Tuesday, December 23, 2008

Capitani coraggiosi: a personal forecast for year 2009


Molto probabilmente questo sarà l'ultimo post del 2008, e lo sto scrivendo mentre sorseggio un Thè nero da Hauser, a St.Moritz, con splendide canzoni natalizie come sottofondo, le vetrine scintillanti di lumini, le cameriere bionde ed in giro un'aria di festa; sebbene questo 2008 non sia finito nel migliore dei modi, ed il 2009 di certo non si stia presentando bene, sembra che di problemi qui non ce ne siano, ma sicuramente non è un buon riferimento. Non so perché, ma oggi mi sento ottimista per quelo che verrà, anche se sicuramente le difficoltà da affrontare non saranno cosa da poco. Per indole, le situazioni problematiche mi eccitano, qualche volte mi fanno perdere la testa, ma comunque mi creano una tensione positiva, che nella maggior parte dei casi ha buono sfogo. Quindi quello che dico a voi lettori in prossimità di questo Natale ed inizio anno è di cercare di rifocillarvi, di leggere, di dormire, di parlare, in queste vacanze, e raccogliere le energie per affrontare questa nuova ed eccitante sfida che si pone davanti a tutti, imprenditori, impiegati, artisti, studenti. Ognuno avrà il dovere di fare del proprio meglio per utilizzare questa crisi a proprio favore, per trasformare elementi di minaccia in spunti di sopravvivenza. Chi si preparerà bene, chi saprà vedere un pò più in là del suo naso, chi saprà trovare in anticipo le nuove opportunità che questa crisi certamente creerà, molto probbilmente vincerà. Chi piangerà, chi sarà sfiduciato, perderà.
Prendiamo per buona questa frase pronunciata in mia presenza da un grande imprenditore (forse addirittura pensatore) italiano: "Chi saprà navigare con astuzia, perseveranza, anticipo, in queste acque tempestose, sicuramente sarà premiato quando le acque si calmeranno".
Le persone cambieranno, i mercati cambieranno, qualcuno scomparirà, qualcuno resterà al suo posto, qualcuno si imporrà prepotentemente. A voi la scelta.

JS

Friday, December 19, 2008

The I.B.G. principle




E' stato detto tutto e di più su questa crisi, mediatica o reale che sia, ma di certo stamattina ho letto uno degli articoli più belli a riguardo: The Great Unraveling, di Thomas L. Friedman su International Herald Tribune.
Friedman, già autore del saggio di culto "Il mondo è piatto" (leggetelo se non l'avete ancora fatto), da Hong Kong guarda alla crisi con un duplice sentimento: rivelazione e depressione. Se l'America, portavoce del capitalismo mondiale, è sempre stato il "dottore" che ha portato in giro la medicina per nazionalizzare le banche, per privatizzare l'industria, per aiutare la Cina ad uscire dallo spettro comunista, adesso - dice lui- sarà difficile convincere i pazienti ad usare quella stessa medicina che ha fatto ammalare il medico. Il recente crac Madoff non è che la ciliegina sulla torta, perchè rappresenta semplicemente l'estremizzazione di quello Schema Ponzi già ampiamente diffuso e legalizzato nei sistemi tradizionali: che differenza c'è tra lo schema Ponzi di Madoff ed il sistema subprime? nessuna, entrambi sono piramidali ed entrambi si basano sul principio I.B.G., ovvero I'll Be Gone, non ci sarò più, sarò irrintracciabile quando la bolla scoppierà. Il debito è così frammentato e distribuito che è impossibile imputarlo al solo emittente, perchè ha già coinvolto migliaia di attori intermedi. Se questo è il messaggio che la prima economia del mondo vuole mandare -si chiede Friedman- allora al contempo scompaiono anche quei competitors ideologici (Mosca e Pechino) che hanno permesso all'America di autodisciplinarsi attraverso il loro "esempio negativo". Adesso America e Cina fanno parte di un solo sistema: entrambe hanno (o avranno a breve) un grande comparto bancario ed industriale statale e di fianco un piccolo comparto bancario ed industriale privato; il risultato finale del maxi-bailout sarà proprio questo, un balzo indietro nel tempo che si farà un baffo della deregulation ed allineerà la Cina con gli Stati Unti. Le differenze, insomma sono più sfumate che mai, ed è evidente che sia giunta l'ora di rifondare il nostro modo di intendere il capitalismo. Più che un financial bailout, sarà necessario un ethical baiout. Per chiudere con Friedman: "I don't want to kill the animal spirits that necessarily drive capitalism - but I don't want to be eaten by them either". Homo homini lupus.

JS

Saturday, December 13, 2008

Il latino, il greco.


Sono costernato di fronte ad una risposta di Corrado Augias data su La Repubblica di oggi ad un lettore che si diceva mortificato dall'eliminazione dello studio della lingua latina nelle scuole italiane. Lo storico italiano, in buona sostanza sostiene che il latino sia una lingua morta e oltretutto mal insegnata nelle scuole e diffida la chi ne considera lo studio un esercizio mentale, perchè -dice lui- esistono modi migliori per allenare il cervello. Allora io vorrei portarlo nel mio liceo, a Carrara, per capire se è ancora convinto che lì il latino ed il greco siano insegnati in maniera superficiale o, come asserisce, nella maggior parte dei casi ci si riduca a pietose traduzioni da vocabolario.

Da ragazzino non sono mai stato uno studente modello, ero bravino, si, ma se avessi studiato tanto quanto i miei compagni più bravi, probabilmente avrei avuto risultati esaltanti. La prima dimostrazione l'ho avuta all'esame di maturità, la seconda all'unversità, la terza adesso, al lavoro. Dimostrazione di cosa? E' semplice, il liceo classico (in particolar modo lo studio del latino e del greco) racchiudono due livelli di apprendimento: il primo è quello dell'assorbimento delle culture che rappresentano la radice della nostra civiltà, fatto di grammatiche, di regole, di studio, di impegno, il secondo -di gran lunga il più importante- è quello dello sviluppo di abilità mentali in fatto di analisi, sintesi, reazione, interdisciplinarietà che non ha eguali nell'educazione italiana. Quando i miei amici più grandi (non classicisti) mi dicevano "vedrai com'è difficile l'universtà" ero spaventato perchè stavo ancora vivendo il test più impegnativo, il liceo classico, fatto di verifiche giornaliere, cinque o sei materie di pari importanza spinte ai limiti della sopportazione, cambiamento di argomenti nell'arco di pochi minuti. Non avrei mai più incontrato sfide così impegnative e di certo adesso non sto "giocando a palline". Per "sopravvivere" era necessario lo studio, ma soprattutto - per quelli come me- lo sviluppo dell'arte di arrangarsi. Se, da ragazzo, non ero convinto della scelta (obbligata), adesso ingrazio i miei genitori di avermi mandato là, li ringrazio per avermi dato la possibilità di essere quasi sempre più preparato, più veloce e più efficiente della maggior parte dei compagni, dei colleghi, e delle situazioni in cui mi sarei trovato da li in avanti. L'educazione economico-industriale cui oggi si mira, seguendo i modelli anglo-sassoni, e la formazione dei dirigenti del futuro, non pssono prescindere da questo tipo di palestra mentale. Insomma, se non hai fatto il classico, si vede, eccome. Il latino ed il greco adesso non sono più lingue, sono una forma mentis che, vi assicuro, non abbandona mai chi si è sfiancato per assorbirle, ecco perche la loro cancellazione dai programmi scolastici o ancor peggio il loro declassamento, sarebbero un tragico errore.


JS

Tuesday, December 09, 2008

La nouvelle décadence, St.Moritz


Weekend inaugurale della stagione invernale a St.Moritz. Per Sant'Ambrogio riprende il circo delle nevi, che apre adesso e chiude in Aprile inoltrato. Qualche nota: il divieto di fumo, in vigore nei grigioni da ormai sei mesi, non ha scoraggiato il buon vecchio Mario, nel cui bar all'interno del Palace si fuma a più non posso, senza aspiratori, lasciando al suddetto punto di ritrovo la palma di locale più fumoso d'Europa. Soluzione diversa al King's, dove Nobu si è tramutato in smoking area. E' proprio ver che la crisi non guarda in faccia nessuno. A dire il vero, invece, c'è qualcuno che evidentemente la crisi non l'ha proprio sentita: il principe arabo (l'ottava fortuna del mondo, si dice) che presidiava il Palace in questi giorni. Entourage di 100 persone, cene allestite alle 3 di notte, Gipsy King ingaggiati per suonare sul lago ghiacciato a -20 gradi, zone intere della main lobby lor dedicate, con schermi che trasmettono non-stop CNN e TV Arabe, giornali internazionali ed arabi. Ma il massimo è questo, mio cugino: "Non è possibile, non c'è più religione, i camerieri mi hanno detto di parlare piano per non disturbare i nani che intrattengono il principe". Si, verso le due di notte è sceso l'entourage nella hall, compost da portavoce, assistenti, tre tavoli di donne (mica male) e...un tavolodi nani (della stessa etnia del principe) che giocavano a carte. Sembrav di essere tornati nel medioevo, ma forse sta proprio lì il punto, questi arabi, forse, dal medioevo non sono mai usciti definitivamente. Adesso ditemi se questa non è decadenza, proprio nel cuore di quel paesino che da oltre un secolo è la roccaforte dell'aristocrazia industriale della vecchia Europa.


