Monday, December 14, 2009

Cosa ci stiamo perdendo, parte 3: il cinema


Proprio quando stavo per comporre la classifica dei cinema più belli d'Italia - sicuro di quale sarebbe stato il numero uno - ho appreso della tragica chiusura del Cinema President di Milano, che dal Luglio scorso ha cessato la programmazione.

Il commercio globale, massificato, plastificato, sta mietendo una nuova vittima: il cinema monosala nel centro città. E' vero, alcuni ormai sono vetusti, decadenti, con audio pessimo e poltrone scomode, ma è altresì vero che tra questi si nascondevano perle di rara bellezza, come il President di Largo Augusto. Il cinema più bello che abbia mai visto. La passione autentica dietro al President portava a selezionare soltanto pellicole di prim'ordine, non quei boriosi e noiosi film d'essai, ma quei "capolavori commerciali2 che sanno strizzare l'occhio al blockbuster nonostante la ferma autorialità. Lì ho seguito Woody Allen, accompagnato l'evoluzione di Sofia Coppola e goduto dell'alterità di Jim Jarmush. L'esperienza comincia all'ingresso, dove - dopo avere disceso una larga scala di valluto - la bigliettaia ti offriva una fotocopia con una mini press-release del film, con trama e critiche ricevute. Non un volantino pubblicitario, ma la loro testimonianza di ricerca e di interesse nei cofronti di ciò che ti stavano vendendo. L'estasi, poi, arrivava una volta giunti nella hall: design di chiara ispirazione mid-60's, linee piacevolmente curve, velluti, stampe optical, colori del sottobosco, attenzione al dettaglio, amore per il bello. Una hall che sembrava il salotto di casa. Bagni che avrebbero dovuto essere menzionati spesso nelle riviste di design e di decorazione di interni, da tanto erano belli, con i loro specchi tondi ed i loro mosaici blu. Niente folla, niente schiamazzi, niento code, niente pop-corn a terra, perchè anche le frequentazione del President erano di un certo livello culturale. Per lo più signori e signore ben vestite, ragazzi per bene, persone composte, silenziose, dall'aspetto gradevole. La sala era ampia, ma non grandissima, anche se con un ottimo impianto sonoro. Le poltrone di velluto, con ogni probabilità, più comode del vostro divano di casa.

Un capolavoro di design, di misura, di intimità, di educazione, di amore per il cinema, che prima di salutare i suoi ospiti ,portava all'attenzione una frase impressa sull'architrave dell'uscita: "Un grande film comincia quando si esce dalla sala".


JS

Saturday, November 28, 2009

Dubai: a tale of broken dreams

Panorama di Portofino


Panorama di Dubai

Quando perdo tempo nel cercare nuovi posti per possibili investimenti immobiliari, mio papà mi dice spesso: "Ci sarà pur un motivo se certi posti famosi si trovano proprio lì dove sono". Ovvero, Portofino, Sankt Moritz, Capri eccetera, sono così famosi, così cari, così esclusivi perchè si trovano effettivamente in località meravigliosamente belle. E' proprio questo il motivo per cui i valori immobiliari di Porto Cervo sono superiori a quelli di Golfo Aranci, così come è questa la differenza tra Sankt Moritz e Bever, Portofino e Santa Margherita, Saint Tropez e Juan-les-Pins. Se questi famosi luoghi di villeggiatura sono stati edificati e frequentati per secoli dal "bel mondo" - da chi poteva spendere di più - è perchè erano i posti più belli dal punto di vista naturalistico. Se devo insediarmi in una zona montuosa, perchè non scegliere quella con le montagne ed i laghi più belli? Se devo passare le vacanze al mare, perchè non scegliere il posto con l'acqua, le rocce ed i tramonti più belli? In fatto di vacanze, quindi, la natura viene prima di tutto. I servizi, poi, anch'essi necesari, vengono dopo. Il valore dell'investimento immobiliare, quindi, è tanto più sicuro quanto più la località è ancorata valori intrinseci reali e protetti da governi assennati. Il paradiso terrestre africano, per esempio, oltre che essere rischioso dal punto di vista sanitario, difficilmente offrirà le garanzie necessarie per un investimento a lungo termine. Queste garanzie, oltre che naturalistiche, devono essere di ordine politico-economico, ovvero lo Stato in questione dovrà dimostrarsi propenso alla stabilità anche in fatto di legislazione e condotta interna. Sicurezze che distinguono un investimento sicuro da un investimento-kamikaze. E' ovvio, uno chalet a Suvretta è molto meno economico della sua controparte rumena o lappone, ma la sicurezza di rivalutazione perenne dell'investimento è altresi molto diversa. La formula aurea, quindi, è natura più contesto politico-economico.


