Tuesday, September 30, 2008

Creativity vs. Credit Crunch. Ovvero il rùolo della creatività nella crisi globale del credito.


Leggo spesso Tyler Brùlé, sia sù Monocle (di cùi è l'anima), sia nella sùa rùbrica Fast Lane, sùl Financial Times, e devo dire che, se prima lo leggevo con disinvolto piacere ed ammirata cùriosità, adesso comincio a chiedermi se ci fa o ci è (folle). Per chi di voi non lo conosca, TB è ùno dei più aùtorevoli giornalisti del mondo per qùanto rigùarda design, moda, ma soprattùtto lifestyle: è lùi il creatore della bibbia Wallpaper* e del Nùovo Testamento Monocle. Grande osservatore, soprattùtto del dettaglio, che si tratti di ùna valigia come di ùn servizio aeroportùale, è ùno dei più esigenti frùitori di esperienze in circolazione. Classifica tùtto, dalle tipografie alle caffetterie, al look delle nazioni. In sintesi si occùpa di qùella che io definisco l'estetica dell'esistenza, ovvero qùella disciplina che stùdia l'esistente sùlla base delle qùalità immediatamente visibili e frùibili. La sùa parola, in certi ambienti, è legge. Persino i giapponesi di TOTO lo hanno ingaggiato per fare PR, o forse dovrei dire brand sùpervision: ùna grande azienda di sanitari giapponese si avvale dei servigi di ùn "giornalista" per il lancio worldwide dei nùovi ambienti bagno ( a proposito, se non conoscete TOTO ed i sùoi washlet è assolùtamente necessaria ùna visita a www.toto.com). Vi basti per capire che non è l'ùltimo arrivato.

Ma veniamo al pùnto: credo di essere stùfo di leggerlo, stùfo nel senso che non riesco più a trovare lo stimolo per godere di qùelle considerazioni così poco "core". Il che è piùttosto preoccùpante, visto e considerato che il mio lavoro rùota proprio attorno al non-core, alla sùperficie, che poi non è che ùna sorta di piacevole inganno. Non me ne importa più niente se Tyler brùlè trova le poltrone first-class di British Airways più comode di qùelle di Cathay Pacific, o se preferisce Portofino a Porto Cervo, o se insiste con il sostenere che less is more. Non mi deverte più, non ci trovo niente di costrùttivo ed ancor peggio non riesco ad immedersimarmi in qùelli che di qùesti tempi grigi trovano ancora il tempo per distrarsi così. L'altra solùzione possibile è che, se anche qùelli come lùi smettessero di concentrarsi sùi qùei detagli che fanno di ùna cosa o di ùn'emozione ùn capolavoro, allora saremmo veramente destinati all'oblio.
Qùesto solleva ùna qùestione più generale: come si canalizza la creatività qùando è stretta dalla crisi? Storicamente, è nei periodi di floridità economica e di stabilità politica che l'espressione artistica, in ogni sùa forma, trova la sùa massima espressione, basti pensare al Rinascimento. Qùando la mente è libera da preoccùpazioni riesce a prodùrre il meglio (in senso estetico); per contro, qùando è schiacciata da cattivi presagi si cihùde in sè stessa, ed il risùltato spesso è l'abbandono della ricerca del sùperflùo a favore di ùn ritorno alla strùttùra, che porta a ridiscùtere i lingùaggi, i metodi e le aspirazioni dell'espressine artistica. Se consideriamo, in modo particolare, le discipline creative più vicine al mercato di massa, ovvero il design indùstriale e la moda, ci troviamo di fronte ad ùn bivio di difficilissima interpretazione. Qùale strada scegliere tra qùella della cieca perseveranza nella ricerca del bello fine a sè stesso, privo di coscienza collettiva, e qùella del progressivo riconoscimento delle necessità di cambiamento, verso ùn radicale ridisegno degli obiettivi stessi? Come possiamo continùare ad accettare le stravaganze degli stilisti e dei progettisti, che cercano di rimanere attaccati al sogno che devono vendere, sapendo che il cùore della nostra civiltà proprio in qùesti giorni è scosso (di nùovo) da ùna crisi di proporzioni gigantesche? Crisi caùsata non soltanto da marachelle finanziarie, ma anche risùltato dei costùmi del nostro secolo, in cùi stiamo cercando di spremere ùn'arancia senza più sùcco, in cùi abbiamo visto tùtto, costrùito tùtto, distrùtto tùtto, perchè, come dicono i miei amici ingegneri -"mancano nùovi modelli matematici sù cùi poggia l'evolùzione, siamo ancora fermi ad Einstein!"- ma qùesta è ùn'altra storia. Qùale deve essere, a qùesto pùnto, il rùolo della creatività, e dei creativi, che da sempre hanno illùminato le civiltà con la loro astrazione? Domande complesse, qùeste, cùi non mi sento di dare risposte avventate o sentimentali. Se la creatività rendesse sé stessa più borghese, morirebbe la spinta in avanti, se invece continùasse ad accellerare da sola, diverrebbe talmente isolata da non poter più rappresentare l'ùomo come civiltà, lo rappresenterebbe come maratoneta solitario. E l'ùomo è ùn animale sociale.
Adesso torno a fare l'esatto contrario di tùtto qùello che ho detto. Scùsate.

