Sunday, January 04, 2009

Back from Wonderland: a brief report


I libri che ho portato con me in questa vacanza svizzera sono stati: Superclass, di David Rothkopf e Cattiva Finanza, di George Soros. Il primo l'ho quasi finito, il secondo l'ho soltanto iniziato. Perché avere due libri tra le mani è più rassicurante che averne uno. Di Superclass probabilmente parlerò più avanti, perché sta fornendo più di uno spunto di discussione. Un articolo di ieri su IHT diceva che gli "Alp Resort" sono in crisi nera, come i cugini delle Montagne Rocciose; pare che il Palace fosse pieno per un quarto della sua disponibilità, forse è vero, ma io non ho visto tanto calo di affluenza, l'impressione è che, a St.Moritz, chi doveva esserci ci fosse. Adesso, come al solito, qualche rilevamento random, come si conviene ad un buon 007:


1. Meno arabi, meno russi, più francesi.


2. Tutti parlavano del credit crunch, in pochi parlavano delle misure da prendere per uscirne.


3. La carne di zebra è buona, quella di coccodrillo è disgustosa.


4. I dirigenti di UBS, per giunta di una certa età, dicono banalità terribili e così si capisce pechè versino in così deprimenti circostanze.


5. Dopo tante elucubrazioni ho trovato la definizione definitiva per l'architettura del Kulm: sebbene l'impatto complessivo possa sembrare di un austero stampo soviet-socialista, il dettaglio e l'impianto decorativo sono di chiara derivazione neoclassica. Così si arriva a riconoscere l'influenza niarchosiana. O quantomeno si capisce perchè gli sia piaciuto così tanto.


6. La coltivazione 2008/2009 di belle donne ha dato i suoi frutti. Mai vsta una tale concentrazione. Nettamente superiore all'annata 2007/08.


7. Alla fine, gira che ti rigira, si vedono sempre le stesse facce. Di certo non l'ho scoperto io, ma è stupefacente vedere come i signori Rothkopf (Superclass) e Wachtmeister (aSmallWorld) abbiano ragione a proposito della "vicinanza nella stratosfera".


8. Secondo un recente studio di TIME gli uomini più potenti di ST.Moritz sono: il Sig.Brioscini (Backerei Bad, smista tutto il pane della città), le Signore Bornatico (la uniche capaci di contraddire il commodities index, stabilendo il prezzo delle arance su 10 -sfr al chilo), il poliziotto/infermiere (di giorno dirige il traffico, di notte receptionist dell'ospedale si Samedan), Angelo (dopo un passato allo YCCS, continua a seminare terrore come responsabile supremo delle ristorazioni del Palace: Bar Mario, Chesa Veglia, King's Club).


9. Un giovane investment banker di Credit Suisse, con il 2009 resterà a casa, ma, non so perchè, non pareva troppo preoccupato.


10. Quando alla mattina apri la finestra e vedi le montagne innevate, gli alberi bianchi ed il sole che sale al di sopra di essi, beh, è come stare attaccati al caricabatterie.


11. Come al solito, qualche bicchiere di vino è il miglior modo per fare affari. Due giovani brand manger, o product manager, o project manager, a notte del 31 fantasticavano su un'idea di prodotto mica male. Dal momento che potrebbe esserci conflitto d'interessi, però, mi fermo qui.


12. Mathis Food Affairs (quello di La Marmitte a Corviglia) ha aperto un ristorante in paese, all'interno del Post Haus. Non l'ho provato ma pare sia fantastico. Mancherà la vista, però.


13. La Ruski Standard ha definitivamente scalzato tutte le altre. Ha vinto a mani basse la Vodka War di St.Moritz. Nessuno si azzarda ad ordinare altro.


14. Potrei scrivere parecchio gossip, ma poi dovrei venderlo.


15. Tutto di questo posto, dal brie col tartufo al "derapage", mi ricorda di una persona, ecco perchè ogni anno brindiamo a lui, ecco perchè ogni anno facciamo di questo paesino l'unica, vera, riunione di famiglia che ci è rimasta.