JS

Sunday, November 30, 2008

The Orphanage - El Orfanato


Produce Guillermo -Pan's Labyrinth- del Toro, dirige il giovane spagnolo Juan Antonio Bayona, brilla l'affascinante protagonista Belen Rueda. I bambini fanno sempre molta paura, da The Others, a Shining a The Ring, e da queti si trae più di uno spunto. La struttura è identica a The Others e si può dire pure che qui non si è inventato nulla, ma d'altra parte questo film dimostra che si può fare bene anche senza essere originali. Gli elementi della tradizione ci sono tutti, dalla vecchietta malefica, al faro, alla scogliera (Hitchcock insegna) alla "phantom manor" disegnata dall'architetto dell'incubo. Le porte scricchiolano, i rumori sinistri abbondano, i protagonisti si dividono tra chi "crede" e chi "non crede". "Non bisogna vedere per credere, ma credere per vedere" suggerice ad un certo punto la (bravissima) medium che guiderà la mamma disperata per la scomparsa del figlio attraverso il sinistro, ma poi del tutto giustificato, mondo del paramormale. The Orphanage è un film che spaventa, che coinvolge, e riesce anche a finire chiudendo il cerchio perfettamente, evitando quella fastidiosa tendenza del thriller modermo a mettere tutte le spiegazioni ammassate nel finale (dove lo spettatore spesso finge di aver capito per non sebrare il più stupido della sala). Si sta inoltre ben alla larga dal solito doppio-finale, che illude di essere happy ending ma poi vira nell'ultma inquadratura verso la perpetuazione del male, lasciando aperti scenari per il seguito.

Conferma dell'ottima salute e del coefficiente di esportabilità del cinema spagnolo, che riesce a sfruttare i capitali americani attraverso i suoi "infiltrati" (Del Toro, Amenabar ecc..) per dar voce ai giovani talenti. Candidato all'Oscar come miglior film straniero.

Da vedere a luci spente.


JS

Friday, November 28, 2008

Baz Luhrmann's Australia: Koons and Murakami's kitsch?



Manhola Dargis: "[...]Luhrmann's use of culturally degraded forms both here and in earlier films doesn't register as either conceptual strategy or a cynical commercial ploy or some combination of the two, as it can with art world jesters like Jeff Koons and Takashi Murakami, who have appropriated kitsch as a (more or less) legitimate post-modern strategy [...]"

Insomma, abbiamo capito che secondo lei Australia è un film sincero, un film che non utilizza gli espedienti estetici (kitsch?) su base programmatica, per ottenere il consenso del pubblico, ma è pura espressione, quasi un testamento, dell'amore di Luhrmann per il cinema, per la sua maestosità, per i suoi cliché da blockbuster. Prima di proseguire su questo argomento sarebbe quantomeno opportuno vedere il film, in uscita il 5 Dicembre.

Quindi passiamo alla seconda parte: cosa c'entrano Koons e Murakami con Baz Luhrmann?
Luhrmann è il cineasta del pop rivisitato, a volte del post-pop, spesso del retro-pop, è un tritatutto di immagini storiche e contemporanee, di retro-moderniso e di neo-retrò. Mette in scena vecchie immagini ripulite o nuove immagine sporcate. In Luhrmann è evidente il tentativo di stare dalla parte del pubblico, di mettere in vetrina, senza sottosignificati, tutti i significanti (SIGNIFICANTI!) che sono o sono stati a cuore a diverse generazioni di spettatori, lettori ed ascoltatori. Romeo vestito all'hawaiiana, "local god" rockettaro e da fotoromanzo (il miglio diCaprio di sempre), d'una tragicità immediata e contemporanea, un Moulin Rouge da luna park, tirato a lucido e mixato con una punta di tango; una Parigi cartoon ed una Verona Beach, come la più cool Miami Beach. Baz, figlio di proprietario di un cinema, è un vero amante dello spettacolo, della visione, dell'ascolto e dell'azione, ed ha a disposizione uno dei mezzi più versatili: il cinema. Ne ama la storia, i miti, le rappresentazioni più iconiche, ma gli piace anche Madonna, l'India, Shakespeare, è come un ragazzino che colleziona poster nella sua cameretta: Micheal Jordan con Bruce Springsteen, Marlene Dietrich, Nicole Kidman e Kurt Cobain. Crede nell'intrattenimento (memorabile le reinterpretazioni di "Smell like teen spirit" e "Lady Marmalade" in Moulin Rouge) e nel musical, nell'immagine e nel canto, nella recitazione e nel colore e fa del suo meglio per dare al pubblico una ricetta semplificata di ciò, ma soprattutto senza secondi fini critici.





Koons e Murakami sono anch'essi artisti figuativi post-pop, perchè reinterpretano il pop, ma attraverso un linguaggio critico. Koons ha sposato Cicciolina, ha avuto un figlio da lei, poi l'ha lasciata. Non credo che ami il pop come lo ama Luhrmann, piuttosto credo che lo odi, e lo renda grottesco per questo. I conigli-balloon sembrano teneri, ma quando li tocchi ti accorgi che sono di metallo fuso, sono duri e freddi, così come la (vuota?) cultura pop quando ti accorgi che brucia miti come fiammiferi. Il gigantesco cagnone di fiori o lo stesso coniglio gigante, non sono teneri puppies, sono grandissimi, ti guardano dall'alto verso il basso, sono moderni mostri, aggressivi ed onnivori. Poi, se vorrete dare un'occhiata alle opoere di Takashi Mukarami, vi sarà chiaro quanto, dietro ai coloratissimi cartoon ed anime tridimensionali, si celi un pessimismo orrorifico che poco ha a che fare con l'esaltazioni dei principi del pop. Laddove invece lo sguardo di Murakami si fa più lucido ed adulatorio, i segni pop restano comunque pervasi da un evidente senso critico. In Koons e Murakami quindi, mostrare il la cultura popolare espansa non è tesa all'esaltazione quanto alla critica ed alla degenerazione. I cartoon, i fumetti di Roy Liechtestein erano un'alta cosa, insomma. E Baz Luhrmann, rispetto a questi artisti è davvero lontano, soprattuto nelle intenzini, rappesentando un occhi buono e disincantato sulle "futilità" formali che tuonano nella nostra cultura postindustriale.
JS







Sunday, November 23, 2008

Business of Green - Lifecycle, by Andrea Maggiani


Prendere coscienza della proprio personale Carbon Foot Print è ormai diventata un’operazione semplice è immediata, basta andare su Google scrivere CO2 calculator ed ecco come per magia spuntare un infinità di risultati.
Non voglio entrare nel merito tecnico dei parametri che utilizzano e di quanto siano o meno corretti, ma mi vorrei soffermare sul quanto questo fenomeno stia crescendo e di come gli individui utilizzino questi strumenti per avere un’idea di massima sugli effetti del proprio stile di vita sull’ambiente.
Già da qualche tempo la Carbon Trust, ente facente capo al Governo Britannico, ha lanciato la Carbon Reduction Label (http://www.carbon-label.com/), un etichetta che serve a rendere pubbliche le emissioni di CO2 sui prodotti e servizi.
L’idea di base è avere accanto alla tabella dei valori nutrizionali di ogni prodotto la carbon label con l’ammontare di CO2 generata dal prodotto.
La Walkers, azienda britannica leader sul mercato delle patine fritte , ha lanciato sul mercato il primo pacchetto di patatine Walkers Cheese & Onion Crisps con l’indicazione di 75g di CO2 .
Questo valore è stato ottenuto attraverso un processo d’analisi della lifecycle del prodotto dalle prime fasi di coltivazione delle patate fino alle fasi di smaltimento in discarica del pacchetto.
Oggi anche supermercati Tesco ha aderito all’iniziativa con un programma pilota per utilizzare la Carbon Label su tutta la linea di prodotti.
Credo che questo fenomeno sia al momento un ennesimo giochetto d’immagine e di comunicazione, ma non è da escludere che in un futuro non molto lontano non staremo solo attenti a guardare le etichette low fat, ma anche quelle low carbon.


