Tuesday, June 30, 2009

Invent




Su IHT ieri mattina Thomas Friedman (che quando non parla di "green" è ancora il mio scrittore preferito) ha puntualizzato la sua posiszione a proposito della direzione che gli Stati Uniti ed il resto del mondo devono prendere in reazione alla crisi economica. Il titolo, piuttosto diretto, era "Invent, invent, invent". Piuttosto che stampare banconote, secondo Friedman, sarebbe più utile tornare a stampare talenti in maniera significativa: Thomas Edison, Bill Gates, Sergei Brin,Larry Page, alcune delle proposte per un'intensa produzione seriale. I talenti, i cervelli, non gli stimulus pack, sono quelli che creano ricchezza reale e prospettiva. Per fare questo, ovviamente, bisogna puntare sull'istruzione di eccellenza, sulle Università, che non devono essere poste in concorrenza con le vicine di stato (nel caso degli USA), ma essere rapportate al benchmark più competitivo. Anche le università "first tier" devono pertanto continuare a spingere in alto la competizione, inseguendo il primo della classe.


Questo può sembrare un ragionamento del tutto logico, quasi banale, ma se ricondotto alla situazione italiana può davvero fare paura. L'assenza di competitività su scala internazionale è davvero preoccupante. In Italia ci bulliamo sostanzialmente di due università (Politecnico di Milano e Bocconi), quasi come se fossero due meraviglie, ma la realtà è un'altra: quello che noi consideriamo eccellenza, per il resto del mondo è magra normalità.


Credo che buona parte di questi problemi nasca dall'eccessiva estensione del numero degli atenei e dei corsi di laurea. Sebbene l'ampliamento della base degli studenti abbia portato ad un incremento dell'"alfabetizzazione", è altrettanto innegabile che la maggior parte delle istituzioni minori abbia creato un immensa massa di studenti poco qualificati e, ancor peggio, del tutto privo di obiettivi. La dinamica dello "studiare per forza" è quanto di più dannoso possa esserci per preservare la qualità degli insegnamenti. Forse l'istituzione di corsi di avviamento al lavoro sarebbe più utile per chi non ha le idee chiare al momento della scelta post-maturità, e restituirebbe un po' di aria al mercato del lavoro.




JS

Friday, June 26, 2009

The biggest Show on Earth: Jacko


E' stato una statua prima di morire. E' stato la più grande star che il mondo abbia mai conosciuto. Ha vissuto su questa terra come una divinità e per questo ha creato il suo Olimpo, Neverland: per preservare la sua natura messianica, troppo spesso scambiata per disequilibrio. La sua immagine ha dovuto perdere di concretezza; ancor prima della morte organica c'era stata la morte fisica, che ha fatto del suo corpo un mero mezzo per deambulare. Michael Jackson non era sè stesso, era la rappresentazione di sè stesso. Le immagini simboliche, i simulacri, il Pop, nella sua più vera rappresentazione, oltre Warhol, oltre Koons. Lui è stato più grande, perchè ha utilizzato sè stesso, nessun altro supporto, per permettere alla sua arte di esplodere. Le metarmorfosi della carne sono state soltanto il primo passo di avvicinamento verso quell'eternità che si era già guadagnato.

Jacko è stato il più grande Show mai portato sulla scena di questo piccolo mondo. Uno spettacolo che non cesserà mai di andare in scena, perchè già da molto tempo non aveva più bisogno di un corrispettivo umano.


JS

Saturday, June 20, 2009

One-bite Movie Break | Martyrs et l'école francaise


Così come Dario Argento ha rinnovato il registro dell'horror negli anni '70, i francesi, adesso, stanno tracciando la strada da seguire; tre prove su tutte sostengono questa tesi: Alta Tensione e Le Colline hanno gli Occhi, di Alexandre Aja e, Frontiers, di Xavier Gens. I primi due in particolar modo dimostrano che esiste una maniera "sottile" per rispondere alle nefandezze che provengono dagli Stati Uniti. La nuova frontiera dell'horror francese riporta il genere ad una dignità ed a una fruibilità più estese, tramite un modo di fare cinema che si cura della scrittura (personaggi e tempi) e della forma (le musiche sono sempre strepitose). I "mostri" non sono mai lì per offendere scriteriatamente e le vittime non sono mai lì a porgere le loro carni come agnelli sacrificali. In qualche modo è come se la lezione di Hostel fosse stata ascoltata, appresa ed elevata. In estrema sintesi direi che è proprio quell'aura di realismo e di verosimilità la vera cifra di questa sorprendente e piacevole corrente.