E' tutto.


JS

Tuesday, December 23, 2008

Capitani coraggiosi: a personal forecast for year 2009


Molto probabilmente questo sarà l'ultimo post del 2008, e lo sto scrivendo mentre sorseggio un Thè nero da Hauser, a St.Moritz, con splendide canzoni natalizie come sottofondo, le vetrine scintillanti di lumini, le cameriere bionde ed in giro un'aria di festa; sebbene questo 2008 non sia finito nel migliore dei modi, ed il 2009 di certo non si stia presentando bene, sembra che di problemi qui non ce ne siano, ma sicuramente non è un buon riferimento. Non so perché, ma oggi mi sento ottimista per quelo che verrà, anche se sicuramente le difficoltà da affrontare non saranno cosa da poco. Per indole, le situazioni problematiche mi eccitano, qualche volte mi fanno perdere la testa, ma comunque mi creano una tensione positiva, che nella maggior parte dei casi ha buono sfogo. Quindi quello che dico a voi lettori in prossimità di questo Natale ed inizio anno è di cercare di rifocillarvi, di leggere, di dormire, di parlare, in queste vacanze, e raccogliere le energie per affrontare questa nuova ed eccitante sfida che si pone davanti a tutti, imprenditori, impiegati, artisti, studenti. Ognuno avrà il dovere di fare del proprio meglio per utilizzare questa crisi a proprio favore, per trasformare elementi di minaccia in spunti di sopravvivenza. Chi si preparerà bene, chi saprà vedere un pò più in là del suo naso, chi saprà trovare in anticipo le nuove opportunità che questa crisi certamente creerà, molto probbilmente vincerà. Chi piangerà, chi sarà sfiduciato, perderà.
Prendiamo per buona questa frase pronunciata in mia presenza da un grande imprenditore (forse addirittura pensatore) italiano: "Chi saprà navigare con astuzia, perseveranza, anticipo, in queste acque tempestose, sicuramente sarà premiato quando le acque si calmeranno".
Le persone cambieranno, i mercati cambieranno, qualcuno scomparirà, qualcuno resterà al suo posto, qualcuno si imporrà prepotentemente. A voi la scelta.

JS

Friday, December 19, 2008

The I.B.G. principle




E' stato detto tutto e di più su questa crisi, mediatica o reale che sia, ma di certo stamattina ho letto uno degli articoli più belli a riguardo: The Great Unraveling, di Thomas L. Friedman su International Herald Tribune.
Friedman, già autore del saggio di culto "Il mondo è piatto" (leggetelo se non l'avete ancora fatto), da Hong Kong guarda alla crisi con un duplice sentimento: rivelazione e depressione. Se l'America, portavoce del capitalismo mondiale, è sempre stato il "dottore" che ha portato in giro la medicina per nazionalizzare le banche, per privatizzare l'industria, per aiutare la Cina ad uscire dallo spettro comunista, adesso - dice lui- sarà difficile convincere i pazienti ad usare quella stessa medicina che ha fatto ammalare il medico. Il recente crac Madoff non è che la ciliegina sulla torta, perchè rappresenta semplicemente l'estremizzazione di quello Schema Ponzi già ampiamente diffuso e legalizzato nei sistemi tradizionali: che differenza c'è tra lo schema Ponzi di Madoff ed il sistema subprime? nessuna, entrambi sono piramidali ed entrambi si basano sul principio I.B.G., ovvero I'll Be Gone, non ci sarò più, sarò irrintracciabile quando la bolla scoppierà. Il debito è così frammentato e distribuito che è impossibile imputarlo al solo emittente, perchè ha già coinvolto migliaia di attori intermedi. Se questo è il messaggio che la prima economia del mondo vuole mandare -si chiede Friedman- allora al contempo scompaiono anche quei competitors ideologici (Mosca e Pechino) che hanno permesso all'America di autodisciplinarsi attraverso il loro "esempio negativo". Adesso America e Cina fanno parte di un solo sistema: entrambe hanno (o avranno a breve) un grande comparto bancario ed industriale statale e di fianco un piccolo comparto bancario ed industriale privato; il risultato finale del maxi-bailout sarà proprio questo, un balzo indietro nel tempo che si farà un baffo della deregulation ed allineerà la Cina con gli Stati Unti. Le differenze, insomma sono più sfumate che mai, ed è evidente che sia giunta l'ora di rifondare il nostro modo di intendere il capitalismo. Più che un financial bailout, sarà necessario un ethical baiout. Per chiudere con Friedman: "I don't want to kill the animal spirits that necessarily drive capitalism - but I don't want to be eaten by them either". Homo homini lupus.