Acqua sarda


Acqua di Dubai Marina

Tutta questa premessa per arrivare al triste punto di oggi: il presunto crack di Dubai World, la holding che controlla tutti gli investimenti, nazionali ed esteri, dell'emirato, compreso Nakheel, la società di costruzione responsabile dei progetti Palm, The World, e numerosi altri. I mercati finanziari del mondo, da due giorni a questa parte sono stati scossi dalla notizia che Dubai World ha posticipato la restituzione degli enormi debiti cui ha dovuto far fronte per rendere possibile lo scempio culturale, naturalistico e finanziario che è sotto gli occhi del mondo. Facciamo un passo indietro. Perchè Dubai ha voluto costruire questa enorme cattedrale nel deserto? Semplice, perchè credevano di assorbire così il loro futuro senza petrolio, risorsa di cui Dubai, tra l'altro, non è nemmeno così ricca. Il piano era, e resta fino a prova contraria, quello di costruire da zero un parco giochi per milionari e star in pensione, fatto di ville, golf, yacht, porti ed alberghi dal lusso senza precedenti. Il tutto in mezzo al niente. Da una parte un mare piuttosto brutto - le spiagge sono state ricreate artificialmente perchè in origine c'erano sassi e melma - dall'altra il deserto. Quello vero, quello caldo, quello che si estende a perdita d'occhio. A confronto Las Vegas sembra Lerici. La promessa di un mondo fatato in cui tutto è possibile ha stimolato fin da subito l'immaginazione esotica di calciatori e medici chirurghi ed attratto parecchi investitori. I prezzi erano tutto sommato contenuti e c'era una soluzione per tutte le tasche. Palm Jumeirah si è venduta bene e piuttosto in fretta, cosi come le proprietà di Dubai Marina, l'esclusiva zona del porto. Per tre-quattro anni tutti volevano provare Dubai, assaggiare di cosa era fatto, qualcuno ha comprato, qualcun'altro si è goduto una settimana al Burj-al-Arab, l'albergo più lussuoso del mondo. Una torre che sbuca dal nulla, tra melma e acqua sporca. Sull'onda dell'entusiasmo iniziale molti altri, ambiziosissimi, progetti sono partiti: altre Palm, The World, il Parco Preistorico e centinaia di condomini. Il risultato, come è evidente, è stato disastroso. Complice la recessione mondiale, l'enorme offerta non è stata più supportata da solidi dati di vendita ed avere proprietà invendute significa non soltanto deprezzare le medesime, ma anche svalutare tutto il comparto immobiliare. Ecco, in parole povere, come sono finiti i soldi a Dubai.
Adesso dovrebbe essere più chiaro il motivo della lunga premessa sui luoghi del turismo storico. A Dubai c'è una bella natura? No. A Dubai c'è un clima socio-politico-economico simile all'occidente? No. Ecco perchè il livello di rischio di un'investimento del genere è altissimo. Certo, con operazioni simili, l'operatore esperto può realizzare enormi profitti comprando e vendendo al momento giusto, ma questo non può essere il modus operandi del padre di famiglia che cerca un investimento sicuro, in un posto in cui può godere della natura e dei servizi con la sua famiglia e che vuole vedere il suo investimento rivalutarsi - magari poco alla volta - costantemente di decennio in decennio. Non solo, quindi, a Dubai il paesaggio è orrido, ma si è fatto di peggio: si è cercato di andare contro natura, creando isole, monti, canali e spiagge. Un'aberrazione dietro l'altra.

Le domande che dovete porvi quando comprate un immobile in un posto, in città ma in particolar modo in luoghi di vacanza, è: sara ancora così tra dieci anni? rovineranno il paesaggio con costruzioni oscene? quali assicurazioni ho che il governo non disponga leggi o normative che possano alterare gli equilibiri immobiliari o le abitudini di chi frequent assiduamente questo posto? Ma soprattutto dovete chiedervi: assomiglia o ha le potenzialità per diventare la nuova Portofino o Sankt Moritz? Se non siete bravi a darvi queste risposte allora andate sul sicuro e optate per qualcosa che conoscevano anche i vostri nonni.