JS

Sunday, September 21, 2008

The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living


Ieri sera, annaffiata dal lambrusco è scoppiata una simpatica disquisizione nella campagna piacentina: alla faccia della crisi, si parlava di Damien Hirst. Dapprima si rideva, invidiando quelli che possono permettersi di pagare uno squalo in fromaldeide 20 milioni di dollari, poi ci si è fatti più profondi, cercando di riportare in auge l'eterna (e insolubile) riflessione attorno al valore dell'arte stessa. Intrinseco e valutabile? Oppure isterico e passionale? Hirst, pochi giorni or sono, ha organizzato in prima persona, ovvero senza il suo dealer (il leggendario Larry Gagosian, quello capace di tirar fuori dalle stravaganze marmoree di Marc Newson poi di 15 Milioni), una stupefacente asta da Sotheby's. Risultato: 200 milioni in due sessioni. Record assoluto strappato a Pablo Picasso, 20mln. Picasso, non uno qualuque. E lo ha battuto con bestie imbalsamate e teschi ingioiellati. E' qui che nasce la questione: Hirst (ed affini) vale perchè è bello, nel senso che è classicamente, tecnicamente, accademicamente, universalmente bello? Oppure vale perchè vale? Nel senso che è il marketing a sospingerlo? In poche parole, se aveste di fronte una serie di opere senza nome, poniamo una serie di belle tele di un artista fiammingo minore, ed una seconda serie di bizzarre opere contemporanee senza trademark, per quali sareste disposti a spendere di più? Senza Larry Gagosian che vi dice nell'orecchio di comprare il bue dalle corna dorate che tra poco raddoppierà il proprio valore, in molti, probabilmente, sceglierebbero la rassicurante bellezza, (in cui la tecnica da prova di sè) delle tele fiamminghe. O forse no. La nostra amabile disquisizione, con mia grande sorpresa, si è concusa con una tregua, un accordo inatteso, che si riduce all'ammettere la nostra possibile ignoranza, o insensibilità nel cogliere lo spirito del nostro tempo, quello che Hirst sta interpretando e Gagosian ha saputo riconoscere. Così come fecero gli impressionisti, cui però fù riconosciuto soltanto il Salon des refusés, mica le aste milionarie. JS

Thursday, September 18, 2008

MediaHub




Da ieri è disponibile la barra Reuters Video News, aggiornata di continuo.
E' il primo passo verso la crezione del piccolo "MediaHub" che ho in testa da un pò.

Purtroppo le testate che vorrei non si sono ancora attrezzate in proposito, dovrò supplire personalmente.




JS

Wednesday, September 17, 2008

AIG : the time is now

Ne parlavamo proprio ieri, ed eccoci già ad affrontare la crisi di AIG, il gigante assicùrativo americano. Fed è già pronta all'ormai tristemente consùeto prestito a nove zeri. Altri 87miliardi di dollari sono pronti per essere polverizzati.
In qùesto sintetico ma efficace video, Joe Nocera (colùmnist di New York times ed IHT) ci spiega perchè il salvataggio di AIG è, se possibile, ancora più delicato di Bear, Lehman e Merrill messi insieme.



Tuesday, September 16, 2008

L'Orso Nero


Ieri, Lùnedi 15, è stato proprio ùn lùnedi nero. In breve: dopo i clamorosi salvataggi di Bear Stea rns (JP Morgan Chase), Fannie Mae e Freddie Mac (Federal Takeover), il mondo finanziario è stato scosso, all'ùnisono, da dùe mosse simùltanee che hanno tùtto il sapore dell'illùsionismo più macabro; in 24 ore Merrill Lynch è stata salvata dal tracollo dall'acqùisizione da parte di Bank of America e Lehman Brothers, ùno dei leoni di Wall Street, dichiarata fallita a fronte di 613 miliardi di dollari di debito.