JS

Saturday, December 13, 2008

Il latino, il greco.


Sono costernato di fronte ad una risposta di Corrado Augias data su La Repubblica di oggi ad un lettore che si diceva mortificato dall'eliminazione dello studio della lingua latina nelle scuole italiane. Lo storico italiano, in buona sostanza sostiene che il latino sia una lingua morta e oltretutto mal insegnata nelle scuole e diffida la chi ne considera lo studio un esercizio mentale, perchè -dice lui- esistono modi migliori per allenare il cervello. Allora io vorrei portarlo nel mio liceo, a Carrara, per capire se è ancora convinto che lì il latino ed il greco siano insegnati in maniera superficiale o, come asserisce, nella maggior parte dei casi ci si riduca a pietose traduzioni da vocabolario.

Da ragazzino non sono mai stato uno studente modello, ero bravino, si, ma se avessi studiato tanto quanto i miei compagni più bravi, probabilmente avrei avuto risultati esaltanti. La prima dimostrazione l'ho avuta all'esame di maturità, la seconda all'unversità, la terza adesso, al lavoro. Dimostrazione di cosa? E' semplice, il liceo classico (in particolar modo lo studio del latino e del greco) racchiudono due livelli di apprendimento: il primo è quello dell'assorbimento delle culture che rappresentano la radice della nostra civiltà, fatto di grammatiche, di regole, di studio, di impegno, il secondo -di gran lunga il più importante- è quello dello sviluppo di abilità mentali in fatto di analisi, sintesi, reazione, interdisciplinarietà che non ha eguali nell'educazione italiana. Quando i miei amici più grandi (non classicisti) mi dicevano "vedrai com'è difficile l'universtà" ero spaventato perchè stavo ancora vivendo il test più impegnativo, il liceo classico, fatto di verifiche giornaliere, cinque o sei materie di pari importanza spinte ai limiti della sopportazione, cambiamento di argomenti nell'arco di pochi minuti. Non avrei mai più incontrato sfide così impegnative e di certo adesso non sto "giocando a palline". Per "sopravvivere" era necessario lo studio, ma soprattutto - per quelli come me- lo sviluppo dell'arte di arrangarsi. Se, da ragazzo, non ero convinto della scelta (obbligata), adesso ingrazio i miei genitori di avermi mandato là, li ringrazio per avermi dato la possibilità di essere quasi sempre più preparato, più veloce e più efficiente della maggior parte dei compagni, dei colleghi, e delle situazioni in cui mi sarei trovato da li in avanti. L'educazione economico-industriale cui oggi si mira, seguendo i modelli anglo-sassoni, e la formazione dei dirigenti del futuro, non pssono prescindere da questo tipo di palestra mentale. Insomma, se non hai fatto il classico, si vede, eccome. Il latino ed il greco adesso non sono più lingue, sono una forma mentis che, vi assicuro, non abbandona mai chi si è sfiancato per assorbirle, ecco perche la loro cancellazione dai programmi scolastici o ancor peggio il loro declassamento, sarebbero un tragico errore.