JS

Thursday, October 29, 2009

FOG - Fear of Google


E' già qualche anno che futurologi ed analisti della domenica si sperticano per elogiare l'eccezionale precisione delle anticipazioni di George Orwell a proposito dell'evoluzione voyeuristica del nostro mondo sociale. Fino a ieri tutto ciò sembrava più una forzatura di stampa che una reale minaccia, più un motivo per fare "trash talking" che una effettiva preoccupazione. Adesso le cose stanno cambiando molto rapidamente, ed il problema è che la maggior parte di noi (che ritiene già affrontata e sviscerata la problematica con la questione Orwell-Grande Fratello) non si rende conto della velocità e della potenza di questo cambiamento, e ancor peggio, sta perdendo la capacità di difendersi da questo flusso che, a grandi falcate, ci porterà a mettere la nostra esistenza in vetrina. Ma facciamo qualche passo indietro, cercando di capire come, passo a passo, abbiamo perso la nostra privacy.

Il vero problema è stato la nascita di internet. Prima di essa esistevano gli investigatori (che dovevano seguirci per vedere cosa facevamo e chi frequentavamo) e gli intercettatori (che registravano le telefonate da telefono fisso e, poi, cellulare). Per essere oggetto di interesse da parte di questi signori era necessario aver fatto qualcosa in più che aver cercato la parola "bomba" su un motore di ricerca, ve lo assicuro. Poi è venuta intenet, che comunque, prima di diventare pericolosa ha vissuto un quinquennio di adattamento, in cui era, oltre che poco potente, molto poco diffusa. Pertanto individuo il momento di rottura al momento in cui le nostre mamme e papà (baby boomers), i nostri professori e le nostre "amiche sceme" hanno cominciato a considerare la rete esattamente come il caffè: necessario, fin dal mattino. Da quel momento "loro" (la rete, quindi chiunque) possono sapere cosa cerchiamo, cosa guardiamo, cosa scriviamo. Restava comunque valido il concetto che non tutti noi siamo di interesse pubblico-istituzionale. Le email e la cronologia internet della "Signora Gina" probabilmente erano e sono tutt'oggi di scarso interesse oltre che troppo frammentarie per essere utili "as a whole" per fini statistici. Internet rimaneva comunque UNO tra i tanti mezzi di comunicazione, assieme alla televisione, la stampa, i telefoni fissi e cellulari. Ecco , questo periodo, finito ormai qualche anno fa, egna la linea di demarcazione, rappresenta il grande equivoco: la stampa e la TV generaliste cominciano il loro battage fatto di reportage e copertine in cui si demonizza il novello Pericolo-Internet, la minaccia della lesione della privacy. Il mondo metabolizza il problema, crede di potersi facilmente difendere perchè le informazioni in gioco non sono poi così importanti. Chissenefrega, in fondo, se qualcuno sa che io mi interesso di esoterismo oche prenoto online un viaggio a Parigi. Avanti tutta! E la guardia viene abbassata proprio mentre quel processo si stava veramente impadronendo delle nostre vite con una serie di nuove tecnologie ed appicazioni che, a quel punto, venivano considerate del tutto normali e legittime: sto parlando della tecnologia VOIP (Skype) ma soprattutto di Facebook, quello che io chiamo "la rivincita delle nullità". Se Skype (per fortuna non ancora troppo diffuso) rappresenta soltanto un tassello in più nel controllo delle informazioni, Facebook invece è la droga per la massa che improvvisamente diventa persente in maniera permanente sulla rete, creando un database di dimensioni inimmaginabili a disposizione di chiunque ne sia interessato, cavalcando l'onda di entusiasmo dei nuovi utenti della rete post-MSN Messenger. Facebook è utilizzato da tutti, è la prima volta che gli amici dei nostri genitori fanno una cosa con noi, esattamente come noi. Il principio base di questo social network è la leva del personal-brand-awareness, ovvero lo stuzzicare il narcisismo insito in ognuno di noi. Ci sono persone che si illudono di rinvigorire e potenziare la propria immagine sociale attraverso storie abilmente costruite, fatte di dichiarazioni di status, di fotografie, di filmati. Mi è capitato più di una volta di avvertire un certo bisogno di esserci, da parte di qualche amico, in determinate situazioni: "dai, facciamo una foto" - si dice - come se la foto rappresentasse l'esistenza stessa di quel momento. Se non è su Facebook, insomma, non esiste. Questo ha dato modo a molte persone che credevano di vivere nell'ombra di costruirsi un "brand personale" ed ai più bravi (nozioni basilari di marketing aiutano moltissimo in questo senso) di crearsi addirittura un personaggio che viene spiato, imitato, invidiato. Per fare un altro esempio, mi è capitato più di una volta di intuire che il mio interlocutore sapeva perfettamente cosa avevo fatto l'estate prima e soprattutto chi avevo frequentato. Certe domande non si fanno più nell'era di Facebook. Moltissimi poi sono i casi di discronia, ovvero di gente che vuole dare un'immagine di sè diversa dalla realtà, perche FB dà modo a tutti di essere cantastorie. Tutto ciò però ha un prezzo, quello della certezza assoluta di non potere tornare indietro, di non poter cancellare nulla. Verba volant, bytes manent.