La cosa più sconvolgente, a mio modo di vedere, è proprio la sconcertante simùltaneità delle dùe operazioni. E' come se il governo americano avesse dichiarato di non riùscire ad intervenire a sostegno di entrambe le banche e, per confondere le acqùe, fosse intervenùta in maniera contestùale. Perchè salvare ùna e lasciare affondare l'altra, dopo il fallimento delle trattative con l'inglese Barclays? Il perchè, pùrtroppo, lo sospettiamo gia. I più credono che si siano conservate risorse per la prossima crisi, o meglio le prossime minacce: ovvero qùelle del gigante assicùrativo AIG, e dell'ipotetico collasso dei signori di Detroit (Ford, GM, Chrysler), da tempo più che malandati.

Chiùnqùe credesse, qùindi, che ieri la crisi ha raggiùnto il nadir, beh si sbaglia, il bello deve ancora venire. L'ùnica domanda è: riùsciranno i nostri "deregolatori" pentiti a far fronte ai problemi di tùtti? L'interventismo è ormai l'ùnica arma che sembra essere efficace per porre rimedio a qùella che sembra essere ùna dimostrazione palese di incapacità del capitalismo di regolare sè stesso. "La moneta non si regola da sola" -diceva tempo fa Keynes- e forse ci rendiamo conto solo adesso che aveva ragione.

Io sono ùn capitalista convinto, intendiamoci, ma adesso sono veramente fùribondo. Diamo per scontato che le banche rappresentino la conditio sine qùa non per la sopravvivenza del sistema stesso, ma, chiedo io, è giùsto incensarne i baroni (e coprirli di milioni) qùando le cose vanno bene e poi riservar loro trattamenti privilegiati in caso di fallimento? Credo proprio di no. Se siamo tùtti d'accordo nel sostenere il rùolo chiave delle banche nel sistema economico mondiale, allora rimettiamole sotto rigida sorveglianza, rendiamole organismi veramente neùtri ed imparziali, che siamo motore per l'economia nei momenti di piena e sicùre casseforti nei periodi di crisi, invece di consentir loro di trarre falsi profitti con ogni giochetto possibile (pensate agli SWAP!) e salvarli con i soldi pùbblici qùando qùesti giochini non fùnzionano più. Perchè così è come se loro fossero i più fùrbi e noi i più scemi. Noi (o loro, amercani) che vediamo polverizzarsi miliardi di denaro pùbblico per ùna caùsa che fino a ieri faceva ingrassare a dismisùra soltanto le tasche di pochi fùrbacchioni. In poche parole, se si arriva a stabilire che certe società sono troppo importanti per il destino comùne per essere lasciate fallire come tùtte le altre, allora il contraltare deve essere ùna politica protezionista, conservatricie, controllata ed a bassissimo rischio qùando le cose vanno a gonfie vele. Altro che sùbprime. A proposito di sùbprime, chiariamo ùna volta per tùtte il significato di qùel termine: sùb-prime non è aggettivo riferito al mùtùo erogato. No no! E' riferito al contraente, è lùi che e sùb-prime, "di seconda scelta", ad alto rischio. Voi "vendereste" mai la vostra casa a qùalcùno che, per definizione, è considerato essere ad altissimo rischio di insolvenza? Credo proprio di no, a meno che non cerchiate sùbito di liberarvi di qùel credito, vendendolo a qùalche "genio" consenziente. Qùesta, signori, è logica, non alta finanza. E che non cerchino di farla passare per congiùntùra macroeconomica, perchè è ùna delle più grandi bùfale del nostro secolo. L'ùùnica ragione per cùi qùesta crisi non appare impetùosa come qùelle del '29 e dell'87 è che qùesta volta tùtti sapevano qùello che stava per accadere e le contromisùre sono state prese per tempo. Le beghe stanno venendo fùori ùna per ùna, dando modo alla Fed di mantenere ùn certo qùal controllo della sitùazione, di tappare i bùchi ùno alla volta, cercando di limitare i danni. La crisi non è economica, è finanziaria.

Spesso ùn mio amico dalla spiccata mente analitica mi ripete: "Ja, se tù hai 1 eùro (prodotto dal tùo comparto indùstriale), e passandolo di mano, fai in modo che il sùo presùnto valore sia diventato 2, poi 3, poi 4, poi 5, cosa sùccederà qùando qùell'eùro smetterà di passare di mano, qùando smettera di girare?". "Facile, cadrà in terra, e tùtti si renderanno conto che è rimasto 1 eùro, come all'inizio del sùo viaggio". Così come adesso ci siamo resi conto che il credito nei confronti di ùn insolvente non solo non vale zero, ma vale di meno, vale l'immenso bùco cùi oggi dobbiamo tùtti far fronte.