Andrea Maggiani

Friday, November 21, 2008

Funny Games: estratto di un meccanismo



Sui motivi della decisione da parte di Haneke di ri-girare Funny Games esattamente uguale a quello originale (sempre suo) potremmo stare a disquisire per ore. Da parte mia non l'ho capito, comunque mi ha fatto piacere rivedere un film molto poco convenzionale sia dal punto di vista semantico che dal punto di vista tecnico, un film dove la violenza non si pone come spunto sadico o voyeuristico ma come incarnazione reale di sè stessa. Dai due ammiccamenti del carnefice alla macchina da presa, ma soprattutto dal bellissimo dialogo finale, si coglie il messaggio del film: se c'è un universo reale ed uno di finzione, questi coincidono nel momento in cui l'osservatore porta a termine il suo ruolo, quello di osservare. La "fiction" diventà realtà nel momento stesso in cui puoi guardarla, esattamente come per Warhol la fama di dipanava contestualmente al gesto della visione. La violenza in Funny Games, così, appartiene a chi la sta osservando, che diventa complice. In più di un momento Haneke - e qui sta la grandezza del film- ci invita a non guardare, ci costringe ad uno sforzo, per esempio, per trovare nell'inquadratura il corpo massacrato del figlioletto, che è volutamente mantenuto in posizione semicelata nella lunghissima sequenza del massacro; è lo stesso angelico assassino, poi, che ci chiede un'opinione, una previsione sulle sorti della malcapitata famigliole, gurdando dritto in camera. In questo Funny Games può essere considerato un'opera sperimentale nella forma, nel modo di raccontare.
Scendendo nel dettalgio -e qui concludo- mi piace portare all'attenzione un espediente narrativo di classe assoluta, che si materializza in quell'oggetto classico in fatto di assassini che è il coltello.
Il coltello da cucina viene portato alla nostra attenzione tre volte, distanti tra loro nel corso del film: la prima è quando il bambino lo chiede alla mamma e lo porta in barca; in questa scena l'oggetto fa la sua entrée con tutti gli onori del caso. La seconda volta godrà addirittura di un primo piano, quando cadrà inavvertitamente sul fondo della barca. Lo spettatore a quel punto è certo che quel coltello avrà un ruolo fondamentale nella soluzione della contesa e crede di tirare un sospiro di sollievo quando Naomi Watts, trasportata dagli assassini, lo recupera sul fondo della barca e silenziosamente comincia recidere le cime che la tengono in trappola. Ecco, come nella più classica tradizione, l'eroina si appresta a ribaltare le sue sorti, magari morirà anche lei, ma noi spettatori ci stiamo preparando a vedere quantomeno una lotta in equilibrio precario. Eh no, invece! Lei viene gettata giù dalla barca con incurante disprezzo, con sufficienza, legata, mentre Pitt sta serenamente discorrendo d'altro con il suo socio.
Questo significa essere asciutti, sorprendenti, questo significa
saper giocare con il linguaggio del cinema.

JS


Thursday, November 20, 2008

Inside every story, there is a beautiful journey





Ieri ho ritirato alcune camicie dalla sarta. Erano già belle prima, ma ho voluto farle correggere, stringere un pochino in alcuni punti. In quella serie avevo osato un po, chiedendo di avere un modello più largo, meno sciancrato sui fianchi, meno stretto sulle braccia, per eliminare dalla composizione qualsiasi influenza dettata dalla moda. Il risultato fu bellissimo dal punto di vista formale, totalmente originale, studiato nei minimi dettagli, i colli erano stati ridisegnati da zero, di una rigidità perfetta, dalla superficie piacevolmente imprevedibile. Sembravano vissute già appena nate, avevano una fortissima carica storica. Purtroppo però, una volta indossate, l'effetto estetico non fu come quello che avevo sperato, la ricerca aveva prodotto un risultato cristallizzato, bello da vedere ma non da portare. Insomma, quelle camicie necessitavano di una forza interiore, di una sicurezza che forse non avevo ancora, ecco perchè adesso sono state leggermente modificate.
Sembrerà una disquisizione folle, ma credo che proprio qui stia il centro emotivo del bespoke: la relazione indissolubile tra il sarto, l'opera ed il committente, quell'energia che manca completamente quando ci si affida agli "stilisti", che, come spesso ricordato, si occupano di svolgere quel lavoro per noi. Su queste pagine si è discusso spesso di camicie su misura, e con i miei amici che mi chiedono consiglio ne parlo a mia volta; ognuno ha i suoi dubbi, le sue domande, le sue aspettative, ognuno cerca la verità assoluta, la perfezione, ma queste cose non esistono, almeno non in termini assoluti. La camicia, così come qualsiasi altra cosa, è fatta da chi la porta, e tanto più è in sintonia con chi l'ha progettata tanto più essa sarà stata un buon lavoro. Ogni taglio ha la sua storia, ogni camicia racconta il suo tempo, che deve essere quello del committente. Chiaramente qui si ragiona a partire da livelli d eccellenza, stiamo spaccando il capello in quattro, e non è detto che questo procedimento si addica a tutti, a quelli che vivono questo argomento con più leggerezza. Nella foto che vedete qui sopra, tratta da una famosa campagna di Louis Vuitton, la camicia di Francis Ford Coppola (probabilmente di lino) è un magnifico esempio di quanto appena detto. Quelle maniche cosi larghe, quella ostentata morbidezza generale, non è roba da tutti, "noi" saremmo stati a disquisire per ore con la sarta per asciugarne la linea, ma lì è perfetta perchè lui ha lo spessore storico e morale, la sicurezza per portarla. Quindi, sebbene quella camicia possa essere tacciata di esuberanza e mancata cura, in realtà è semplicemente conforme a chi la sta portando. E' così e non potrebbe essere altrimenti. Quando la ricerca si fermerà, allora saremo certi che quanto abbiamo fatto sarà certamente il miglior risultato possibile, ma per fortuna di strada da fare ce n'è ancora molta.

JS

Tuesday, November 18, 2008

Super Powers



Dopo tutte le discussioni sulle tecniche narrative, sulla scrittura che precede la visualizzazione, guardatevi questo corto. Guardate come funziona. E' stupendo.

Saturday, November 15, 2008

Quantum of Solace.


In un batter d'occhio dal lago di Garda alle Cave di Carrara per finire a Siena, accredidata. Proprio come in un batter d'occhio svaniscono le aspettative di fosforo create da Casino Royale, che aveva portato James Bond nel 21esimo secolo. Ethan Hunt, Jason Bourne, James Bond, non c'è piu differenza. In Casino Royale avevamo accolto di buon grado l'approfondimento sulla genesi umana del semidivino Bond, che mostrava la sua natura terrena, il suo dolore per giustificare quel distacco, quel disincanto che lo avrebbero poi reso celebre. Quantum avrebbe dovuto essere un passo di avvicinamento verso l'acquisizione dell'aura divina di 007, invece, purtroppo è stato la dolorosa conferma che il nuovo Bond è proprio come tutti gli altri picchiatori di strada con la differenza che è marchiato Savile Row. In buona sintesi il film è un susseguirsi di botte da orbi e di azione montata strettissima, dove non si sogghigna (si, si scrive con due "g") neppure per i gadget del defunto Q. Bond è sempre stato particolare perchè non è mai stato animato dal desiderio di vendetta per compiere le sue gesta (seguendo A.O. Scott, oggi sull'International Herald Tribune) e questo distaccamento ne ha potenziato la libertà di azione in fatto di ironia, scanzonatezza, quel tono farsesco che ha sempre fatto di Bond un eroe al tempo stesso democratico ed altamente snob. Quantum of Solace, quel "quanto", quel "pochino" di conforto di cui James ha bisogno per continuare a mietere vittime è esattamente l'antitesi della filosofia bondiana. A questo punto sarà molto difficile rimettere in piedi la serie e la mia paura è che il bravissimo Daniel Craig sia presto bollato dal triste timbro "George Lazenby". Non ho mai amato la saga di 007, la mia passione era nata con Casino Royale, film che ho amato, visto e rivisto, Quantum mi ha riportato dove stvo prima, ovvero tra quelli che guardavano Bond in DVD ad un anno dall'uscita nelle sale. Ma forse è giusto così, è giusto che 007 torni ad essere uno scialbo divertissement, come è sempre stato. Per finire, i titoli di testa e la canzone di Alicia Keys, sono bellissimi.