JS

Tuesday, December 09, 2008

La nouvelle décadence, St.Moritz


Weekend inaugurale della stagione invernale a St.Moritz. Per Sant'Ambrogio riprende il circo delle nevi, che apre adesso e chiude in Aprile inoltrato. Qualche nota: il divieto di fumo, in vigore nei grigioni da ormai sei mesi, non ha scoraggiato il buon vecchio Mario, nel cui bar all'interno del Palace si fuma a più non posso, senza aspiratori, lasciando al suddetto punto di ritrovo la palma di locale più fumoso d'Europa. Soluzione diversa al King's, dove Nobu si è tramutato in smoking area. E' proprio ver che la crisi non guarda in faccia nessuno. A dire il vero, invece, c'è qualcuno che evidentemente la crisi non l'ha proprio sentita: il principe arabo (l'ottava fortuna del mondo, si dice) che presidiava il Palace in questi giorni. Entourage di 100 persone, cene allestite alle 3 di notte, Gipsy King ingaggiati per suonare sul lago ghiacciato a -20 gradi, zone intere della main lobby lor dedicate, con schermi che trasmettono non-stop CNN e TV Arabe, giornali internazionali ed arabi. Ma il massimo è questo, mio cugino: "Non è possibile, non c'è più religione, i camerieri mi hanno detto di parlare piano per non disturbare i nani che intrattengono il principe". Si, verso le due di notte è sceso l'entourage nella hall, compost da portavoce, assistenti, tre tavoli di donne (mica male) e...un tavolodi nani (della stessa etnia del principe) che giocavano a carte. Sembrav di essere tornati nel medioevo, ma forse sta proprio lì il punto, questi arabi, forse, dal medioevo non sono mai usciti definitivamente. Adesso ditemi se questa non è decadenza, proprio nel cuore di quel paesino che da oltre un secolo è la roccaforte dell'aristocrazia industriale della vecchia Europa.


JS

Sunday, November 30, 2008

The Orphanage - El Orfanato


Produce Guillermo -Pan's Labyrinth- del Toro, dirige il giovane spagnolo Juan Antonio Bayona, brilla l'affascinante protagonista Belen Rueda. I bambini fanno sempre molta paura, da The Others, a Shining a The Ring, e da queti si trae più di uno spunto. La struttura è identica a The Others e si può dire pure che qui non si è inventato nulla, ma d'altra parte questo film dimostra che si può fare bene anche senza essere originali. Gli elementi della tradizione ci sono tutti, dalla vecchietta malefica, al faro, alla scogliera (Hitchcock insegna) alla "phantom manor" disegnata dall'architetto dell'incubo. Le porte scricchiolano, i rumori sinistri abbondano, i protagonisti si dividono tra chi "crede" e chi "non crede". "Non bisogna vedere per credere, ma credere per vedere" suggerice ad un certo punto la (bravissima) medium che guiderà la mamma disperata per la scomparsa del figlio attraverso il sinistro, ma poi del tutto giustificato, mondo del paramormale. The Orphanage è un film che spaventa, che coinvolge, e riesce anche a finire chiudendo il cerchio perfettamente, evitando quella fastidiosa tendenza del thriller modermo a mettere tutte le spiegazioni ammassate nel finale (dove lo spettatore spesso finge di aver capito per non sebrare il più stupido della sala). Si sta inoltre ben alla larga dal solito doppio-finale, che illude di essere happy ending ma poi vira nell'ultma inquadratura verso la perpetuazione del male, lasciando aperti scenari per il seguito.

Conferma dell'ottima salute e del coefficiente di esportabilità del cinema spagnolo, che riesce a sfruttare i capitali americani attraverso i suoi "infiltrati" (Del Toro, Amenabar ecc..) per dar voce ai giovani talenti. Candidato all'Oscar come miglior film straniero.

Da vedere a luci spente.


JS

Friday, November 28, 2008

Baz Luhrmann's Australia: Koons and Murakami's kitsch?



Manhola Dargis: "[...]Luhrmann's use of culturally degraded forms both here and in earlier films doesn't register as either conceptual strategy or a cynical commercial ploy or some combination of the two, as it can with art world jesters like Jeff Koons and Takashi Murakami, who have appropriated kitsch as a (more or less) legitimate post-modern strategy [...]"