Bene, ricapitolando, oltre ad Ecelon, il grande orecchio della CIA, siamo controllati nelle chiamate VOIP, e nella vita di tutti i giorni, nella misura in cui lasciamo le nostre tracce su internet, in siti, social network e quant'altro. Al resto pensa Google, il vero pericolo di internet 3.0, quello del "flusso ininterrotto di informazioni".

Google ha un motore di ricerca, un provider di email (Gmail), le applicazioni Earth, Maps, Docs, un browser internet (Chrome), Youtube, e sta lanciando applicazioni formidabili come Google Voice e Google Wave (un sistema di condivisione che unisce messaggisitica, documenti o qualsiassi altra cosa). Si curamente ho dimenti cato qualcosa, ma è certo che questo "pacchetto" rappresenti il definitivo "pacchetto dello spione" e quel che è peggio è che si trova i piena fase evolutiva. Il sistema operativo Android può rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso. Android è un sistema operativo per telefoni cellulari e smartphone, in concorrenza con Symbian e Windows mobile e la sua vittoria sui rivali potrebbe essere la stoccata decisiva di Google nella battaglia della conoscenza. Internet, voce e localizzazione. Nulla rimarrebbe più fuori dalla loro portata. Il solo pensiare che un impiegatino di Google, mangiando una pizza rancida, possa farsi quattro risate cliccando sul mio file, accedendo cosi a buona parte della mia vita, mi terrorizza. Fear of Google, così il New York Times ha chiamato il fenomeno, che fortunatamente è stato rilevato, di psicosi collettiva da controllo delle informazioni. Non è Microsoft, ma Google, il vero gigante della rete.

Un altro rischio terribile è quello dell'assimilazione di Google con il concetto stesso di "conoscenza". Qui in Italia ci preoccupiamo della libertà di stampa, ignorando che la maggior parte delle persone oggi trovano quello che cercano su internet, non sui giornali e sempre meno in TV. La televisione è destinata a vedere ridimensionato drasticamente il proprio ruolo non appena sparirà la generazione delle "casalinghe non informatizzate", le uniche oggi ai margin del processo di informatizzazione. La TV scalerà progressivamente al ruolo di contenuti on-demand, sarà completamente integrata con internet, vivrà sulla Rete, integrata con il suo gigantesco flusso di informazioni, di preferenze, di contenuti, di tracciabilità. Già oggi in molto confondono Google con l'Oracolo di Delfi, ponendogli domande dirette, e credendo che le sue rispostre siano profetiche; Google Books (che prima avevo tralasciato) è mirato proprio a questo, a dare un sorta di legittimità culturale alle ricerche generiche. Pensate al pericolo di considerare verità tutto quello che si trova su internet. Non casualmente infatti la Rete è il luogo in cui tutte le teorie complottisitche, più o meno strampalate, trovano ascoltatori ed ingenui sostenitori.

Prepariamoci quindi a difendere la nostra privacy e la nostra conoscenza dal mostro della rete. Vedo già un domani in cui nasceranno società di Tutoring per la personale presenza su internet e per la consulenza sulla creazione di assetti di comunicazione protetti. La Internet Presence può avere molti lati posisitvi ma, per il momento pare evidente che i rischi prospettici siano di gran lunga più grandi. Ah, dimenticavo, questo blog è ospitato da Google.


JS


Tuesday, September 29, 2009

The September Movie Break | The Terror Issue: Calvaire, Vinyan, Donkey Punch

Ormai sembrerò diventato cultore dell'horror. Ma non è così, quando intravedo il talento gli corro dietro. Di pochi mesi fa è stato il post sulla nouvelle vague orrorifica francese (quella di Aja e Gens), adesso rinfoltita da una recentissima scoperta: Fabrice Du Welz in coppia con il suo scrittore Oliver Blackburn. I film sono tre, da vedere tutti. Io li ho visti in tre giorni consecutivi, seguendo l'entusiasmo.