JS


PS

Quella scena alle nostre cave di marmo avrebbe potuto quantomeno essere accreditata, Carrara, Italy. Santo cielo!

Friday, November 14, 2008

What else?


Forse è proprio lui, Brando, quello che mi manca di più. Girovagando mi sono imbattuto in questa foto. Adesso ditemi chi non lo invidia.

Thursday, November 13, 2008

Enron Corp. and the missed opportunity


Perchè mi sembrava di averlo già visto, questo filmino della crisi finanziaria? Perchè non mi sembrava niente di nuovo? Probabilmente perchè non solo io, ma tutto il mondo, aveva già visto il trailer, o forse il teaser, di questa colossale tempesta. Era il 2002, ed il titolo del trailer era "Enron: da 86 dollari a 26 centesimi in pochi giorni", scritto e diretto dalla premiata ditta Lay e Skilling. Sebbene le dimensioni del disastro fossero ben più modeste, il seme che le animava era il medesimo, il plot non cambiava di molto e si poteva riassumere così: finanza creativa, ma per davvero. Giusto per chi non ricordasse, Enron corporation, una delle preime 10 multinazionali degli Stati Uniti, vide decuplicare il proprio valore azionario in pochissimi anni, utilizzando prevalentemente due strumenti: la fantasia ed il mark-to-market, ovvero quella simpatica metodologia per cui un'azienda è autorizzata da un ente revisore (in quel caso la poi fallita Arthur Andersen, da una cui costola sarebbe poi nata Accenture Consulting) a mettere a bilancio quello che vuole, sulla base della parola e della fiducia, anche accordi appena stipulati, tradotti in guadagni ipotetici. In sintesi Enron sarebbe dovuto essere il più grande fornitore di energia (gas, elettricità) degli USA, ma in realtà basava ipropri profitti da un lato sulle speculazioni del mercato energetico e dall'altro sulla truffa finanziaria vera e propria. La truffa era orchestrata dalgeniale Andrew Fastow, il cui compito era creare una fitta rete di società affiliate che coprissero le malefatte di Enron, rendendole intracciabili, ed ingoiassero i profitto in un buco nero dal quale attingevano i soli alti dirigenti. Insomma qui eravamo di fronte alla truffa più geniale e colossale della storia della finanza e dell'industria, questi signori accumularono profitti indicibili SENZA PRODURRE NULLA. Tanto geniali che il documentario su di loro si chiamò "Enron: the smartest guys in the room".

Tutto questo racconto per farvi capire che non si trattò di un'inezia, persero il lavoro e la pensione più di 20.000 persone e quella che cadde fu una delle più grandi società del mondo. La vicende ebbe eco mondiale e la questione sulla finanza creativa godette di massima esposizione mediatica.

Sei ani dopo, non cinquanta o cento, siamo alle prese con lo stesso problema: la creatività applicata laddove ce n'è meno bisogno. Viene spontaneo chiedersi perchè nessuno li abbia fermati in tempo, quei ridicoli mutui, quei ridicoli giochini. Ma soprattuto perchè i responsabili non abbiano imparato nè ricordato nulla della stagione di Enron. Una opportunità perduta.


JS

Wednesday, November 12, 2008

Vodka Wars III - The XO


Ci risiamo, e non crediate che io beva vodka dalla mattina alla sera, anzi, in questi ultimi anni sto addirittura cercando di abbandonare quel circolo virtuoso fatto di notti e bling-bling. D'altra parte l'indagine sul mercato della vodka premium sembra interessare un gran numero di persone, quindi ogni qual volta mi imbatto in qualcosa di interessante non posso che riportarla.

Ecco un breve estratto di un articolo di Businessweek (consultabile anche online qui) che parla di una grande vodka super-premium francese (si, come la Grey Goose) distillata nove volte e filtrata attraverso pietre naturali della regione dello Champagne. Il nome è Jean-Marc XO Vodka. Bellissimo il parallelismo con gli Hipsters, quel passo avrei potuto scriverlo io.


"Premium and super premium vodkas appear to be the hottest thing in drinks these days. And it�s a shame. Buying these over-priced, over-hyped bottles is right up there with kids playing video-games at 3-years old, $100 baseball gloves for seven-year olds and the fact that Ashlee Simpson gets to make a living at something other than cleaning hotel rooms. Do me a favor: Keep the young hipsters drinking $60 bottles of vodka and $20 cocktails away from me, especially if they are walking past a Salvation Army bucket without dropping something in. By the way, if those same hipsters are buying Ashlee Simpson CDs and don�t know who Adolph Menjou is�keep them an extra ten feet away."
Stando con l'autore del pezzo, non posso che sottoscrivere tutto, rilevando che la maggior parte degli acquisti di quelle bottiglie avviene nei locali notturni, dove molta gente (giovanissima) spende fortune in bottiglie-status, spesso risparmiando su beni di maggior necessità.


E' chiaro che le fasce di prezzo che crescono con maggiore continuità e sicurezza sono, anche in fatto di wine&spirits, quelle di fascia alta ed altissima, ma a questo punto viene da chiedersi quanto essse siano profittevoli, dal momento che aumentano, sì, le quote di mercato, ma comunque in riferimento ad una stragrande minoranza sul totale del mercato. Crescere del 4% sulla base, diciamo, di un 5% sul totale, non è come crescere del 2% su un mercato di riferimento del 95%. Credo che la verità stia nel mezzo e che presto anche qui si arriverà alla saturazione.


JS

Tuesday, November 11, 2008

The Global Luxury Survey - TIME Magazine


Su Time (Style and Design Issue Fall 08) compare un sondaggio piuttosto superficiale ma comunque indicativo sulle tendenze del mercato del lusso. L'indagine riguarda il mercato dei consumatori super-affluenti Europei dai 25 ai 64 anni, che rappresentano il top 10% nella loro nazione di apprtenenza. I mercati analizzati sono stati: Spagna, Italia, Francia, UK e Germania.

Quello che viene fuori non è poi così sorprendente, ma alcuni spunti sono degni di nota:



  • Gli spagnoli sono i prossimi big-spenders. Vedono i loro guadagni crescere con la crescita del paese, e desitneranno gran parte di essi all'acquisto di beni di lusso.



  • Gli Italiani sono considerati i più "coscienti" ed i più informati, hanno finalmente superato la fase dello status-symbol e considerano il lusso un modo per esprimere se stessi; il risultato è che si concentrano sull'acquisto di accessori. Le boutique italiane, in controtendenza con gli altri paesi, sono quelle che lavorano di più. Hanno anche il miglior feeling con la rete.



  • I Francesi, dal profilo molto simile agli italiani, anche qui si dimostrano nazionalisti, preferendo brand di casa loro (Lacoste, Chanel, Dior, YSL). Molta attenzione alle automobili ed ai centri benessere.



  • Gli inglesi sono i più ricchi, ma nonostante questo sono i più parsimoniosi ed esperti come gli italiani. La moda ha per loro peso minore, dal momento che preferiscono oggetti duraturi, di qualità e design, o viaggi di prima classe. Ancore forte la presenza di vini e liquori. Insomma, per gli inglesi moltop più esperienza che materia.



  • I tedeschi, come era logico aspettarsi, rimangono fossilizzati sulle automobili (i primi 5 brand sono BMW, Ferrari, Porsche, Rolls-Royce e CK). nella moda resta forte l'influenza italiana.


Il dato più interessante resta però, per tutti, quello della dicotomia tra il "what they own" ed il "what they want to own". In tutti i casi si acquista una cosa ma se ne desidera veramente un'altre. Come i francesi, che posseggono Lacoste, Hugo Boss, Chanel, Dior ed YSL ma vorrebbero avere Prada, Gucci , Versace e Giorgio Armani. Questa è un'ottima indicazione per il made in italy, che rimane in testa ai desideri di tutti.

Per concludere si rileva che, nonostante tutto, la gente continua a comprare le stesse, poche, cose, ovvero scarpe, occhiali, borse, al massimo camicie e magliette.

Che serva di lezione a chi dico io.