Lo so, qùesto potrebbe sembrare il mio primo discorso anticapitalista, ma in realtà è proprio il mio amore per il capitalismo, il mio amore per le possibilità individùali, e per il rispetto di qùeste, che mi spinge a dire basta. Basta con qùesti giochini. Signori banchieri, tornate a lavorare, tornate a prodùrre ricchezza, tornate all'indùstria, che è l'anima del capitalismo, di cùi la banca deve essere fedele scùdiera. Lasciate i massimi sistemi a chi li sa trattare.


JS



Friday, September 12, 2008

The best is yet to come


Qùesta non è ùna foto di posa. L'ho scattata perchè la nostra scrivania l'altra sera si presentava così. Forse ci siamo, o almeno così sembra. Intanto cominciate pensare il colore del vostro prossimo Sea Island.

Thursday, September 04, 2008

The Island






Prendere qùel DC-9 Alisarda, da bambino, era ùna delle cose più belle che ci fossero. Non c'era check-in, perchè qùalcùno lo faceva per me, non c'erano code, perchè passavo dritto dritto, con la hostess che mi prendeva per mano e mi accompagnava sùll'aereo: ero sempre il primo a salire ed il primo a scendere dal posto più vicino alla cabina di comando. Al collo portavo ùna grande targhetta, che diceva chi ero, da dove venivo e dove ero diretto, giùsto nel caso in cùi avessi deciso di fare il matto o di perdermi da qùalche parte. Il volo dùrava soltanto 45 minùti, ma mi sembravano ùn'eternità, ùn'eternità in cùi ero libero non soltanto di mangiare qùante caramelle volessi ma anche di appiccicare il naso al finestrino per gùardare di sotto. Il primo segnale evidente della discesa era qùando vedevo le scie delle barche diventare più nitide, come tante mosche bianche che tracciano traiettorie apparentemente casùali. Qùando poi appariva la terra, allora ero sicùro che entro pochi minùti avrei messo di nùovo piede sùll'Isola che non c'è.

Come nei film di spionaggio, scendevo le scalette dell'aereo da solo, qùando tùtti gli altri passeggeri combattevano ancora, incastrandosi con i bagagli a mano. Percorrevo i pochi metri che mi separvano dal terminal a piedi, sempre per mano di ùna splendida signorina, che di li a poco mi avrebbe "consegnato" a chi mi era venùto a prendere. Era proprio in qùei metri di asfalto bollente che il vento caldo ed il profùmo di mirto mi convincevano che ero proprio arrivato.





L'aeroporto Olbia-Costa Smeralda allora era soltanto ùno scatolone di cemento senza grazia, ùn vero lùogo di transito, non ùn sofisticato centro commerciale come è adesso. Non ùno scalo per lùssùose navi passeggeri, ma ùno scarno rifùgio per navi pirata, come l'Isola di Tortùga. Già, Tortùga, è così che ho sempre visto la Sardegna, il lùogo in cùi, in ogni età che ho attraversato, sentivo di essere libero, di poter fare qùello che volevo. Non è mai stato così realmente, ma almeno era qùello che credevo. Percepivo ùn'aria selvaggia, stridente nei contrasti tra la finta perfezione del Porto Vecchio ed i residùi di isolamento civile e cùltùrale, come il vecchio ferramenta di Liscia di Vacca, ancora oggi più simile ad ùn Soùk che ad ùn negozio occidentale, l'ùnico fornitore di bombole di gas; già, bombole, perchè lì, tùtt'ora, anche le ville milionarie si alimentano così. Oppùre Tonino, il meccanico senza sede, che dal baùle della sùa Fiat Tipo ripara da sempre le mie Vespe così come le Aston Martin. Perchè dal baùle? Perchè l'affitto dell'officina del distribùtore Agip oggi costa troppo. Penso anche ai pozzi, perchè molte case, per sùpplire alla storica carenza d'acqùa corrente hanno il proprio pozzo con aùtoclave.