Insomma, abbiamo capito che secondo lei Australia è un film sincero, un film che non utilizza gli espedienti estetici (kitsch?) su base programmatica, per ottenere il consenso del pubblico, ma è pura espressione, quasi un testamento, dell'amore di Luhrmann per il cinema, per la sua maestosità, per i suoi cliché da blockbuster. Prima di proseguire su questo argomento sarebbe quantomeno opportuno vedere il film, in uscita il 5 Dicembre.

Quindi passiamo alla seconda parte: cosa c'entrano Koons e Murakami con Baz Luhrmann?
Luhrmann è il cineasta del pop rivisitato, a volte del post-pop, spesso del retro-pop, è un tritatutto di immagini storiche e contemporanee, di retro-moderniso e di neo-retrò. Mette in scena vecchie immagini ripulite o nuove immagine sporcate. In Luhrmann è evidente il tentativo di stare dalla parte del pubblico, di mettere in vetrina, senza sottosignificati, tutti i significanti (SIGNIFICANTI!) che sono o sono stati a cuore a diverse generazioni di spettatori, lettori ed ascoltatori. Romeo vestito all'hawaiiana, "local god" rockettaro e da fotoromanzo (il miglio diCaprio di sempre), d'una tragicità immediata e contemporanea, un Moulin Rouge da luna park, tirato a lucido e mixato con una punta di tango; una Parigi cartoon ed una Verona Beach, come la più cool Miami Beach. Baz, figlio di proprietario di un cinema, è un vero amante dello spettacolo, della visione, dell'ascolto e dell'azione, ed ha a disposizione uno dei mezzi più versatili: il cinema. Ne ama la storia, i miti, le rappresentazioni più iconiche, ma gli piace anche Madonna, l'India, Shakespeare, è come un ragazzino che colleziona poster nella sua cameretta: Micheal Jordan con Bruce Springsteen, Marlene Dietrich, Nicole Kidman e Kurt Cobain. Crede nell'intrattenimento (memorabile le reinterpretazioni di "Smell like teen spirit" e "Lady Marmalade" in Moulin Rouge) e nel musical, nell'immagine e nel canto, nella recitazione e nel colore e fa del suo meglio per dare al pubblico una ricetta semplificata di ciò, ma soprattutto senza secondi fini critici.





Koons e Murakami sono anch'essi artisti figuativi post-pop, perchè reinterpretano il pop, ma attraverso un linguaggio critico. Koons ha sposato Cicciolina, ha avuto un figlio da lei, poi l'ha lasciata. Non credo che ami il pop come lo ama Luhrmann, piuttosto credo che lo odi, e lo renda grottesco per questo. I conigli-balloon sembrano teneri, ma quando li tocchi ti accorgi che sono di metallo fuso, sono duri e freddi, così come la (vuota?) cultura pop quando ti accorgi che brucia miti come fiammiferi. Il gigantesco cagnone di fiori o lo stesso coniglio gigante, non sono teneri puppies, sono grandissimi, ti guardano dall'alto verso il basso, sono moderni mostri, aggressivi ed onnivori. Poi, se vorrete dare un'occhiata alle opoere di Takashi Mukarami, vi sarà chiaro quanto, dietro ai coloratissimi cartoon ed anime tridimensionali, si celi un pessimismo orrorifico che poco ha a che fare con l'esaltazioni dei principi del pop. Laddove invece lo sguardo di Murakami si fa più lucido ed adulatorio, i segni pop restano comunque pervasi da un evidente senso critico. In Koons e Murakami quindi, mostrare il la cultura popolare espansa non è tesa all'esaltazione quanto alla critica ed alla degenerazione. I cartoon, i fumetti di Roy Liechtestein erano un'alta cosa, insomma. E Baz Luhrmann, rispetto a questi artisti è davvero lontano, soprattuto nelle intenzini, rappesentando un occhi buono e disincantato sulle "futilità" formali che tuonano nella nostra cultura postindustriale.
JS