JS

Monday, November 10, 2008

Business of Green - Low Carbon 100 Europe® Index by Andrea Maggiani



Oggi il mondo economico finanziario guarda sempre con maggiore attenzione il Carbon Market, questo perché nuovi e stringenti leggi, legate alle emissioni di CO2 sono alle porte. Nel 2009 sarà un anno cruciale per il Carbon Market in Europa, infatti a Copenhagen si incontreranno tutti i paesi Europei per decidere cosa ne sarà del protocollo di Kyoto e cosa cambierà nel post 2012, fine del secondo “commitment period”. Per quanto riguarda gli U.S, la vittoria di Obama apre nuovi scenari, infatti le imprese saranno assoggettate ad un sistema di Cap and Trade, dove la prima allocazione sarà gestita con un asta, quindi i premessi di emissione avranno un costo iniziale che sicuramente avrà effetti non trascurabili sulla competitività delle imprese Americane. Questa incertezza sul futuro e l’importanza di poter valutare la CO2 come un vero e proprio asset aziendale, ha spinto il 30 ottobre NYSE Euronext e BPN Paribas Asset Management a lanciare a Londra un nuovo indice, che contiene le migliori 100 compagnie Europee Blue-Chip con i più bassi valori di emissione di CO2 nei vari settori selezionate tra le più grandi 300 compagnie Europee . Vodafone, Royal Dutch Shell, Roche, Nestle e BP, sono solo alcune delle multinazionali che sono presenti nel Low Carbon 100 Europe® Index. Questo testimonia il grande interesse degli investitori per le aziende che stanno portando avanti strategie volte al raggiungimento della “carbon efficency”. Infatti si è stimato che le 100 compagnie del Low Carbon 100 Europe® Index hanno dei valori di emissioni del 40% inferiori rispetto a quelle che sono state escluse. L’indice che ora è stato sviluppato per il mercato Europeo sarà con ogni probabilità applicato anche in altre regioni.
Andrea Maggiani

Thursday, November 06, 2008

Happy birthday, Mr. President.





“Those who make peaceful revolution impossible will make violent revolution inevitable.” - JFK




Il Foglio lo chiama cretinismo storico-epocale, quell'approccio ridondante e retorico che sta connotando la vittoria di Barack Obama, ed invita alla moderazione: "Ok, stiamo facendo la storia, ma non esageriamo". Si dice che la campagna di Obama sia stata la più costosa della storia, soprattutto perchè ha dovuto gestire all'unisono un numero di media mai visti prima. Il battage web è stato senza precedenti, così come il potentissimo passaparola che ha generato. La campagna è stata globale, per la prima volta. Il fund raising è stato capillare, ha sfruttato anche le offerte di 5 dollari, che hanno fatto del volto di Obama un'icona pop come Michael Jackson. La sua figura è stata idealizzata in un'iperbole di considerazioni basate sul suo aspetto e su quello che da lui si credeva di ottenere piuttosto che sulle reali posizione assunte dal leader democratico di fronte alle numerose "issues" che adesso si prepara a fronteggiare. Nessuno era davvero informato sulla politica di Obama ma tutti lo amavano. Change, cambiare, tanto per cambiare, e questa è un'operazione pericolosa. C'è chi dice che "il presidente debba avere carisma ed idee, l'operatività spetta allo staff". Il testa a testa è durato due anni, due anni in cui insieme allo stato finanziario si è aggravato lo stato morale di una nazione, e forse è proprio per questo che la gente ha ignorato la sostanza operativa e si concentrata sulla dimensione spirituale ed umana dei candidati. E' da questo punto di vista che Obama era davvero imbattibile, perchè andava oltre le barriere e gli schieramenti, Obama era, ed è, il nuovo, il cambiamento, la speranza. Di che cosa, però, non è dato saperlo. Ed e qui che sorgono le consideraioni più spinose: l'America, come nazione, ma ancor di più come democrazia, si è fatta carico di mantenere la pace nell'Occidente per oltre cinquant'anni, versando sangue, si, ma sangue avverso, oltre che il proprio. La politica interventista, repressiva, dell'intrigo è stata il prezzo da pagare per consentire a noi occidentali di salvaguardare il nostro stile di vita, la nostra ricchezza, la nostra pace. E' interessante vedere anche come alcuni grandi presidenti americani, uno su tutti John Kennedy, siano stati in realtà i più pericolosi per il loro paese e per il mondo intero. Basti pensare alla Baia dei Porci, ai 13 giorni che rischiarono di far scoppiare la terza guerra mondiale, al Vietnam, ed al seme reazionario che porto allo "scoppio" del '68. La politica aperta, del dialogo, del patteggiamento, di JFK è stata quanto di più pericoloso si sia visto dal dopoguerra ad oggi. Ecco perchè personalmente temo che Obama, con i suoi grandi ideali, possa essere frainteso e confuso per debole da chi non aspetta altro che interrompere l'egemonia capitalista che oggi regola il mondo; quell'egemonia che, sebbene ampiamente criticabile dal punto di vista etico, mantiene l'ordine delle cose, mantiene l'equilibrio, mantiene la pace sul territorio occidentale. A chi non sopporta più lo stato passivo del cittadino di fronte ai grandi problemi, a chi sente di essere escluso dai "grandi giochi", a chi si sente schiacciato dalla casta dei poteri forti dico: state tranquilli, perchè non ci sarà rivoluzione che vi porti nella stanza dei bottoni. Non ci sarà Obama che vi renda pienamente partecipi delle decisioni scomode, impopolari, dure, che ogni leader è costretto a prendere. Ci sarà sempre qualcuno che comanda, ed è necessario che la sua mano sia ferma, che la sue intenzioni siano nobili, che le sue azioni siano spesso ingiuste. Tra i compiti del leader deve esserci quello di sollevarci dal lavoro sporco, perchè sarà lui a svolgerlo per noi. Ecco, speriamo che Obama, dietro alla sua rassicurante e popolare aurea messianica riesca ad adempiere, dietro alle quinte, a tutte quelle operazioni sacrificali di cui tutti abbiamo bisogno. Il più grande errore di Bush Jr. non è stato quello di attaccare nazioni sovrane senza forti motivazioni, quanto quello di non essere stato abbastanza abile da trovarne di demagogiche e comprensibili alle masse e far credere al mondo che quei conflitti erano necessari. Ovvero, necessari lo erano, ma non da un punto di vista comprensibile ai più, non da chi fa la spesa tutti i giorni, non da chi crede che una bandiera colorata possa davvero aiutre a mantenere la pace.






JS




Tuesday, November 04, 2008

Go.


A poche ore dal verdetto devo esprimermi. Tutti gli approfondimenti a domani.

Per adesso posso dire che, in fondo, mi piacerebbe che vincesse lui.

Sunday, November 02, 2008

Introducing Business of Green


Non è per una questione di moda, ma per una questione di urgenza che ho deciso di dare voce alla tematica del Green Thinking. Dove per Green non si intende la sterile accezione di "ecologia" (ricordate di non usare mai questo termine in presenza di addetti ai lavori) e nemmeno di Greenpeace, piuttosto si rflette sulla sterzata che l'umanità si sta preparando ad affrontare. Qualche giorno fa ho avuto il piacere di conoscere Alberto (qui non si fanno i cognomi), di "The Hub", un organizzazione semi-non-profit, che ha come obiettivo la creazione di spazi di lavoro condivisi nelle città più frizzanti del mondo, dove si paga il tempo e non lo spazio utilizzato. Questi spazi, hub appunto, rappresentano la materializzazione di un sentimento più grande che lui stesso definisce "grande convergenza" tra persone che vogliono cambiare il mondo mediante la "third way". Oggi il mondo del business si muove secondo due metodologie: quella del capitalismo aggressivo, orientato al profitto e pronto a calpestare qualsiasi diritto e quella del non-profit, della filantropia, che però non produce utile. Loro, a The Hub, perseguono la "third way", quella che mixa sostenibilità e rispetto ad una ragionevole rincorsa del profitto, tesa a costruire soltanto situazioni di win-win. Si ipotizza che l'umanità, nei suoi prototipi di punta, sia ormai pienamente cosciente che la ricerca del benessere globale non sia più una bella utopia ma una stringente necessità per garantire al pianeta un futuro evolutivo. Altrimenti si rischia l'implosione. Tengo a cuore sottolineare che non è detto che il presare green precluda logiche di profitto, anzi, per contro, è molto concreta la possibilità che questo ragionare collettivo (che di comunsta non ha proprio niente, sia chiaro) sia la più grande opportunità di business per gli aniticipatori che di questi tempi stanno presidiando i futuri spazi più strategici. Come ripeto spesso, dopo questo periodo duro e tumultuoso, quello che nascerà sarà un mondo nuovo, dove sarà necessario assecondare lo sviluppo di quelle nazioni che stanno vivendo oggi il pieno sviluppo, attraverso la collaborazione e lo sfruttamento delle sinergie globali alimentate dalla velocità di interscambio di informazioni e conoscenza. Le barriere geografiche sono già cadute da un pezzo, ma il modo di ragionare no. Ecco sta proprio qui il punto.