Calvaire (2004): non ricordo come l'ho trovato ma è stato un'autentico sconvolgimento. Più inquietante di Martyrs, Calvaire narra la vicenda di un mediocre cantante da teatrino che sosta, causa guasto al furgoncino, nell'albergo sbagliato, nel villaggio sbagliato. Sembra il solito plot alla "Texas Chainsaw Massacre", gli ingredienti sono gli stessi, ma qui niente è come sembra. I punti di vista sono rovesciati: la vittima si trova a fronteggiare carnefici la cui visione del mondo è spostata, quasi sempre invertita; le loro malformazioni mentali agiscono all'unisono, producendo un viaggio (un calvario, appunto) nell'incubo più profondo, fatto di desolazione, emarginazione, deviazione. Il film sale d'intensità progressivamente: dopo una mezz'ora, a cui talvolta bisogna "resistere" nonostante siano da subito evidenti i talenti del regista, l'ultima parte è un crescendo di colpi ad effetto tremendi. Una sequenza su tutte, la resa dei conti finale, ripresa prependicolarmente alla stanza, è un gioiello visivo, di una forza spaventevole assai rara. Lo spettatore è totalmente smarrito dall'assenza di riferimenti razionali, sensazione totalmente condivisa soltanto con il martoriato cantante. Giusto per frvi capire: il protagonista viene chiamato da tutti "Gloria" o "puttana". Un agnello è consoderato essere un cane, quando non viene utilizzato per pratiche che ho addirittura vergogna a scrivere. Per stomaci veramente forti, Calvaire mette in mostra un talento visivo fortissimo ed un'indagine dell'incubo (con risvolti cristiani) spiazzante, dando vita al film più sconfortante che abbia mai visto. La notte stessa mi sono svegliato tre volte in preda agli incubi. Per davvero.







Vinyan (2008): a quattro anni da Calvaire, Du Welz torna con il suo personale Apocalypse now, che ovviamente ha goduto del vantaggio dei soldoni americani, tuttavia senza compromettere troppo quelle caratteristiche che lo hanno portato alla ribalta con Calvaire. Una coppia di coniugi perde un figlio durante lo Tsunami e decide di tornare a Bourma per ritrovarlo. Comincia così il loro viaggio nel terrore di una meravigliosa foresta popolata da bande di bambini. Che purtroppo per loro non sono i "bambini sperduti" dell Isola che Non C'e'. Ancora una volta Du Welz mette in scena un percorso interiore che piano piano perde adesione alla realtà, diventando uno stream cui i protagonisti possono soltanto sottostare. Costante rispetto a Calvaire rimane l'impotenza nei ocnfronti del destino, sembra che reagire non serva a nulla: l'unica strada per la salvezza è la redenzione attraverso il sangue, il riconoscimento della follia come male necessario per espiare la colpa. Emanuelle Béart, bellissima, mantiene la lucidità per poco più di quindici minuti, per poi mostrarsi arrendevole e congiunta con lo spirito dei bambini e della foresta.
Meno "gore" e meno stupefacente di Calvaire, Vinyan mantiene comunque un'ammirevole originalità, non cadendo mai nelle banalità del genere ed esibendo il solito bel talento visivo e sonoro. Un gioiellino, elegante e profondo.







Donkey Punch (2008): Diretto da Oliver Blackburn (scittore di fiducia di Du Welz) è decisamente il più convenzionale dei tre, nessuna grande idea, nè di soggetto nè di tecnica, ma una confezione superlusso per ricordare ai mestieranti americani che si può fare un teen-horror in maniera un po più colta. Tre ragazze, a Maiorca, vengono invitate a bordo di uno yacht da quattro ragazzi dell'equipaggio in licenza. La festicciola, si trasformerà in un incubo quando un incidente provocherà il cedimento nervoso ed una assurda sequenza di morti. Donkey Punch è un deja-vu per molti versi, ma la fotografia, le musiche e qualche volta le recitazioni, lo portano un pochino più in alto della media. Per metà sballone-erotico-adolescenziale (soft core, ma piuttosto esplicito), per metà splatter, con pugnalate, eliche trinciatutto e razzi sparati nel petto: il mix riesce, il film è godibile e fresco, specialmente nella prima parte. Da vedere così, come viene e col "sorriso". Ah, credo si trovi solo in lingua originale.

PS Donkey Punch è una leggenda metropolitana secondo cui, sferrando un colpo secco sul collo alla partner mentre si fa sesso improprio, si otterrebbe un prodigioso effetto.

JS






Friday, September 25, 2009

Cosa ci stiamo perdendo, parte 2: il mocassino


"-Era vera quella storia di Charlie Wallser?"
"- Non potrei giurare su ogni dettaglio ma è senz'altro vero che è una storia."