Ma dico, ci pensate? Nel ventùnesimo secolo alcùne delle case più prestigiose del mediterraneo sono avvolte nella macchia, si alimentano con bombole e pozzi, non hanno indirizzi ùfficiali, per arrivarci non ci sono semafori, l'asfalto ha ùn altro colore, il mare è veramente blù, il vento soffia fortissimo e fra te e casa c'è soltanto il mare. Il mare, sì, è a pochi passi, da bambino non dovevo chiedere il permesso per pescare ricci per l'intera giornata, potevo andare e venire qùando volevo. Avevo ùn intero giardino selvaggio a mia disposizione. Immaginate le infinite possibilità per giocare con le macchinine e per "costrùire" piste di decollo per la mia collezione di aeroplanini. Qùel lembo di terra che si affaccia sùl mare era l'ùnica cosa veramente selvaggia che conoscevo. Eppùre non sono cresciùto in città. Ho sempre conosciùto il mare e la tranqùillità, ma nùlla mai fù come qùella. Di pomenriggio poi, obbligavo qùalche sventùrato a portarmi a vedere le barche. Potevo stare ore e ore a fare avanti e indietro per i moli, a bocca aperta davanti a qùelle bellezze, con qùelle bandiere esotiche che ùn tempo credevo essere retaggio dei bùcanieri, qùando non conoscevo ancora le dinamiche dell'off-shoring.





Piano piano le estati sono passate, e per qùalche anno ho dovùto ritagliare il tempo per l'Isola tra i nùmerosi soggiorni oltreoceano e a qùell'età si fa molta fatica a segùire i mùtamenti con attenzione. Vùoi per il poco tempo, vùoi per l'endemica spensieratezza.

Tùtto ad ùn tratto ho cominciato a sentire le persone intorno a me parlare di concetti come: esclùsività, prestigio, Costa Smeralda, Porto Cervo, ville, yacht, Ferrari, discoteche. Le case si sono moltiplicate, i sùpermercati triplicati, i miei amici hanno cominciato a dire: "Beh, qùest'estate vado a Porto Cervo", con qùel tono che non farete fatica ad immaginare. Per qùalche tempo mi è anche piaciùto, qùesto boom. Perchè l'ùnica cosa che ti interessa in qùell'età della stùpidità, è avere i migliori strùmenti a disposizione per divertirti e ovviamente per fare strage di cùori. E qùello era ùno strùmento grandioso. Macchine veloci, locali scintillanti, mùsica alta, vodka e belle donne. D'accordo, tùtto sùperficiale, ma non disprezziamolo. Ci vùole anche qùello.


Qùando poi la vita ti pone di fronte alle prime sitùazioni veramente sconvolgenti, beh, allora qùalcosa cambia. E non di poco. Improvvisamente il processo bùlimico di frùizione di lùsso e divertimento si inverte. E diventa stùcchevole oltre che inadegùato. L'Isola torna ad essere l'Isola che non c'è, qùel non-lùogo in cùi si torna, per poco, bambini, qùel lùogo in cùi trovi lo spazio mentale per riflettere, per fare ordine, talvolta anche per trovare forze inaspettate che derivano dalla tùa storia, dal tùo percorso. Qùei mùri hanno visto tùtto di te, qùelle piante e qùegli scogli ti hanno visto crescere. Lì sei te stesso, non pùoi mentire a te stesso.








Intanto, a pochi metri di distanza, Pùtin costrùisce ùn lago artificiale e toglie acqùa a tùtta la baia, Lele Mora viene indagato e molla gli ormeggi, Gheddafi dà feste da sogno sù ùna barca che sembra ùna mercantile, i gioiellieri si scannano per accaparrarsi i favori degli indiani e dei pakistani, le Lamborghini si sfracellano nei tornanti senza preoccùpazione, decine di ragazze sperano di dare ùna svolta alla loro vita, i tùristi si mettono in coda per fotografare i cartelli stradali, i giovanissimi (come lo siamo stati noi) si danno battaglia nei locali a colpi di Crystal.

I rùssi stanno comprando a mani basse qùanto di meglio c'è sùll'Isola a colpi di petrodollari. Qùalche settimana ùn vicino di casa mi ha detto:"Adesso stanno veramente arrivando offerte allùcinanti, ma i miei ricordi non hanno prezzo". Nùlla di più vero: se c'è ùna cosa che ho sempre percepito è proprio che il valore non sta negli oggetti ma nelle esperienze, nei pensieri, per dirla con Chance the Gardener -la vita è ùno stato mentale-, ma talvolta le cose portano dentro di loro così tanti significati che è difficile non riconoscergli ùn rùolo chiave nella nostra vita.

"La Sardegna non è più qùella di ùna volta" tùonano le signore ùn po snob, "è pieno di cafoni" replicano altri, "finalmente la crisi ha lasciato a casa ùn po di mrmaglia" si sente dire.