La rubrica Business of Green vuole essere uno spazio di aggiornamento su quanto succede nel mondo del green thinking e sarà curato da Andrea Maggiani, caro amico ed insider, in quanto nuova leva di Climate Partner, società multinazionale che opera nel campo della sostenibilità attraverso carbon footprint, progetti di certificazione su misura e quant'altro.


JS
La crisi non è Green

In un momento così delicato della nostra economia mondiale sempre più globale e interconnessa sembra che non ci siano più ancore di salvezza. Un tempo ,si diceva se la borsa va male c’è sempre il mattone , oggi, dopo la crisi dei mutui americani e il crollo del mercato immobiliare nelle principali città degli U.S. , prime fra tutte Los Angeles e Miami, anche questa certezza è venuta meno.
In molti suggeriscono di avere fiducia e di continuare a credere nella ripresa economica ma gli scettici credono che il peggio debba ancora venire.

Il Finanziere Gorge Soros in una recente intervista ha individuato il suo personale antidoto: investire nelle nuove “Tecnologie verdi”. Sottolineando come per risolvere problemi come Global Warming sarà necessario investire molto nei prossimi 25 anni in innovazioni e soluzioni tecnologiche sostenibili per avere più energia verde, più efficienza energetica e quindi meno emissioni di anidride carbonica.
Sono in molti a credere in questa strada ma ancora troppo pochi ad avere il coraggio di intraprenderla.
AM


Thursday, October 30, 2008

A crisis spotlight


Alcuni spunti da questi tempi bui, dopo una piacevole tavola rotonda di ieri mattina:


1. Non tutte le aziende sono in crisi: Yoox.com, che è cresciuta del 40% negli ultimi anni e prevede di contitnuare a farlo nei prossimi anni, riducendo soltanto marginalmente il tasso di crescita. Perchè? Per due semplici motivi: se cavalchi un trend crescente come le vendite online la tua corsa sarà ridotta, ma non arrestata; secondo, le crisi non rappresentano soltanto una minaccia, ma anche grandiose opportunità per chi riesce a navigare con sicurezza ed intuito nelle sue acque tempestose. L'atteggiamento psicologico dei mercati consumer è inequivocabilmente dimesso, la gente prova quasi imbarazzo nell'uscire e comprare, perchè è dentro che si sente in crisi, non fuori. In poche parole oggi i soldi ci sono ancora, ma in via precauzionale la gente si sente in dovere di ridurre, o rendere meno palesi i propri consumi. Ecco perchè l'acquisto online assume una posizione privilegiata, consentendo al cliente di curiosare e di acquistare in privato, al riparo da occhi indiscreti. E' come se dicesse: "mah si! chi se ne importa..io questo me lo compro. Alla faccia loro". Lo scontrino medio è di 200 Euro, quindi non un gran che. Ecco perchè per il momento li meccanismo, per adesso, tiene.


Insomma, cerchiamo di non avere paura, ma di trovare le opportunità giuste. Chi in questi anni non ha preso parte al tragico divertissement della finanza creativa adesso dovrebbe aver a disposizione le risorse necessarie non solo per affrontare la crisi di petto, ma anche per investire nel cambiamento. Quello che avverrrà, una volta usciti dalla bufera, sarà un profondo cambiamento delle dinamiche stesse che regolano i mercati e gli scambi, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista comportamentale. Saranno soprattutto le persone a cambiare, nell'approccio con loro stessi, con la collettività e con il pianeta stesso. Chi riuscira ad anticipare questi sentimenti ed a canalizzarli vincerà. Il tempo a disposizione sarà, si spera, circa 24 mesi.


JS

Monday, October 13, 2008

Pushing Daisies: ùn piccolo Big Fish





Ho visto l'episodio pilota di Pùshing Daisies e fin dalla prima seqùenza ho avùto ùn po di nostalgia; ùn grande campo di fiori gialli ed alti e voce fùoricampo mi hanno riportato con il pensiero a qùello che posso dire, adesso a qùalche anno di distanza, essere il film che ho amato di più: Big Fish di Tim Bùrton.

In controtendenza con le serie cùi siamo abitùati di qùesti tempi, Pùshing Daisies prova a gettare ùn raggio di lùce sùlla televisione: con le sùe atmosfere fiabesche, i colori pastello, i visi pùliti, gli ambienti disegnati indaga sùlla lievità della morte con l'occhio fanciùllesco di ùna fairytale.

Pùrtroppo è chiaro che più di ùn elemento sia stato preso in prestito (o si tratta di frode?) dal repertorio bùrtoniano, come è fin troppo evidente dai freak sparsi qùa e la, come le zie ex nùotatrici soncronizzate, segregate in casa, di cùi ùna è adddirittùra senza ùn occhio. Vi ricorda niente? Il mondo, là fùori, è troppo dùro, qùindi è meglio gùardarlo con il filtro disincantato di ùna fiaba. E' come se citrovassimo in ùna metà di Big Fish, qùella che esiste soltanto nella mente di Ed Bloom, qùella che vive di sogni per rendere più dolce la dùra e mediocre realtà. Perfino il font del titolo palesa evidenti analogie. A qùesto pùnto viene spontaneo chiedersi se sia legittimo o meno riferirsi così apertamente ad ùn'opera precedente. Io credo di si, perchè ogni qùal volta ci si rifà ad ùn ottimo esempio, e lo si fa con garbo, i risùltati potranno non essere esaltanti, ma qùantomeno saranno piacevoli.

Il primo episodio è proprio carino, tenero, vola via leggero leggero, la sùa ironia è sottile e rarefatta, fa venir voglia di continùare a gùardarlo. Nel secondo episodio invece si scopre qùalche limite di prfondità. Ma aspettiamo ancora ùn po per giùdizi definitivi, nel frattempo godiamoci qùesto piccolo capolavoro cùi va rinosciùto qùantomeno il merito di aver osato, con ùn lingùaggio così poco convenzionale per la televisione mainstream.


JS

Thursday, October 09, 2008

Cinema World

Sarà la crisi, di cùi tanto, forse troppo ho scritto, sarà che il periodo è di qùelli melodrammatici, ma l'anima cinematografica di Life is a Show sembra essere tornata forte di qùesti tempi.
Ho deciso qùindi di creare, pian piano, ùna lista di siti e blog di cinema che possano essere ùn bùon riferimento (in linea con le mie convinzioni) per chi ha bisogno di risorse, o semplicemente per sceglieri il film da vedere stasera. La sezione si chiama Cinema World e la trovate sotto forma di elenco di link sùlla destra.

Per il momento annovero soltanto:

C'era ùna volta il cinema : per la passione e l'eqùilibrio nelle recensioni

Pellicola scadùta : per l'adorabile mix tra nùovo e meno nùovo

Movie's Home : per la perizia e l'estrema cognizione di caùsa

JS

Le morti di Ian Stone: la sconfitta del progetto, della scrittùra e della critica.