[No Country for Old Men]






I dettagli di questa storia sono passati di bocca in bocca, quindi non sono pronto a giurare sulla loro completa autenticità. Ma resta una storia. Eccola.
I mocassini, quelli che intendo io, non ci sono più. O meglio, così credevo fino a qualche settimana fa. Sconsolato, per anni, ho cercato di autoconvincermi che le inglesi (Crockett&Jones su tutte) fossero il meglio sulla piazza, che fossero le più prossime a quegli archetipi che ormai sono troppo saldamente impressi nella mia memoria per potere scendere a compromessi. Invece no, in fondo non mi sono mai andati giù. L'unica scelta percorribile è stata quella di custodire quelli del Nonno come gli ultimi esemplari di una specie estinta.
Qualche settimana fa un Cugino della vecchia generazione va a Parigi in visita, ed i Cugini della nuova generazione non possono far a meno di notare che porta dei mocassini meravigliosi. "Morbidissimi, leggeri, bellissimi". La notizia mi viene immediatamente riportata. Il Cugino "old school" è di certo un uomo molto elegante, ed i "piccoli Cugini" sono certamente ragazzi di buon gusto, quindi prendo l'insight per buona. "Sono fatti a mano, su misura a Firenze. Ve ne ordino subito qualche paio" -dice il Cugino-, e si scatena subito una folle rincorsa a quei mocassini.

Con un po di intelligence ben strutturata ottengo le informazioni necessarie e, battendo tutti sul tempo, sono il primo a trovarli. appena li ho visti ho sorriso. Il proprietario del negozio (che li fa arrivare da Firenze) mi avrà certamente preso per pazzo. Non sapevo che colore e che pelle scgliere, erano tutti bellissimi. Leggeri, affusolati, suola a filo. rfetti, anche se non per tutte le stagioni. Alla fine ne ho presi due, con la certezza che da lì a poco li avrei comprati tutti. Tornato a casa (ero in un periodo "defatigante" a Casa), li faccio vedere a mio padre: "Jacopo ma stai scherzando? Questi li ho anch'io. Non te ne eri accorto?". Li aveva trovati prima di me. ecco perchè erano cosi familiari.

Adesso un po di mitologia. I mocassini sono una riproduzione esatta del modello Arfango, celebre negli annisettanta, quando di Tod's ancora non vi era notizia. Il vecchio direttore creativo della Casa fiorentina li aveva riproposti, utilizzando marchi strani e sconosciuti (su internet nessuna traccia). Parlo al passato perché pare lui sia deceduto poco più di due mesi fa, lasciandoci di nuovo senza speranza.
I modelli, dotati della stessa "linea" sono tre: classici-formali, in pelle lucidata; sportivi, dal look invecchiato (un prodigio); e scamosciati. Il fil rouge che li unisce è la morbidezza, la linea sobria ed un sapore antico, che dà l'impressione vi portare ai piedi qualcosa che è vissuto prima di noi, qualcosa che non ha bisogno di essere usato per "invecchiare bene". Insomma, la migliore scoperta dell'anno.


JS



Sunday, September 13, 2009

Milan Vogue Fashion Night 2009: ambiguity.


Giovedì mi sono fatto un giro in bicicletta con fratello e cugini. Inizialmente per andare alla "festa" di Italia Independent, poi ho approfittato per dare un'occhiata in giro. Era la notte bianca della moda. Primo esperimento di un'iniziativa che, se da un lato è lodevole quantomeno per il tentativo di muovere qualcosa, dall'altro mi ha fatto quasi tenerezza. La sensazione era quella di aprire le porte a tutti, non per renderli partecipi del movimento quanto per cercare disperatamente di "fare cassa". La settimana della moda, quella vera, verrà tra poco e sarà chiusa come al solito. E' come se la moda chiedesse al suo pubblico di venirle in soccorso, comprando nel momento del bisogno, per poi sbattergli la porta in faccia alle sfilate ed alle feste che contano per davvero.

Il paragone con la Design Week sorge spontaneo, e non può che risolversi con un'ovvia constatazione: il design è vero e non si prende troppo sul serio; la moda per contro non riesce ad aprirsi completamente per quella sorta di elitismo estetico che la contraddistingue. L'altra sera sembrava di avvertire una specie di innervosimento da parte degli addetti ai lavori che, vedendo un tale confluire di "commoners" nel Quadrilatero, soffrivano per la profanazione dei loro templi.