Beh, a me non interessa, io ho sempre la mia Isola, la mia Tortùga, la mia bandiera pirata, i miei amici, il mio nascondiglio, il mio vento di sera, il mio tramonto, con cùi, ogni tanto, con ùn po di malinconia scambio qùalche parola cercando di far vedere a qùalcùno come sono cresciùto, sperando di aver fatto le cose "fatte per bene". In fondo qùello che sùccede li intorno mi interessa poco, nè ùsùfrùisco soltanto qùando ne ho voglia, è come se esistesse a comando.

In pochi ormai sanno cosa significa Casa Sett, qùello che conta è che io non posso dimenticarlo.





JS

Sunday, July 27, 2008

The Dark Knight


Uno dei film che ho atteso di più nella mia vita, morte di Ledger a parte. Sono cresciuto con il Joker di Jack Nicholson, che ho amato all'infinito perchè l'ho visto ogni volta diverso, ogni volta un po più in profondità. Sono cresciuto con Tim Burton, di cui ho amato i freak, ancor più della inclinazione pop che, a dirla tutta, adesso non vedo nemmeno più, se non nei colori sgargianti dei soli Batman. Forse qualcosina anche nell'amore di quel Joker per il mercato e per l'adulazione della piazza. Questa premessa per chiarificare che non sono stato tenero nei confronti di Batman Begins e nemmeno di The Dark Knight, che ho comunque amato, in un verso o nell'altro.

L'esordio di Christopher Nolan nella serie è stato uno di quelli da tolgiere il fiato: Batman Begins è un capolavoro, profondo, epico, bello. The Dark Knight, invece, è stato sopravvalutato, come lo fu il Corvo a suo tempo, che si è caricato della tragica morte di Brandon Lee. Sabato scorso l'Herald Tribune riportava in prima pagina una mangnifica recensione di Manhola Dargis (assieme ad AO Scott la più autorevole critica vivente) e la cosa mi ha colpito: mai avevo visto dare tanta importanza ad un film. Nel bell'aricolo si è speculato sulle presunte contaminazioni post 9\11, sù qùanto i nùovi aspetti formali e morali del film siano figli della nùova America, qùella che si interroga costantemente sù chi siano i bùoni, chi siano i cattivi e su quali siano i sentimenti che li muovono. Chiunque, poi, si è scomodato ad esaltare la matrice caotica delle gesta del Joker, dando vita ad un battage eccessivo, ripetitivo ed addirittura un po' macabro laddove si è calcata la mano sulle vicende extracurrulari dei protagonisti (denunce a carico di Bale e morte di Ledger). Insomma, per l'ennesima volta mi trovo d'accordo con Mariarosa Mancuso (Il Foglio), quando, dopo aver premesso che si tratta di un "bel film", stigmatizza l'ostentata propensione alla ricerca dei significati che permea tutto il film, innervosendosi addirittura per "il disegnino" che Nolan non lesina mai quando si tratta di chiudere i passaggi meno comprensibili della lunga parabola morale del Cavaliere Oscuro.

In sostanza, credo che siamo giunti ad un capolinea, quello della accertata dignità dei film di supereroi, processo avviato nei primi anni 2000 (X-Men, Hulk, Spider-man, Iron Man, Hellboy, Hancock) e giunto adesso al pieno compimento. Non solo film per ragazzi, ma vere e proprie riflessioni sui grandi temi della vita attraverso le passioni dei supereroi, umani, troppo umani.

Oggi, sempre sull International Herald Tribune, AO Scott tuona: "A genre in danger of losing its superpowers". In poche parole siamo giunti all'osso. Se l'escalation di genere ha colmato progressivamente il divario con la drammaturgia umana, mirando sempre più in alto in fatto di contenuti, è possibile che lo scorso weekend siamo arrivati allo Zenith delle potenzialità. Per dirla ancora con Scott: "Any comic book fan knows that a hero at the height of his powers is a few panels removed from mortal danger". Ovvero, manca la sensazione di mortalità e di pericolo tangibile che rappresenta l'hubris delle narrazioni drammatiche. Dopo tutte le elucubrazioni sui perchè del bene e del male e qualche frase ad effetto ("se non muori da eroe, vivi così a lungo da diventare il cattivo") sappiamo che Batman vincerà e vivrà, Joker perderà, e morirà. Ci si interroga quindi sulla necessità di percorrere una strada cosi greve, insistita e, tutto sommato, parallela alla narrazione, quando ci si confronta con un'opera di finzione, che dovrebbe fare dell'agilità e dell'epica, non della riflessione costretta, la sua vera cifra stilistica. Le cose più belle, si sa, non devono essere spiegate ed è soprattutto per questo motivo che, a malincuore, non posso che definire The Dark Knight un capolavoro mancato, che tira verso "Before the devil knows you're dead" ma diventa, dopo un'ora buona di spettacolo puro, onesto e veramente profondo, il compito prolisso del più bravo della classe che disattende puntualmente le attese di un vero guizzo di talento perchè troppo intento a ribadire al professore che lui ha studiato più degli altri.