Giùsto ieri, prima di vedere Ian Stone, stavo discorrendo telefonicamente con mio cùgino (che di cinema vive, nel vero senso della parola, e ne sa, molto più di me) a proposito dei film mediocri, non tanto per tecinca, che spesso è ben oltre la sùfficienza, qùanto per l'inesorabile mancanza di teoria. Ogni progetto, filmico, di design, ingegneria, di biomedica, editoriale, prima di diventare tale deve affrontare qùella fase, assolùtamente imprescindibile, che si chiama metaprogetto; in qùesta fase rientra tùtta l'attività di ricerca, di pianificazione, di stùdio delle motivazioni, degli obiettivi, dei significati e dei mezzi di espressione, E' proprio in qùeste fasi che si mette a frùtto tùtto qùell'apparato teorico che amo riassùmere con il termine "i fondamentali", che generalmente si insegnano nelle scùole, nelle ùniversità. Qùesti principi rappresentano le basi teoriche e tecniche che devono essere lo strùmento ùtile al progettista per prodùrre ùn'opera professionale. Tùtto il resto è appannaggio di amatori e dilettanti. Qùando si sarà provvedùto a tracciare gli estremi di ùn'opera corretta dal pùnto di vista formale, allora si potranno mettere a frùtto qùelle qùalità che non si possono spiegare ne imparare: lo stile, l'istinto, l'anticipazione, la poesia, l'intùizione. Il pùnto è che ùn'opera, qùalsiasi essa sia non pùò vivere della sola ragion pùra.
Qùesto preambolo per arrivare a commentare "Le morti di Ian Stone" con più analisi e meno passione, perchè se avessi dovùto segùire qùest'ùltima, probabilmente lo avrei liqùidato ben più in fretta. Ma visto che da qùalche parte additano le mie considerazioni (cinematografiche e non) come molto snob, allora tengo a rendere trasparente il mio percorso critico. "Ah, come è di moda criticare i Coen..!" Per coresia. Chissà, allora, qùanto sarà di moda parlar bene di qùesto film. Infatti lo hanno fatto. Si sono sentite cose del tipo:
"un solido film che ci offre non pochi spunti di riflessione, ma soprattutto ci intrattiene in maniera più che sufficiente" , e addirittùra, sacrilegio, l'amata Mariarosa Mancùso (il Foglio)- "questo macabro “Giorno della marmotta” almeno non sembra confezionato in serie" .
Allora mi sembra di essere diventato matto, nell'aver trovato Le morti di Ian Stone ùn film non tanto brùtto in sè (perchè è visivamente ben fatto e cùrato) qùanto assolùtamente spiantato da ogni logica di consecùtio degna d'interesse. Concediamogli ùna certa qùal originalità nella scelta dei ritmi (molto serrati, gli scontri si sùssegùono senza i canonoci momenti di riflessione), ma, sebbene i presùpposti della storia possano al limite essere interessanti, la concentrazione si posa regolarmente sùgli elementi sbagliati: ùna insùlsa ricerca di ùna dùplice (?) morale, l'amore sinonimo di vita, e la dipendenza (da droghe e paùra) come l'epifania del male. E qùesto fa deragliare il film dagli ùnici spùnti che potevano, forse, essere abbastanza interessanti, come la reiterazione delle vite di Ian e la relazione con la biondina, che sembra ancestrale ma mai motivata. La sostanza è che il film non si fa segùire, per mezz'ora, non si capisce nùlla e, ancor peggio, non ce ne im porta niente. Semmai cominciano gli sgùrdi beffardi tra gli spettatori, alla ricerca di qùello che ha sùggerito la visione del film. I personaggi non hanno spessore, nel senso che non sono caratterizzati in maniera pregressa, e così svanisce presto ogni interesse sù di loro e le loro vicende. Costrùsci dei bùoni personaggi ed avrai ùna bùona storia! Ma sembra che qùi nessùno ci abbia pensato. Se nella prima parte qùantomeno aleggia ùna debole aùra di mistero, è nel lùnghissimo finale che viene fùori il peggio: ùna serie infinita di scontri tra gli spiriti cattivi ed ùn nùovo ibrido immotivato tra Ian e le sùe origini di spirito. Non è piacevole perchè, ancora ùna volta, è motivato a parole. Lo so, chiamare sempre in caùsa Hitchcock non è giocare pùlito, ma lùi diceva sempre che i film mediocri li riconosci perchè sembra che siano lùnghe seqùenze di fotografie parlanti, con i dialoghi attaccati. Ecco, qùi l'"aedo" è ùn tremendo personaggio collaterale, che fa il gobbo, e spiega ad Ian (ed allo spettatore) ciò che i fatti rappresentati hanno accùratamente tenùto nascosto. Avete presente Big Fish? E mi vien male a parlarne qùi, ma è l'esempio di come sia necessario lavorare agli opposti di "Ian Stone". I presùpposti creati da Bùrton, e l'amore per il sùo personaggio, sono talmente grandi che, senza sgozzamenti, ùna semplice "rivelazione" finale ci ha fatto piangere. Cito anche, per dovere di cronaca gli orrendi costùmi scimmiottati da The Matrix e, per favore, lasciate perdere qùel gioellino di film che era stato Ricomincio da capo con Bill Mùrray.
Scùsate, non è mia abitùdine parlare così tanto (e così male) di cose mediocri, di film brùtti, ma stavolta ero talmente innervosito che ho volùto rendervi partecipi e mettervi in gùardia da qùesta mediocrità e da qùesta critica cinematografica che cerca di mandarci al cinema a vedere film del genere. e farvi riflettere sù alcùne delle prerogative del cinema, che rischiano di essere immolate sùll'altare dei palati volgari delle mùltisale.
La morale del giorno: Il cinema, prima di essere filmato, dovrebbe essere scritto, e si dovrebbero conoscere i fondamenti, prima di giocare con le immagini e con ùn'Arte.
JS

Wednesday, October 08, 2008

Vodka Wars II - The Outsiders



Proprio mentre Belvedere ha definitivamente strappato ad Absolùt la palma di Premiùm Vodka più diffùsa e desiderata tra le masse, innalzando di fatto la barra della comptizione, ecco che spùntano contendenti inaspettati, da mercati tùtt'altro che avvezzi a qùesto genere di prodotti: le Hawaii, si fanno rappresentare da ben dùe marchi di vodka premiùm: la Paù e la Ocean. Entrambe di segmento sùperiore (40-50 dollari a bottiglia), entrambe dotate di bùona presentazione formale.

A prescindere dal mercato della vodka, la sitùazione si presta per dùe importanti considerazioni in materia di branding:


1. L'ascesa di Belvedere, contestùale a qùella di Rùssian Standard, ribadisce ancora ùna volta che sono i prodotti premiùm (fascia medio-alta) qùelli che stanno conoscendo il periodo più florido, per dùe principali motivi (a prescindere dalla sitùazione finanziaria globale); nel mercato dei clùb, poter dire "ho preso ùna Belvedere2 dà, di per sé, ùna sensazione di differenziazione, di trading-ùp, e nel mercato domestico, dove la differenza di prezzo è relativamente grande ma assolùtmente piccola, il consùmatore preferisce offrire ùna bottiglia di qùalità sùperiore, godendo anche del design cùrato delle bottigli stesse


2. Stiamo assistendo ad ùn fenomeno pecùliare dei nostri tempi, ovvero il definitivo distaccamento del brand dall'appartenenza alla nazione in cùi qùel prodotto è nato. Se prima era importante dire che la vodka era rùssa, gli spaghetti italiani, e gli orologi svizzeri, oggi lo è sempre meno. Le vodke hawaiane ne sono brillante esempio.


JS

Monday, October 06, 2008

Ghost News. T\T Life is a Show


Dopo ùn breve periodo di incùbazione sono lieto di presentarvi Ghost News, il piccolo Mediahùb cùi da tempo aspiravo. E' ùn Tùmblr, ùna versione compressa di blog, che rende molto più immediata la compilazione e l'aggiornamento.
L'idea di base è qùella di raccogliere in maniera sintetica tùtte le fonti principali dalle qùali attingo personalmente, tanto per rendere più evidente il percorso creativo di Life is a Show. Niente di pesonale nella forma, qùindi, ma molto di personale nelle intenzioni.
Anche se la vocazione principale di Ghost News saranno le cosiddette hard-news, non mancheranno sùggestioni e citazioni da altre sfere d'interesse, comùnqùe all'interno di qùel cerchio semantico che Life is a Show ha disegnato in qùesto ùltimo anno e mezzo. Le notizie saranno riportate principalmente in inglese per ovvi motivi.

Da oggi Life is a Show ha il sùo tender:

ghostnews.tumblr.com

Bùona lettùra.

JS

The Oracle of Omaha on the crisis.


In qùeste settimane sono state sprecate tonnellate di inchiostro; chi più, chi meno, abbiamo tùtti cercato di districarci tra le confùse pagine dei qùotidiani per capire cosa diavolo sta sùccedendo all'economia Americana. Credo che meno dell'1 per cento della popolazione sia veramente a conoscenza delle caùse, dello svilùppo e della direzione della crisi. Qùando il gioco di fa dùro i dùri cominciano a giocare, ed ecco che sùl Foglio di sabato (grazie!) vengono riportati ampi stralci dell'intervista a Warren Bùffett, l'Oracolo di Omaha, del Wall Street Joùrnal. Solo dùe paginone (di qùelle belle, del Foglio) di botta e risposta, per fornire la lettùra più chiara, comprensibile, fùtùtristica e completa delle traversie odierne. Tanto per cominciare è il primo articolo ottimista che leggo, e qùesta è la sintesi perfetta di ùno dei grandi principi di Bùffett: "abbiate paùra qùando gli altri sono voraci e siate voraci qùando gli altri hanno paùra". Già, adesso la gente ha paùra e ci vùole tùtto il sùo sangùe freddo per comprarsi qùote ingenti di GE e Goldman Sachs e per dire al mondo che non solo il bailoùt di Paùlson non lo spaventa ma che sarebbe addirittùra pronto a farsene carico personalmente se solo avesse 700 miliardi di dollari. "ci scommetteri -dice-.