E' un vero peccato, perchè la moda, come il design, è tra i valori più esclusivi che l'Italia detiene. Sono il frutto di due culture fatte di esperienza, artigianato, profonda conoscenza, tessuto industriale, clientele colte. Questi valori dovrebbero essere condivisi sulla base della passione, dell'interesse, non filtrate dal glamour e dalle copertine delle riviste. Il design riesce a sostenere la dicotomia tra gli "addetti ai lavori" ed il pubblico meno glamour, perchè gli estremi del suo sistema interno (aziende, designer, negozi, clienti) condividono gran parte degli obiettivi. Stanno dalla stessa parte della barricata, sono automaticamente esclusivi, comunicano tra loro in maniera efficiente perchè utilizzano lo stesso linguaggio e questo rende meno stridenti le loro occasioni d'incontro. La moda no, ed il motivo è chiaro: l'impresa moda, nella sua accezione multinazionale non può più prescindere dall'abbracciare tutte le fasce di consumatori, anche quelli che non reputa "all'altezza" di partecipare ai suoi baccanali.


JS

Tuesday, June 30, 2009

Invent




Su IHT ieri mattina Thomas Friedman (che quando non parla di "green" è ancora il mio scrittore preferito) ha puntualizzato la sua posiszione a proposito della direzione che gli Stati Uniti ed il resto del mondo devono prendere in reazione alla crisi economica. Il titolo, piuttosto diretto, era "Invent, invent, invent". Piuttosto che stampare banconote, secondo Friedman, sarebbe più utile tornare a stampare talenti in maniera significativa: Thomas Edison, Bill Gates, Sergei Brin,Larry Page, alcune delle proposte per un'intensa produzione seriale. I talenti, i cervelli, non gli stimulus pack, sono quelli che creano ricchezza reale e prospettiva. Per fare questo, ovviamente, bisogna puntare sull'istruzione di eccellenza, sulle Università, che non devono essere poste in concorrenza con le vicine di stato (nel caso degli USA), ma essere rapportate al benchmark più competitivo. Anche le università "first tier" devono pertanto continuare a spingere in alto la competizione, inseguendo il primo della classe.


Questo può sembrare un ragionamento del tutto logico, quasi banale, ma se ricondotto alla situazione italiana può davvero fare paura. L'assenza di competitività su scala internazionale è davvero preoccupante. In Italia ci bulliamo sostanzialmente di due università (Politecnico di Milano e Bocconi), quasi come se fossero due meraviglie, ma la realtà è un'altra: quello che noi consideriamo eccellenza, per il resto del mondo è magra normalità.


Credo che buona parte di questi problemi nasca dall'eccessiva estensione del numero degli atenei e dei corsi di laurea. Sebbene l'ampliamento della base degli studenti abbia portato ad un incremento dell'"alfabetizzazione", è altrettanto innegabile che la maggior parte delle istituzioni minori abbia creato un immensa massa di studenti poco qualificati e, ancor peggio, del tutto privo di obiettivi. La dinamica dello "studiare per forza" è quanto di più dannoso possa esserci per preservare la qualità degli insegnamenti. Forse l'istituzione di corsi di avviamento al lavoro sarebbe più utile per chi non ha le idee chiare al momento della scelta post-maturità, e restituirebbe un po' di aria al mercato del lavoro.




JS

Friday, June 26, 2009

The biggest Show on Earth: Jacko


E' stato una statua prima di morire. E' stato la più grande star che il mondo abbia mai conosciuto. Ha vissuto su questa terra come una divinità e per questo ha creato il suo Olimpo, Neverland: per preservare la sua natura messianica, troppo spesso scambiata per disequilibrio. La sua immagine ha dovuto perdere di concretezza; ancor prima della morte organica c'era stata la morte fisica, che ha fatto del suo corpo un mero mezzo per deambulare. Michael Jackson non era sè stesso, era la rappresentazione di sè stesso. Le immagini simboliche, i simulacri, il Pop, nella sua più vera rappresentazione, oltre Warhol, oltre Koons. Lui è stato più grande, perchè ha utilizzato sè stesso, nessun altro supporto, per permettere alla sua arte di esplodere. Le metarmorfosi della carne sono state soltanto il primo passo di avvicinamento verso quell'eternità che si era già guadagnato.

Jacko è stato il più grande Show mai portato sulla scena di questo piccolo mondo. Uno spettacolo che non cesserà mai di andare in scena, perchè già da molto tempo non aveva più bisogno di un corrispettivo umano.


JS

Saturday, June 20, 2009

One-bite Movie Break | Martyrs et l'école francaise


Così come Dario Argento ha rinnovato il registro dell'horror negli anni '70, i francesi, adesso, stanno tracciando la strada da seguire; tre prove su tutte sostengono questa tesi: Alta Tensione e Le Colline hanno gli Occhi, di Alexandre Aja e, Frontiers, di Xavier Gens. I primi due in particolar modo dimostrano che esiste una maniera "sottile" per rispondere alle nefandezze che provengono dagli Stati Uniti. La nuova frontiera dell'horror francese riporta il genere ad una dignità ed a una fruibilità più estese, tramite un modo di fare cinema che si cura della scrittura (personaggi e tempi) e della forma (le musiche sono sempre strepitose). I "mostri" non sono mai lì per offendere scriteriatamente e le vittime non sono mai lì a porgere le loro carni come agnelli sacrificali. In qualche modo è come se la lezione di Hostel fosse stata ascoltata, appresa ed elevata. In estrema sintesi direi che è proprio quell'aura di realismo e di verosimilità la vera cifra di questa sorprendente e piacevole corrente.