Dopo aver inquadrato il frame principale veniamo a Martyrs, il film che più di ogni altro darà la consacrazione alla scuola orrorifica francese, in quanto rappresenta, forse, la maturità del genere, il diamante che brilla di più, il cavallo che ha corso più veloce degli altri.

Martyrs non è soltanto un grande horror, è un grande film che ridefinisce da cima a fondo gli standard del genere. E' un film colto, profondo, crudo e scioccante; nonostante la stordente quantità di sangue non si riesce a togliere lo sguardo dallo schermo. L'attenzione per il dettaglio, l'amore per la verosimiglianza e, al contempo, il desiderio di trascendenza, sono mescolati con continuità, come in un viaggio verso la fine, che essa sia la morte o Dio. L'ascesi (che è poi il vero punto del film) non è soltanto raccontata, ma dimostrata: in una serie di passaggi, tremendi ma anche struggenti, gli autori portano lo spettatore per mano fino alla loro tesi finale, che, ad oggi, è anche la più credibile ed emozionante rappresentazione di Dio che abbia mai visto.

Lo so, sembrano "parole grosse" ma vi assicuro che Martyrs vi lascerà qualcosa che difficilmente dimenticherete.

Riportando la trattazione su toni più pragmatici, la più grande trovata narrativa sta nel drastico cambio di prospettiva che, verso la metà del film, vira completamente il punto di vista, dopo la morte della "protagonista". L'ultima volta che ho visto maneggiare con tanta cura una sterzata così drastica è stato alla morte di Janet Leigh in Psycho. E ho detto tutto.

Se proprio, poi, vogliamo trovare il pelo nell'uovo, allora diciamo che l'unico piccolo difetto sta, forse, nell'eccessiva lunghezza di uno-due passaggi e in qualche indugio di troppo quando il ritmo richiedeva un po di combustibile.

resta comunque una prova di assoluto spessore artistico e narrativo che, anche se vi inorridirà, merita di essere gustata a nervi tirati.


Wednesday, June 10, 2009

The Magaziner | IL: Intelligence in Lifestyle



Il mio nome è Edoardo Bonaccorsi e "The Magaziner" è la rubrica che curerò all'interno di "Life is a Show"; cos'è? Semplice, prendo un magazine (se mi gira anche un quotidiano) e ve lo recensisco. Un modo per scoprire lati nascosti dell'editoria nazionale ed internazionale, o per vedere sotto un diverso punto di vista qualcosa che abbiamo ogni giorno tra le mani. Esattamente come si fa per i dischi. Recensione e voto (in base 5 stellette, proprio come per i dischi).

IL: Intelligence in Lifestyle - Il maschile del "Sole 24 ORE".
Paese: Italia - Stellette: 4,5/5
Periodicità: mensile

Quando l'estate scorsa ho avuto tra le mani il primo numero di IL mi son detto "per essere un magazine ad alta tiratura non sembra essere italiano". Ed è esattamente la prima cosa che ti viene da pensare avendolo tra le mani. Diciamo pure le cose come stanno: è il miglior mensile italiano.

Prendete una buona dose di Monocle, aggiungete More Intelligent Life dell'Economist e condite con una spruzzatina di L'Europeo, dell'edizione domenicale del Sole 24 ORE e degli articoli apolitichi de Il Foglio. Dimenticavo, visto che ci siete prendete pure Class e bruciatelo nel caminetto, che fa una bella fiamma. In poche parole IL è apparentemente perfetto.

La grafica è eccezionale, pulita che sembra essere quella di Monocle, ma con quel vezzo pop in più che toglie quell'aria perfettina un po' antipatica del mensile di T. Brulè.

Gli articoli son tutti di approfondimento, risultano molto interessanti anche se la maggior parte di loro manca di una vera carica giornalistica: sotto sotto resta sempre un maschile.

Questo in fondo è l'unico motivo che mi ha portato a non dare tutte le 5 stellette, tuttavia la perfezione è antipatica, brutta, noiosa; quindi IL – non essendo perfetto – è assolutamente perfetto.

