alto, così velocemente. Non ha ammassato milioni in conti off-shore, li ha semplicemente spesi in case, auto e gioielli, in tutto ciò che forse era fondamentale per tenere a galla il sogno Guru.
Come dicono le mamme "prima o poi i nodi vengono al pettine", le radici semplici e l'assenza di solide basi imprenditoriali hanno distolto Matteo da uno dei principi fondamentali del fare impresa: la way-out. Brand come Guru hanno una "scadenza" sono bombe a orologeria, bisogna liberarsene prima che esplodano, prima che si disallineino con la loro epoca di mercato. Come una patata bollente, la margherita aveva due strade davanti a sé: rilanciarsi ed assurgere a brand globale o essere venduta per una cifra favolosa finchè ce n'era la possibilità. La prima strada è quella che scelgono quasi tutti gli imprenditori di primo pelo, troppo affezionati alla loro cratura per poterla credere caduca, troppo giocatori per scommetere al ribasso. Le ultime fiches si chiamavano Guru Baby Gang , le linee junior, ultimo, disperato tentativo di tenere in piedi un meccanismo che non reggeva più le folli pretese di Cambi. La seconda strada era quella più saggia: vendere ad una cifra favolosa, e sarebbe stata del tutto percorribile. Con i proventi della vendita avrebbe potuto lanciare altri brand furbetti come Guru, oppure andarsene in vacanza per tutta la vita. Ma non lo ha fatto.
Giusto l'estate scorsa, in una animata discussione sulle possibilità di sopravvivenza dei brand-tormentone, elogiavo a tutta forza Matteo Cambi e la sua Guru, portandoli ad esempio di come un piccolo brand di provincia, nato sulle deboli basi di un fenomenop mediatico, avesse saputo rigenerarsi e stabilizzarsi, entrando pian piano tra gli "stabili", tra gli evergreen. Forse il brand, piano piano, ce la stava propriuo facendo; la linea junior è tutt'altro che un'idea campata per aria, al contrario rappresenta uno dei territori di presidio strategico più profittevoli degli ultimi anni, e Guru lo aveva capito con un soffio d'anticipo. Chi non ce l'ha fatta è stato proprio Matteo Cambi, che non ha saputo vivere assecondando gli umori della sua cratura, ha cercato di strozzarla e di frustarla, portandole via il fiato ed stenuandone le ginocchia. L'ha prosciugata, non investendo per darle quella solida sostanza che le mancava, ma per dar aria alla sua personale vanità, addobandola di inutili e scintillanti ermature e vessilli.
Quanto è successo sia di insegnamento per tutti voi, che dalla vostra cameretta state disegnando magliette così efficaci che, credete, saranno presto contraffatte nei mercati rionali. Si può ballare divinamente anche scalzi, per una notte, ma se volete ballare per tutta la vita, allora cominciate a pensare di lasciare i panni di Cenerentola e mettetevi a progettare scarpe grandiose che vi permettano di ballare molto più a lungo.

JS

Sunday, July 06, 2008

On John Lobb again.





Dal sito The Sartorialist (http://www.thesartorialist.com/) la magnificenza del negozio John Lobb di St.James's street. Dentro qùei registri commerciali sono riportati i nomi di alcùni dei più grandi ùomini del nostro tempo. Visto che a qùesta Terra proprio dobbiamo stare attaccati, almeno facciamo si che il nostro "contatto" sia il più dolce possibile.

Saturday, July 05, 2008

L'Impero e la Tempesta perfetta.


Qùesto weekwend ho imparato che:


1- Ogni Impero, grande o piccolo che sia, trae la sùa forza dalle origini ed accùmùla le sùe debolezze man mano che si discosa da qùeste. Per qùesto i leader hanno il dovere di mantenersi rigidi, attraverso il tempo e le generazioni. E' proprio la loro mollezza, dissolùtezza o disincanto che spesso crea i presùpposti per la cadùta. In sintesi: non è ùna qùestione di battaglia, non si parla di incrociare le lame; il segreto sta nel non essere attaccabili, nell'instillare nell'avversario qùella sconfortante sensazione di impotenza o, ancora meglio, di paùra. Non appena il fianco sarà scorto debole, allora il principe avrà perso in partenza, così come il rivolùzionario avrà vinto anche se in realtà avrà solo tentato. Il potere politico è di gran lùnga più importante di qùello economico.