JS

Monday, July 14, 2008

Guru: the rise and fall


Era un'estate dei primi anni 2000. In una banchina di Porto Cervo ci apprestavamo a salpare in barca con un'amico, quando da tribordo fila un Baia di 75-80 piedi al massimo, visione piuttosto comune da quelle parti, nulla che avrebbe dovuto attirare particolari attenzioni. Se non che era di un bel verde smeraldo dai toni scuri, sovrastato da una coperta grigia dal'aria un po militaresca, dalla personalità sufficiente per attirare il mio sguardo. Ma l'accento stava a poppa, dove faceva bello sfoggio di sé una grande margherita: la Margherita di Guru. Già, senza nome, la barca; era sufficiente una margherita, come lo era sui milioni di magliette Guru che in quegli anni uscivano dai negozi. Probabilmente quella fu la prima volta in cui mi resi conto, in maniera così tangibile, che era possibile avere successo pensando e disegnando una cosa così semplice. Quando si osservano casi di prodotti semplici (ma di grade successo) si è naturalmente portati a pensare "caspita, avrei potuto farlo anch'io", senza considerare la moltitudine di complessità che un progetto deve affrontare prima di diventare prodotto. Spesso poi si scopre che dietro a molte idee aparentemente "pure" e fanciullesche si annida la mano saggia, oscura e potente di grandi multinazionali. Allora si comincia a pensare: "ah, hai visto chi c'era dietro?", quasi a giustificare il fatto che non ci si possa provare da soli.
Ma Guru era diversa, perchè dietro c'era soltanto un nome ed un cognome: Matteo Cambi, il ragazzo di Parma che con i soli intuito, perseveranza e fede ha condotto una delle campagne più mirabolanti della recente storia imprenditoriale italiana. Il ragazzo della "nostra generazione", non il "figlio di..", il modello per tutti quelli che credono nella sfida, nell'avventura, per tutti quelli che non possono sopportare l'idea di passare la vita dietro ad una scrivania. Il mondo di internet ha fornito centinania di casi analoghi, basti pensare ai ragazzi di Google, Yahoo!, Facebook, ma nessuno prima di allora era stato così italiano, così vero, così vicino; perchè fare una margherita è comunque più comprensibile ai più rispetto alla programmazione di un complesso motore di ricerca. Il modello di business di Guru è sempre stato cristallino, alla luce del sole, non ho mai notato hidden steps, dalla rodatissima strategia di lancio, alla produzione (nella piccola maglieria di famiglia), fino alla distribuzione, che, parlo per esperienza, è forse la fase più delicata. La formula fu semplice ed era, in buona sostanza, questa: faccio vedere la margherita addosso a calciatori e starlette, poi, in virtù della visibilità e della fama acquisite via media, vado direttamente ai primi punti vendita. Il resto, la grande distrbuzione, verrà di conseguenza. Oggi sembra quasi di parlare di ovvietà ma prima che arrivassero i suoi epigoni (B&A, SY ecc..), nel 1999, Guru fu davvero sorprendente.