Thursday, June 04, 2009

David Carradine: Kill Bill


Oggi è morto David Carradine.
Non sono mai stato un amante del genere di film in cui lui spadroneggiava. L'ho conosciuto come Bill.
"Bill" è morto e mi piace pensare che a farlo sia stata Black Mamba.


JS

Monday, May 18, 2009

Affluence.org: senza parole


Questa volta non so proprio cosa dire.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad iscrivermi ad un social network che si chiama Affluence.org. Dopo aver letto la mail di presentazione mi ero quasi convinto che fosse spam, o uno scherzo, perchè più o meno recitava così (in inglese): sei stato invitato a partecipare al nostro esclusivo network di milionari, che ti darà accesso a privilegi di vario genere, da un servizio di concierge ad inviti per qualsiasi evento sul pianeta, oltre che permetterti di essere in contatto diretto con altri membri "affluenti" come te.

Ma la parte più bella è questa: per iscriversi è necessario avere un household income di almeno 300.00 euro o un net worth complessivo almeno 3 milioni. Saranno fatte verifiche a proposito del tuo status.

Allora ho googlato la community ed ho visto che non era uno scherzo, la cosa esiste per davvero, e sono sconvolto. Almeno, però, qui lo dicono chiaro: gli interessa soltanto che tu sia milionario.

Miracoli (e aberrazioni) della rete.

Vi farò sapere.


JS



Friday, May 08, 2009

Premium for independence vs. merge to survive


Prima di tutto come la penso io: è da tempi non sospetti che dico che l'indistria dell'auto è fallata, viziata all'origine. Il settore ha assunto un ruolo troppo importante (dal punto di vista occupazionale e di contribuzione al GDP) in relazione al prodotto che commercializza. Il mercato dell'auto è cronicamente ciclico, quando va male si mangia il grasso che produce quando va bene. Il vizio alla base è il seguente: per quale motivo un individuo deve cambiare auto in continuazione? E soprattutto, perchè lo deve fare se la sua automobile continua a funzionare bene? Quello che si è creato è un gigantesco misunderstanding, creato ad arte, che assimila il cambio di auto al cambio di vestiti. Moda e status, insomma. Io ho una BMW da nove anni, è ancora bellissima, tenuta perfettamente, e non ho nessuna esigenza di cambiarla, fin tanto che continua a fare il suo lavoro. Era bella quando l'ho comprata, e continua ad esserlo oggi. Fu pagata in contanti, chi me l'ha regalata poteva permettersela. Nessuna rata, nessun leasing, quella macchina non fa parte del meccanismo per il quale "ad un certo punto ti conviene cambiarla, sennò non vale più niente". Mio fratello ha una BMW, più nuova della mia, e ricordo distintamente che quando la vidi percepii subito una differenza sostanziale: nel giro di pochi anni BMW aveva cambiato strategia, aumentando la tecnologia e riducendo il valore intrinseco dell'auto in termini di finiture, materiali e lusso percepito. Aveva aperto a fette di mercato più larghe, con modelli più "economici", che in quel momento erano in non plus ultra. Ma erano destinati ad invecchiare presto. Erano, e sono, auto "a scadenza programmata". Sia dal punto di vista teconologico, ma soprattutto dal punto di vista estetico. Tra poco quella BMW sembrerà vecchia. La mia invece, che vecchietta lo è per davvero, manterrà sempre quella linea solida ed austera con quale era stata concepita. Vi faccio un altro esempio. Avete presente la Mercedes SL? Bene, mio nonno ne aveva una, del 1972, meravigliosa, mai una notte fuori dal garage, perfetta, immortale. Quel modello è durato vent'anni. Quello dopo soltanto 10, e l'attuale si avvia alla sostituzione in meno di 5. Magari sbaglio un po gli anni, ma il concetto resta. Le case automobilistiche "premium" avevano cambiato strategia. Volevano entrare in tutte le fasce di mercato, volevano fare firmare cambiali e contratti di leasing a tutti, e per sostenere il giochino dovevano cambiare in fretta i modelli: rendendoli presto oboleti costringevano a sottoscrivere nuovi leasing e così via. Provate a chiedere a vostro nonno, o anche a vostro padre, in quanti possedevano BMW o Mercedes ai loro tempi. Sono sicuro che vi risponderanno: "certamente meno di adesso". Credo che tutto ciò abbia molto a che fare con la "cescita ad ogni costo", ma questo è un terreno molto più complesso ed io non sono certamente la persona migliore per affrontarlo.