Sunday, November 23, 2008

Business of Green - Lifecycle, by Andrea Maggiani


Prendere coscienza della proprio personale Carbon Foot Print è ormai diventata un’operazione semplice è immediata, basta andare su Google scrivere CO2 calculator ed ecco come per magia spuntare un infinità di risultati.
Non voglio entrare nel merito tecnico dei parametri che utilizzano e di quanto siano o meno corretti, ma mi vorrei soffermare sul quanto questo fenomeno stia crescendo e di come gli individui utilizzino questi strumenti per avere un’idea di massima sugli effetti del proprio stile di vita sull’ambiente.
Già da qualche tempo la Carbon Trust, ente facente capo al Governo Britannico, ha lanciato la Carbon Reduction Label (http://www.carbon-label.com/), un etichetta che serve a rendere pubbliche le emissioni di CO2 sui prodotti e servizi.
L’idea di base è avere accanto alla tabella dei valori nutrizionali di ogni prodotto la carbon label con l’ammontare di CO2 generata dal prodotto.
La Walkers, azienda britannica leader sul mercato delle patine fritte , ha lanciato sul mercato il primo pacchetto di patatine Walkers Cheese & Onion Crisps con l’indicazione di 75g di CO2 .
Questo valore è stato ottenuto attraverso un processo d’analisi della lifecycle del prodotto dalle prime fasi di coltivazione delle patate fino alle fasi di smaltimento in discarica del pacchetto.
Oggi anche supermercati Tesco ha aderito all’iniziativa con un programma pilota per utilizzare la Carbon Label su tutta la linea di prodotti.
Credo che questo fenomeno sia al momento un ennesimo giochetto d’immagine e di comunicazione, ma non è da escludere che in un futuro non molto lontano non staremo solo attenti a guardare le etichette low fat, ma anche quelle low carbon.


Andrea Maggiani

Friday, November 21, 2008

Funny Games: estratto di un meccanismo



Sui motivi della decisione da parte di Haneke di ri-girare Funny Games esattamente uguale a quello originale (sempre suo) potremmo stare a disquisire per ore. Da parte mia non l'ho capito, comunque mi ha fatto piacere rivedere un film molto poco convenzionale sia dal punto di vista semantico che dal punto di vista tecnico, un film dove la violenza non si pone come spunto sadico o voyeuristico ma come incarnazione reale di sè stessa. Dai due ammiccamenti del carnefice alla macchina da presa, ma soprattutto dal bellissimo dialogo finale, si coglie il messaggio del film: se c'è un universo reale ed uno di finzione, questi coincidono nel momento in cui l'osservatore porta a termine il suo ruolo, quello di osservare. La "fiction" diventà realtà nel momento stesso in cui puoi guardarla, esattamente come per Warhol la fama di dipanava contestualmente al gesto della visione. La violenza in Funny Games, così, appartiene a chi la sta osservando, che diventa complice. In più di un momento Haneke - e qui sta la grandezza del film- ci invita a non guardare, ci costringe ad uno sforzo, per esempio, per trovare nell'inquadratura il corpo massacrato del figlioletto, che è volutamente mantenuto in posizione semicelata nella lunghissima sequenza del massacro; è lo stesso angelico assassino, poi, che ci chiede un'opinione, una previsione sulle sorti della malcapitata famigliole, gurdando dritto in camera. In questo Funny Games può essere considerato un'opera sperimentale nella forma, nel modo di raccontare.
Scendendo nel dettalgio -e qui concludo- mi piace portare all'attenzione un espediente narrativo di classe assoluta, che si materializza in quell'oggetto classico in fatto di assassini che è il coltello.
Il coltello da cucina viene portato alla nostra attenzione tre volte, distanti tra loro nel corso del film: la prima è quando il bambino lo chiede alla mamma e lo porta in barca; in questa scena l'oggetto fa la sua entrée con tutti gli onori del caso. La seconda volta godrà addirittura di un primo piano, quando cadrà inavvertitamente sul fondo della barca. Lo spettatore a quel punto è certo che quel coltello avrà un ruolo fondamentale nella soluzione della contesa e crede di tirare un sospiro di sollievo quando Naomi Watts, trasportata dagli assassini, lo recupera sul fondo della barca e silenziosamente comincia recidere le cime che la tengono in trappola. Ecco, come nella più classica tradizione, l'eroina si appresta a ribaltare le sue sorti, magari morirà anche lei, ma noi spettatori ci stiamo preparando a vedere quantomeno una lotta in equilibrio precario. Eh no, invece! Lei viene gettata giù dalla barca con incurante disprezzo, con sufficienza, legata, mentre Pitt sta serenamente discorrendo d'altro con il suo socio.
Questo significa essere asciutti, sorprendenti, questo significa
saper giocare con il linguaggio del cinema.