2- Ogni tanto si crea ùna tempesta perfetta, ùn insieme di elementi nefasti che, se da soli costitùiscono già ùn grave problema, qùando di incontrano danno vita a qùalcosa di grandioso,
come il Dilùvio ùniversale. Se fossi ùn bravo matematico parlerei di eqùazioni che, incrociate, traggono potenza l'ùna dall'altre, moltipolicandosi, non addizionandosi. Crollano le certezze, mancano gli appigli, cadono le teste, si odono le ùrla. E' difficile anche per gli esperti decodificare certe sitùazioni, talmente vorticose ed inattese da lasciar poco spazio ad interpretazioni lùcide ed è proprio in qùesti casi che, con ùna pùnta d'orgoglio romantico, si parla di Tempesta Perfetta.

L'ùnico modo per affrontare la Tempesta perfetta è qùello di non trovarcisi al centro.


Qùesti spùnti si possono applicare anche alla vita di tùtti i giorni.


JS


Sunday, June 22, 2008

Bespoke Tunes

In passato abbiamo già affrontato la qùestione dell'iPod come "la spersonalizzazione tecnologica, ovvero la genesi di altre vite su supporti telematici come fuga dalla realtà immanente" nella discùssione sùlla modernità".

Da pochi giorni è online Bespoke Tùnes (anche nei link di "more to see"), che prova ad interpretare le persone attraverso la mùsica che ascoltano, che spesso è più ùn fatto privato che ùn fatto pùbblico. La nostra mùsica la ascoltiamo da soli. Proviamo a renderla pùbblica.

The Hipsters







Ok, finalmente hanno ùn nome. Da qùalche anno avvertivo la presenza di ùn sottomovimento molto fastidioso, del qùale percepivo i segni ma ignoravo le origini. In realtà, qùi in Italia (tùtto nasce a Williamsbùrgh, Brooklyn), qùesto "movimento" non è ancora così caratterizzato da essere assorto allo stato di minoranza organizzata, è sparso per le strade attraverso ùna moltitùdine di atteggiamenti scollegati, propri di più categorie di persone, che forse però cominciano a convergere in ùno schema più definito.




Da "Il Foglio" di Sabato 21 giùgno 2008: "I giornali americani li chiamano hipster, giovani americani della classe media che adorano la cùltùra liberal e che fanno tardi con il rock indipendente..."






Ma facciamo ùn po di sintesi, qùali sono gli aspetti dominanti che caratterizzano ùn hipsper?



Il tùtto sembra ridùrsi alla cernita ragionata tra cosa è cool e cosa non è cool. Come se nel solo atto della "scelta" risiedesse il proprio statùs. L'orientamento "liberal", organico, sostenibile, indipendente è soltanto ùna facciata per celare ùn reale immobilismo. La selezione dell'abbilgiamento, della mùsica, dello stile di vita diventano così fini a loro a loro stessi, si tramùtano in ùna corazza che vùole sembrare ragionata, qùando non addirittùra filosoficamente raffinata; ùna corazza che vorrebbe dire: "Attenti, io sono diverso, me ne frego del potere, delle convenzioni. Io sono fùori dal mainsteam! Io sono cool" Il risùltato invece, nella maggior parte dei casi è proprio il mainstream, come le t-shirt vintage ed il Blackberry. Gli hipster non hanno ùn lavoro, hanno ùn "lavoro ideale", ovvero si cercano ùn occùpazione in linea con la loro filosofia. Anche se non lo hanno, raccontano di averlo. Qùello ideale, il lavoro che gli piacerebbe fare.



Sempre dal Foglio: "L'hipster è liberal, è cresciùto in ùna famiglia middle-class, ha stùdiato in ùna bùona ùniversità e crede che il socialismo sia ùna figata". Ma soprattùtto: "L'inclinazione di sinistra non lo distoglie dai vantaggi del libero mercato".






E ancora:



"Hipster culture is associated with indie, independent, non commercial, and non profit choices of consumption in any and all aspects of life. This includes listening to independent rock or any form of non-mainstream music, thrift store shopping, eating organic, locally grown, vegetarian, and/or vegan food, drinking local or brewing beer, listening to public radio, etc. Hipster scenes are associated with vintage clothing and vinyl records, and magazines like Vice and Clash and website Pitchfork Media."






Essenzialmente il tùtto è ridotto alla dicotomia tra essenza ed apparenza, l'hipster non è così, vùole apparire così, ecco perchè le contraddizioni sono così evidenti. Non va in giro in aùtomobile perchè inqùina, ma qùando lo fa, ùsa ùna BMW.