Veniamo a ieri. Due articoli su IHT: il primo "BMW puts a premium on independence", il secondo "Fiat in talks to buy GM's european operations", delineano chiaramente due strategie opposte. Da un lato Marchionne sostiene che non si può sopravvivere con meno di 6 milioni di auto vendute, dall'altro BMW auspica un ritorno alle origini, puntando sul ripristino dei vecchi valori (lusso e qualità) e sull'indipendenza. Difficile stabilire chi avrà ragione, perchè forse, tra due-tre anni, l'auto tornerà a "tirare" e allora Fiat-Chrysler-Opel-GM sfrutteranno le loro sinergie e torneranno a godere del ciclo positivo. O forse avrà ragione BMW, che, in virtù della sua indipendenza, riuscirà a sopportere meglio il prossimo slump. Una cosa è certa: più grande è la nave, più soldi ci vogliono per tenerla a galla quando affonda. Pensate se, nel prossimo ciclo negativo, dovessimo salvare (con soldi pubblici) un gigante come quello che si prefigura dalle fusioni pilotate da Fiat. Sarebbe una tragedia di dimensioni inimmaginabili. Molto probabilemte nessuno avrebbe le risorse per salvarlo dalla bancarotta. Trovo che tutto ciò sia molto pericoloso, e sembra che questa crisi non ci abbia proprio insegnato niente. Il mercato dell'auto è dopato, non commercializza beni di prima necessità e per questo sarà sempre esposto ai cicli economici in maniera massiccia. Quello che ci vorrebbe adesso è un'ennesima presa di coscienza, bisognerebbe ridurre piuttosto che ingigantire, razionalizzare piuttosto che "cartolarizzare", bisognerebbe costruire auto migliori, che inquinino di meno e durino di più. Un downsizing dell'industria dell'auto sarebbe doloroso, sì, ma sarebbe un passo importante per riportare tutto alla sua misura naturale.



JS

Wednesday, May 06, 2009

Montecarlo: vacationland







Era da un po' di tempo che non tornavo a Montecarlo; lo scorso weekend ci siamo stati in barca, ospiti di un caro amico. Due notti in rada, la prima a Saint Jean-Cap Ferrat, la seconda a Villefranche. Terza e quarta notte a Port Hercule, il porto di Montecarlo. Sebbene il nostro armatore sia un esterofilo convinto, non ho potuto esimermi dal paragonare quel bellissimo lembo di costa con la sua prosecuzione italiana, quella ligure. Quello che emerge è che i paesini, in sé, sono nettamente meno belli: dal punto di vista del patrimonio artistico-architettonico non ci sono paragoni, Portovenere, Portofino, le Cinque Terre, Lerici e così via, hanno un respiro diverso, uno charme superiore. Il punto, però, è che sono meno curati, secondo l'antica (e purtroppo reale) diceria secondo cui i francesi sano vendersi meglio, anche laddove il materiale a disposizione è proprio modesto.



Monaco, e Montecarlo, però sono un'altra storia: la più grande percezione che ho avuto è che lì tutti siano in vacanza da una vita, che nessuno lavori. Rispetto ad altri posti di vacanza internazionali, come Porto Cervo o St.Moritz, dove risulta chiaro che i villeggianti siano in vacanza "a tempo", tra un CDA ed un'altro, a Montecarlo, guardando la gente negli occhi, si avverte che il giorno dopo non andranno in ufficio. MC è un'isola per godersi eredità e pensioni dorate.



Alcune rilevazioni spicciole:






-Gli alberghi cambiano nome ma non appeal: Le Meridien e Fairmont, in perfetto stile americano, sembrano terminal aeroportuali.



-Supercar a profusione, ma su tutte svettano Rolls-Royce, Bentley e Ferrari.



-Sfatiamo la leggenda secondo la quale la polizia sarebbe molto ferrea nel perseguire gli emuli di Schumacher: la Maserati con cui ci spostavamo (guidata da "professionisti" ndr) ha percorso vivacemente il tracciato di F1, più di una volta, e per di più già allestito per ospitare il prossimo Grand Prix.



-L'Atlantis, storico yacht della famiglia Niarchos, ed il Pacha III, dei Grimaldi, sono due meraviglie, anche se opposte per il messaggio che portano. Il primo è un'autentica manifestazione di potenza (105mt, fu la risposta al Christina di Onassis), il secondo un gioiellino intriso di tradizione, leggerezza, eleganza.