JS


Thursday, November 20, 2008

Inside every story, there is a beautiful journey





Ieri ho ritirato alcune camicie dalla sarta. Erano già belle prima, ma ho voluto farle correggere, stringere un pochino in alcuni punti. In quella serie avevo osato un po, chiedendo di avere un modello più largo, meno sciancrato sui fianchi, meno stretto sulle braccia, per eliminare dalla composizione qualsiasi influenza dettata dalla moda. Il risultato fu bellissimo dal punto di vista formale, totalmente originale, studiato nei minimi dettagli, i colli erano stati ridisegnati da zero, di una rigidità perfetta, dalla superficie piacevolmente imprevedibile. Sembravano vissute già appena nate, avevano una fortissima carica storica. Purtroppo però, una volta indossate, l'effetto estetico non fu come quello che avevo sperato, la ricerca aveva prodotto un risultato cristallizzato, bello da vedere ma non da portare. Insomma, quelle camicie necessitavano di una forza interiore, di una sicurezza che forse non avevo ancora, ecco perchè adesso sono state leggermente modificate.
Sembrerà una disquisizione folle, ma credo che proprio qui stia il centro emotivo del bespoke: la relazione indissolubile tra il sarto, l'opera ed il committente, quell'energia che manca completamente quando ci si affida agli "stilisti", che, come spesso ricordato, si occupano di svolgere quel lavoro per noi. Su queste pagine si è discusso spesso di camicie su misura, e con i miei amici che mi chiedono consiglio ne parlo a mia volta; ognuno ha i suoi dubbi, le sue domande, le sue aspettative, ognuno cerca la verità assoluta, la perfezione, ma queste cose non esistono, almeno non in termini assoluti. La camicia, così come qualsiasi altra cosa, è fatta da chi la porta, e tanto più è in sintonia con chi l'ha progettata tanto più essa sarà stata un buon lavoro. Ogni taglio ha la sua storia, ogni camicia racconta il suo tempo, che deve essere quello del committente. Chiaramente qui si ragiona a partire da livelli d eccellenza, stiamo spaccando il capello in quattro, e non è detto che questo procedimento si addica a tutti, a quelli che vivono questo argomento con più leggerezza. Nella foto che vedete qui sopra, tratta da una famosa campagna di Louis Vuitton, la camicia di Francis Ford Coppola (probabilmente di lino) è un magnifico esempio di quanto appena detto. Quelle maniche cosi larghe, quella ostentata morbidezza generale, non è roba da tutti, "noi" saremmo stati a disquisire per ore con la sarta per asciugarne la linea, ma lì è perfetta perchè lui ha lo spessore storico e morale, la sicurezza per portarla. Quindi, sebbene quella camicia possa essere tacciata di esuberanza e mancata cura, in realtà è semplicemente conforme a chi la sta portando. E' così e non potrebbe essere altrimenti. Quando la ricerca si fermerà, allora saremo certi che quanto abbiamo fatto sarà certamente il miglior risultato possibile, ma per fortuna di strada da fare ce n'è ancora molta.

JS