Interessante anche la dinamica della social-life. L'hipster evita, chiaramente, il mainstream, le discoteche più cool ed i ristoranti alla moda, cerca piùttosto miriadi di date "indie", bar scalcinati ma, appùnto, hip. Ripùdia le "ùptown girls" a vantaggio dell"amica-brùttina-che-però-ascolta mùsica-indie", ma aspetta soltanto che gli capiti l'occasione di ùna night-oùt come si deve con strafighe firmate Givenchy a bordo di ùna cabriolet. Spesso vanno in ùn posto soltanto "per andarci", comprano la t-shirt, e la mettono qùando si trovano dall'altra parte del mondo, dove ne comprano ùn'altra, e ribaltano la procedùra ùna volta tornati a casa.






Infine i pùnti cardine:






Liberal inconsapevole



Organic



Sùstainable



Vintage clothing



Indie



Posing



Tecnologia alla moda






In conclùsione, sembra evidente che si tratti soltanto dell'ùltima manifestazione di qùella fastidiosa contradizione tra il desiderio di ripùdiare (in qùalche modo) la società capitalista ed il contemporaneo ùsùfrùire a mani basse dei vantaggi che essa genera. connotazione tipica di tùtti i movimenti privi di ùna reale, concreta e coerente filosofia. Qùi a Milano è ancora più stridente, se possiblile, la versione degli hipster ibrida, contaminata dalle aspirazione da manager: di giorno completo scùro e di sera indie. Perchè non vi mettete in pace con voi stessi? Chiedo. Ad ogni modo, basta capirli ( e non ci vùole molto) come ogni altra sottocùltùra spiantata e cercare di "marketizzarli" nel miglior modo possibile. La cosa più divertente, comùnqùe, è che gli hipster non si rendono conto di fare la felicità interpretativa proprio della gente che ripùdiano. E' talmente facile vendergli qùalcosa che probabilmente la sfida è già sùperata.






JS

Saturday, June 14, 2008

What yoù know is wrong

"History is determined not jùst by the so called rational actors, irrational actors -people who stùmble onto te stage by chance and cange the coùrse of history- also play a role"


L'eqùilibrio delle cose è mantenùto da elementi chimici, fisici, meccanici. Ma anche, paradossalmente, dal caso. Anagramma non troppo casùale di caos. L'eterno eqùilibrio condùrrebbe allo sqùilibrio, poichè i movimenti di assestamento sono, ahimè, da tenere in conto. L'immobilismo non fa parte del codice genetico dell'ùniverso. Ecco perchè, per preservare la prosecùzione dell'ordine è necessario il disordine.

I predestinati sono tali per dùe possibili motivazioni: il caso e la volontà divina, che ha comùnqùe ampiamente dimostrato di essere più orientata alla matrice aleatoria rispetto a qùella dogmatica. Sùpponendo di appartenere alla schiera immanentista dell'ùmanità, allora non resta che il caso.
Il caso di trovarsi sùl palcoscenico all'improvviso, senza averlo mai pianificato, ma avendolo sempre sognato, e di "deviare" la storia verso la sùa direttrice originale, che il princeps del caso aveva già comùnqùe catalogato come necessaria.
Qùesta è la storia di chi crede di essere in debito verso la fortùna, ma in realtà è soltanto creditore nei confronti delle genrazioni sùccessive, che si affanneranno per reggere il confronto. Per ricreare il disordine. Per ricreare l'ordine.

JS

Thursday, June 05, 2008

Il Divo Giùlio


Vittorio Sbardella, "lo sqùalo", ad ùn anonimo senatore: "Gùarda Andreotti, è il momento più importante della sùa vita". Il Divo Giùlio perde il qùirinale e Sbardella continùa: "Continùa a gùardarlo, e impara come si fa a stare al mondo!" Giùlio si alza, e applaùde.


Io: "In ùna scena c'era Andreotti con il barbiere personale a palazzo Chigi, e tùtti gli altri intorno che discùtevano e proponevano, tra le altre cose, le presidenze delle banche..haha!"


Lo Zio: "Cùcciolotto, in qùegli anni non si vincevano i concorsi"



Vade retro, Gomorra! Qùesto è grande cinema, è la storia d'Italia, e lascia con la livida e malinconica sensazione che qùell'età politica ed indùstriale sia stata intenzionalmente bistrattata e colpevolizzata assieme ai sùoi esponenti, che trasùdavano statùra e potenza, paragonati alle impresentabili marionette d'oggi.

Sorrentino ha sùperato se stesso (ed i sùoi precedenti sùccessi) ed ha sùperato Gomorra, ricordandoci che osare non significa mai non-dire, piùttosto significa parlare, raccontare, filmare.

Poi ha ùn non so che di familiare.


JS