Dopo aver inquadrato il frame principale veniamo a Martyrs, il film che più di ogni altro darà la consacrazione alla scuola orrorifica francese, in quanto rappresenta, forse, la maturità del genere, il diamante che brilla di più, il cavallo che ha corso più veloce degli altri.

Martyrs non è soltanto un grande horror, è un grande film che ridefinisce da cima a fondo gli standard del genere. E' un film colto, profondo, crudo e scioccante; nonostante la stordente quantità di sangue non si riesce a togliere lo sguardo dallo schermo. L'attenzione per il dettaglio, l'amore per la verosimiglianza e, al contempo, il desiderio di trascendenza, sono mescolati con continuità, come in un viaggio verso la fine, che essa sia la morte o Dio. L'ascesi (che è poi il vero punto del film) non è soltanto raccontata, ma dimostrata: in una serie di passaggi, tremendi ma anche struggenti, gli autori portano lo spettatore per mano fino alla loro tesi finale, che, ad oggi, è anche la più credibile ed emozionante rappresentazione di Dio che abbia mai visto.

Lo so, sembrano "parole grosse" ma vi assicuro che Martyrs vi lascerà qualcosa che difficilmente dimenticherete.

Riportando la trattazione su toni più pragmatici, la più grande trovata narrativa sta nel drastico cambio di prospettiva che, verso la metà del film, vira completamente il punto di vista, dopo la morte della "protagonista". L'ultima volta che ho visto maneggiare con tanta cura una sterzata così drastica è stato alla morte di Janet Leigh in Psycho. E ho detto tutto.

Se proprio, poi, vogliamo trovare il pelo nell'uovo, allora diciamo che l'unico piccolo difetto sta, forse, nell'eccessiva lunghezza di uno-due passaggi e in qualche indugio di troppo quando il ritmo richiedeva un po di combustibile.

resta comunque una prova di assoluto spessore artistico e narrativo che, anche se vi inorridirà, merita di essere gustata a nervi tirati.


Wednesday, June 10, 2009

The Magaziner | IL: Intelligence in Lifestyle



Il mio nome è Edoardo Bonaccorsi e "The Magaziner" è la rubrica che curerò all'interno di "Life is a Show"; cos'è? Semplice, prendo un magazine (se mi gira anche un quotidiano) e ve lo recensisco. Un modo per scoprire lati nascosti dell'editoria nazionale ed internazionale, o per vedere sotto un diverso punto di vista qualcosa che abbiamo ogni giorno tra le mani. Esattamente come si fa per i dischi. Recensione e voto (in base 5 stellette, proprio come per i dischi).

IL: Intelligence in Lifestyle - Il maschile del "Sole 24 ORE".
Paese: Italia - Stellette: 4,5/5
Periodicità: mensile

Quando l'estate scorsa ho avuto tra le mani il primo numero di IL mi son detto "per essere un magazine ad alta tiratura non sembra essere italiano". Ed è esattamente la prima cosa che ti viene da pensare avendolo tra le mani. Diciamo pure le cose come stanno: è il miglior mensile italiano.

Prendete una buona dose di Monocle, aggiungete More Intelligent Life dell'Economist e condite con una spruzzatina di L'Europeo, dell'edizione domenicale del Sole 24 ORE e degli articoli apolitichi de Il Foglio. Dimenticavo, visto che ci siete prendete pure Class e bruciatelo nel caminetto, che fa una bella fiamma. In poche parole IL è apparentemente perfetto.

La grafica è eccezionale, pulita che sembra essere quella di Monocle, ma con quel vezzo pop in più che toglie quell'aria perfettina un po' antipatica del mensile di T. Brulè.

Gli articoli son tutti di approfondimento, risultano molto interessanti anche se la maggior parte di loro manca di una vera carica giornalistica: sotto sotto resta sempre un maschile.

Questo in fondo è l'unico motivo che mi ha portato a non dare tutte le 5 stellette, tuttavia la perfezione è antipatica, brutta, noiosa; quindi IL – non essendo perfetto – è assolutamente perfetto.