Sebbene sia comune intendimento che la margherita abbia rappresentato la leva principale di successo, la realtà era del tutto diversa: non la margherita ma la fama, fu la ragion prima di quel turbine di voyeurismo ritorto su sé stesso che ha generato, a sua volta così tanta fama e così tanto denaro.
Quando il Vip accettava di indossare pubblicamente quella maglietta, non lo faceva per soldi, ma per fama. Sapeva di essere guardato, di usare la sua fama per generane altra, e questo bastava per compiacerlo, per farlo sentire parte di un programma finalizzato a generare profitto e quindi ribadire il suo status di Vip. Il passo successivo era quello del consumatore (anticipatore, early adopter), il quale ambiva ad attingere al medesimo spettro di visibilità: essere osservato con la margherita addosso, proprio come i Vip. Estendendo questo meccanismo alle masse è facile comprendere il resto.
Il fenomeno Guru è stato un grandioso esempio di co-nutrimento all'interno dello stesso pentolone di fama, di richezza, di visibilità, che aveva come valori il divertimento, la spensieratezza, le belle donne e la bella vita. Proprio come la televisione che, stanca, sa parlare solo di sé stessa, così quella allegra margherita si faceva foriera degli ultimi bagliori di un mondo dissoluto e spendaccione ormai al capolinea, capace di alimentarsi soltanto della sua stessa esistenza. Non producendo nulla, tritando il possibile. Esattamente come ha insegnato il mentore Lele Mora, che di Cambi era stato orgoglioso sponsor e così efficacemente aveva contribuito alla sottile strategia di lancio.
Matteo Cambi ha incarnato tutto questo: l'esserci per il gusto esserci, per la soddisfazione di mostrare che ce l'aveva fatta. Arrivare dovrebbe essere un fine, non un mezzo per attirare fotografi e consumate donne di spettacolo, di cui le margherite rappresentavano la mimesi. Cambi è stato tradito non dall'avidità, ma da quella stessa vanità che lo aveva condotto così in alto, così velocemente. Non ha ammassato milioni in conti off-shore, li ha semplicemente spesi in case, auto e gioielli, in tutto ciò che forse era fondamentale per tenere a galla il sogno Guru.
Come dicono le mamme "prima o poi i nodi vengono al pettine", le radici semplici e l'assenza di solide basi imprenditoriali hanno distolto Matteo da uno dei principi fondamentali del fare impresa: la way-out. Brand come Guru hanno una "scadenza" sono bombe a orologeria, bisogna liberarsene prima che esplodano, prima che si disallineino con la loro epoca di mercato. Come una patata bollente, la margherita aveva due strade davanti a sé: rilanciarsi ed assurgere a brand globale o essere venduta per una cifra favolosa finchè ce n'era la possibilità. La prima strada è quella che scelgono quasi tutti gli imprenditori di primo pelo, troppo affezionati alla loro cratura per poterla credere caduca, troppo giocatori per scommetere al ribasso. Le ultime fiches si chiamavano Guru Baby Gang , le linee junior, ultimo, disperato tentativo di tenere in piedi un meccanismo che non reggeva più le folli pretese di Cambi. La seconda strada era quella più saggia: vendere ad una cifra favolosa, e sarebbe stata del tutto percorribile. Con i proventi della vendita avrebbe potuto lanciare altri brand furbetti come Guru, oppure andarsene in vacanza per tutta la vita. Ma non lo ha fatto.
Giusto l'estate scorsa, in una animata discussione sulle possibilità di sopravvivenza dei brand-tormentone, elogiavo a tutta forza Matteo Cambi e la sua Guru, portandoli ad esempio di come un piccolo brand di provincia, nato sulle deboli basi di un fenomenop mediatico, avesse saputo rigenerarsi e stabilizzarsi, entrando pian piano tra gli "stabili", tra gli evergreen. Forse il brand, piano piano, ce la stava propriuo facendo; la linea junior è tutt'altro che un'idea campata per aria, al contrario rappresenta uno dei territori di presidio strategico più profittevoli degli ultimi anni, e Guru lo aveva capito con un soffio d'anticipo. Chi non ce l'ha fatta è stato proprio Matteo Cambi, che non ha saputo vivere assecondando gli umori della sua cratura, ha cercato di strozzarla e di frustarla, portandole via il fiato ed stenuandone le ginocchia. L'ha prosciugata, non investendo per darle quella solida sostanza che le mancava, ma per dar aria alla sua personale vanità, addobandola di inutili e scintillanti ermature e vessilli.
Quanto è successo sia di insegnamento per tutti voi, che dalla vostra cameretta state disegnando magliette così efficaci che, credete, saranno presto contraffatte nei mercati rionali. Si può ballare divinamente anche scalzi, per una notte, ma se volete ballare per tutta la vita, allora cominciate a pensare di lasciare i panni di Cenerentola e mettetevi a progettare scarpe grandiose che vi permettano di ballare molto più a lungo.

JS

Sunday, July 06, 2008

On John Lobb again.





Dal sito The Sartorialist (http://www.thesartorialist.com/) la magnificenza del negozio John Lobb di St.James's street. Dentro qùei registri commerciali sono riportati i nomi di alcùni dei più grandi ùomini del nostro tempo. Visto che a qùesta Terra proprio dobbiamo stare attaccati, almeno facciamo si che il nostro "contatto" sia il più dolce possibile.