-Al Sass, piano bar che tira molto tardi, il bar è rivestito da bottiglie di vodka con un cartellino sopra: è il nome del cliente e la data di acquisto, così che la sipossa dilazionare a piacimento.



-Per quanto riguarda le "Vodka Wars", la battaglia monegasca è stata vinta (e largamente) da Grey Goose. I francesi, qui, hanno sicuramente dettto legge.



-Il Jimmy'z è un gran bel locale, ben frequentato e divertente. Peccato per il servizio penoso, soprattutto se rapportato a quanto è caro.






Weekend divertente, comunque, e decisamente sopra le righe, ma qui il racconto non può proseguire.






JS






Saturday, April 25, 2009

Salone del mobile 2009: a brief report


Anche se forse non dovrei dirlo, quest'anno non sono andato in Fiera a Rho. Ho preferito vivere il Salone da fuori, o meglio da dentro. Forse perché ultimamamente sono meno interessato ai progetti e molto di più a ciò che succede alle loro spalle.


Veniamo subito alle buone notizie: come saprete già il clima economico internazionale mi ha preoccupato più del dovuto, in questi mesi si è sentito dire di tutto, improvvisamente sono tutti diventati economisti e chiaroveggenti della domenica ed il sentimento più diffuso è stato il pessimismo, la paura che il peggio non sia ancora alle spalle. "Il business è fermo", "Hanno tutti paura", "Che dio ce la mandi buona". queste le frasi più frequenti. Dove stanno, quindi, le buone notizie? Beh, al Salone, in questi giorni, sembrava che la crisi non fosse mai esistita. Lo show è andato in onda come previsto, forse meglio del previsto. L'iperbole mediatica e di partecipazione fisica al Salone del Mobile non ha accennato a diminuire, se possibile quest'anno è stato ancora più travolgente. In Zona Tortona le strade erano più affollate che mai, la gente comune si mescolava agli addetti ai lavori (accorsi da ogni angolo del globo) per succhiare un po dell'energia positiva che questo Salone ha portato per le strade. Quello che si percepiva era positività, entusiasmo, voglia di fare, quei sentimenti peculiari di chi, per mestiere e vocazione, vuole cambiare il mondo. Quei sentimenti che non possono mancare in chi non ha voglia di piangersi addosso, in chi ha le risorse mentali per invertire la rotta. Saranno anche sognatori, forse lottano contro i mulini a vento, ma l'approccio è quello giusto. Ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Alberto (si, lo stesso di The Hub), e come al solito le sue posizioni non sono mai banali. In particolare la nostra disussione "sui massimi sistemi" è virata sulla posizione della "massa" rispetto alle direzioni che il mondo sociale ha preso nel corso della storia. Le grandi masse, in conclusione, sono o no intelligenti? Riescono o meno ad imprimrimere la propria forza per cambiare il corso degli eventi? Alberto sostiene di si, e mi auguro che sia vero, perché quello che ho visto la Salone è stata una "massa" intelligente", per nulla rassegnata alla triste situazione odierna.


Mercoledì sera sono stato alla festa di Fabio Novembre al Palazzo della Triennale. Allestimento gigantesco, Jovanotti in jam session con Negramaro e Sud Sound System per allietare l'amico Novembre, vestito e ingioiellato come una rockstar, come di consueto. La folla era eterogenea e decisamente interessante; la festa è stata molto divertente, anche per merito di Vodka Wiborowa, che gentilmente offriva l esue bevande agli ospiti. Il pretesto era l'installazione "Fleur de Novembre", visionario viaggio attraverso la genesi, l'amore, il peccato. Step finale era il nuovo tavolo Fleur per Kartell, che è la testimonianza tangibile di come non sia necessario essere un buon designer di prodotti per diventare famosi. Credo che quel tavolo sia la cosa più sciatta e pretestuosa che abbia mai visto fare da un designer di quel livello. E' vero che lui sa dare il meglio quando ha a che fare con gli allestimenti di interni, ma c'è un limite a tutto.


Poi, giovedì, la consueta festa a casa di Stefano Giovannoni, di gran lunga l'evento più bello, divertente e vero del Salone del Mobile. Erano tutti, o quasi, addetti ai lavori: industriali, designer, giornalisti, uomini di mercato. Ed è stato proprio lì che sono così felice di respirare tanto ottimismo. E se lo respiri da gente come Jasper Morrison, James Irvine, Karim Rashid, Tom Dixon e Marcel Wanders è sicuramente più appagagante. Si è parlato di tutto, e lo si è fatto con il sorriso. Anche perché da Stafano non mancano mai prelibatezze e tanto meno manca il vino con cui mandarle giù. Ho avuto anche la percezione che in quella casa ci fosse più di una generazione di "uomini di design": c'erano i Maestri e c'erano i giovani che, forse, un giorno raccoglieranno la loro eredità, testimoniando quanto quello del design sia un mondo vivo e condiviso. L'esatto contrario di quello della moda, dove per lo più manca la condisione di obiettivi comuni, dove l'apparenza regna sulla sostanza.


Spero proprio che le mie intuizioni sull'ottimismo, l'entusiasmo e la voglia di cambiare le cose si riveleranno azzeccate. Anche se non lo saranno, comunque, questo è quanto mi ha lasciato nella testa il Salone. Di gran lunga il momento in cui Milano brilla di più.




JS

Saturday, April 18, 2009

Business of Green | Carbon Footprint and Mutual Funds, by Andrea Maggiani


La CO2 diventa un indice di rischio.


La scorsa settimana, tra le tante newsletter a cui sono abbonato, c’era un interessante articolo sul legame tra i fondi d’investimento e il livello di CO2 generato. Credo che vi starete domandando come le due cose possano legarsi tra loro, io mi sono posto la stessa domanda.

Trucost, una società inglese specializzata in ricerche ambientali ha di recente calcolato la carbon footprint (CF) di alcuni dei più grandi (in termini di capitalizzazione) mutual fund Americani.
La ragione di questo studio é vedere quanto un fondo di investimento è esposto al rischio di eventuali leggi sui cambiamenti climatici e i gas serra.
Come ormai tutti sanno, Obama ha inserito il problema della tutela ambientale e delle emissioni di gas serra tra le priorità nella sua agenda, questo rende concreta la possibilità di utilizzo della metodologia cap and trade (modello European Trading Scheme) per tutti gli stati federali negli anni a venire.

Trucost ha stilato una classifica dei 91 fondi più importanti in base alla CF (con una capitalizzazione totale di 1,55 trilioni di $).
Secondo questo ranking è possibile capire quali saranno i mutual funds che risentiranno maggiormente qualora verrà fissato un cap alle emissioni di CO2. Le imprese maggiormente inquinanti vedranno crescere il loro costi operativi a causa del prezzo delle emissioni, facendo così aumentare i costi di approvvigionamento energetico.

Un fondo Carbon-intensive come Fidelity Capital Appreciation Fund, secondo l’analisi di Trucost potrebbe incorre in extra costi per un valore di 125 milioni di dollari, che corrispondono al 3.32 % dei profitti (Ipotizzando un costo di $28.24 per tonnellata di CO2).
Questi sono perdite molto elevate se comparate con un altro fondo molto meno “carbon intensive” come SPDR Fund, i cui costi sarebbero stimati intorno a 8.3 milioni di dollari ipotizzando lo stesso scenario.
Per il momento Trucost non ha pubblicato tutti i dati relativi ai 91 fondi che ha analizzato, quindi non è possibile ancora avere una panoramica completa.
E’ interessante sottolineare che i migliori 5 fondi in termini di CO2 emessa, elencati di seguito, non investono in settori quali utilities, olio e gas, ma sono maggiormente focalizzati su assicurazioni e previdenza sociale.
Qui di seguito troverete i 5 migliori e peggiori fondi in termini di CO2 emessa.
Alla Prossima.

I migliori fondi in termini di CO2 emessa sono:

1. Financial Select Sector SPDR Fund -- 40 tons of CO2 equivalent (tCO2e) per million dollars in revenue
2. Vanguard Health Care Fund -- 48
3. PowerShares QQQ Trust -- 69
4. Ariel Appreciation Fund -- 98
5. Oppenheimer Global Fund -- 111

I peggiori fondi in termini di CO2 emessa sono:

1. iShares FTSE/Xinhua China 25 Index Fund -- 1,549 tCO2e per million dollars in revenue
2. Fidelity Capital Appreciation Fund -- 758
3. Janus Fund -- 744