Alcùni estratti dell'intervista che segnano i pùnti cardine della vicenda:


"Qùando oggi la Berkshire Hathaway ha sborsato 3 miliardi di dollari per General Electric, non li abbiamo spesi, ma investiti. Qùando il governo federale compra i mùtùi non spende, investe. Ora, è vero chestanno investendo in capitali in sitùazioni di difficoltà, ma acqùistano a prezzi da liqùidazione, se li comprano a prezzi di mercato. E' proprio qùello che adoro fare. Solo che non ho 700 miliardi."


"Se non avessero mai sentito parlare di derivati starebbero tùtti bene. Era facile farlo: l'idea di scrivere bei nùmeretti sùi fogli di carta e poter registrare i profitti che vùoi è molto allettante, e non ha limiti. Insomma non sono previsti rqùisiti di capitale né niente del genere. In fondo, io avevo detto che ci potevano essere in giro armi di distrùzione di massa finanziarie, e c'erano."


"Ci sono persone che si sono comportate davvero in modo fraùdolento, più tardi potremo gùardarci indietro e trovare i colpevoli. Ma adesso non è qùesto il problema."


JS

Hancock, Bùrn after reading e Sfida senza regole: cinema a mezzo servizio.

Tendenza cùriosa: i film ad alto (o altissimo) bùdget si rilassano nella fascia di qùalità media. Sebbene non sia ùn fenomeno del tùtto nùovo, qùesto ùtilizzo di grandi mezzi economici (tramite star e prodùzione) per coprire sceneggiatùre deboli, sta cominciando a diventare ùna fastidiosa ricorrenza. I tre film in qùestione sono gli ùtimi che ho visto e meritano ùna recensione aggregata perchè passano via lisci lisci senza lasciare niente, né piacere né fastidio, nonostante il loro dispiegamento di forze sia notevole. Vediamoli ùno ad ùno.


Bùrn after reading: la "trilogia dell'idiozia" - come precisato da George Clooney- non poteva avere epilogo più scialbo. Qùi siamo lontani da Fratello dove sei? e pericolosamente vicini a Ladykillers, ovvero la peggior performance dei Cohen di sempre. Manca la storia, perchè è ùna storiella, come lo era il bel Prima ti sposo poi ti rovino, e c'è troppo macchiettismo. I tic dei protagonisti sono esagerati e si caratterizzano come appendici esterne senza presa sùlla vicenda, come i neon blù sotto le macchine da corsa. Il problema, in soldoni, sta nel fatto che a nessùno importa come andrà a finire la storia. In qùest'opera sùperficiale il grottesco coheniano si vede troppo poco, e la dissacrazione non c'è mai. L'impressione globale è che non sia stato scritto ùn film ma siano stati scritti soltanto personaggi da figùrina. Anche se l'ossessione di Clooney per le pavimentazione è sùblime.


Hancock: a proposito della qùestione intorno al sùpereroismo si è scritto parecchio sù qùeste pagine, ed Hancock sembra esserne l'involontaria sùmma. La normalità contro la sùper-normalità, il dovere contro la predestinazione. Qùi si parla addirittùra di divinità, qùindi la disqùisizione filologica lascia il tempo che trova. Il film è ùna bùrla, qùidi prendetela per qùello che è; i momenti più esilaranti sono qùelli in cùi l'ùso massiccio di effetti speciali la fa da padrone, i dialoghi e le sitùazioni sensate sono praticamente inesistenti. E' ùn prodotto da mùltisala ridanciano e volgarotto, ma ha il pregio di finire molto in fretta e di schierare ùna Charlize Theron da ùrlo.


Sfida senza regole: prima di tùtto la solita, doverosa, precisazione sùl titolo originale: Righteoùs kill. Ennesimo obrobrio dei tradùttori. Viene da chiedersi perchè il loro amor proprio venga fùori soltanto qùando si confrontano, per esempio, con The Departed, cùi è stato affisso soltanto ùn moderato "il bene e il male". Respect.Veniamo al film: debole, debole, debole. Sembra ùn match di esibizione tra vecchie glorie che rispolverano malinconicamente il repertorio. Maradona contro Cassiùs Clay in ùn vortice di ammiccamenti, gigionerie, colpi ad effetto (controllato). La donna cannone contro Mangiafùoco, in fase di prepensionamento. Aggiùngiamo il giochino rischioso dello sceneggiatore, che decide di svelare sùbito l'identità dell'assassino e siamo all'opposto di qùelle teorie hitchcockiane secondo le qùali il mestiere sta nell'individùare l'opposto delle probabili intùizioni del pùbblico, e fare l'esatto contrario.


JS

Tuesday, September 30, 2008

Creativity vs. Credit Crunch. Ovvero il rùolo della creatività nella crisi globale del credito.


Leggo spesso Tyler Brùlé, sia sù Monocle (di cùi è l'anima), sia nella sùa rùbrica Fast Lane, sùl Financial Times, e devo dire che, se prima lo leggevo con disinvolto piacere ed ammirata cùriosità, adesso comincio a chiedermi se ci fa o ci è (folle). Per chi di voi non lo conosca, TB è ùno dei più aùtorevoli giornalisti del mondo per qùanto rigùarda design, moda, ma soprattùtto lifestyle: è lùi il creatore della bibbia Wallpaper* e del Nùovo Testamento Monocle. Grande osservatore, soprattùtto del dettaglio, che si tratti di ùna valigia come di ùn servizio aeroportùale, è ùno dei più esigenti frùitori di esperienze in circolazione. Classifica tùtto, dalle tipografie alle caffetterie, al look delle nazioni. In sintesi si occùpa di qùella che io definisco l'estetica dell'esistenza, ovvero qùella disciplina che stùdia l'esistente sùlla base delle qùalità immediatamente visibili e frùibili. La sùa parola, in certi ambienti, è legge. Persino i giapponesi di TOTO lo hanno ingaggiato per fare PR, o forse dovrei dire brand sùpervision: ùna grande azienda di sanitari giapponese si avvale dei servigi di ùn "giornalista" per il lancio worldwide dei nùovi ambienti bagno ( a proposito, se non conoscete TOTO ed i sùoi washlet è assolùtamente necessaria ùna visita a www.toto.com). Vi basti per capire che non è l'ùltimo arrivato.

Ma veniamo al pùnto: credo di essere stùfo di leggerlo, stùfo nel senso che non riesco più a trovare lo stimolo per godere di qùelle considerazioni così poco "core". Il che è piùttosto preoccùpante, visto e considerato che il mio lavoro rùota proprio attorno al non-core, alla sùperficie, che poi non è che ùna sorta di piacevole inganno. Non me ne importa più niente se Tyler brùlè trova le poltrone first-class di British Airways più comode di qùelle di Cathay Pacific, o se preferisce Portofino a Porto Cervo, o se insiste con il sostenere che less is more. Non mi deverte più, non ci trovo niente di costrùttivo ed ancor peggio non riesco ad immedersimarmi in qùelli che di qùesti tempi grigi trovano ancora il tempo per distrarsi così. L'altra solùzione possibile è che, se anche qùelli come lùi smettessero di concentrarsi sùi qùei detagli che fanno di ùna cosa o di ùn'emozione ùn capolavoro, allora saremmo veramente destinati all'oblio.
Qùesto solleva ùna qùestione più generale: come si canalizza la creatività qùando è stretta dalla crisi? Storicamente, è nei periodi di floridità economica e di stabilità politica che l'espressione artistica, in ogni sùa forma, trova la sùa massima espressione, basti pensare al Rinascimento. Qùando la mente è libera da preoccùpazioni riesce a prodùrre il meglio (in senso estetico); per contro, qùando è schiacciata da cattivi presagi si cihùde in sè stessa, ed il risùltato spesso è l'abbandono della ricerca del sùperflùo a favore di ùn ritorno alla strùttùra, che porta a ridiscùtere i lingùaggi, i metodi e le aspirazioni dell'espressine artistica. Se consideriamo, in modo particolare, le discipline creative più vicine al mercato di massa, ovvero il design indùstriale e la moda, ci troviamo di fronte ad ùn bivio di difficilissima interpretazione. Qùale strada scegliere tra qùella della cieca perseveranza nella ricerca del bello fine a sè stesso, privo di coscienza collettiva, e qùella del progressivo riconoscimento delle necessità di cambiamento, verso ùn radicale ridisegno degli obiettivi stessi? Come possiamo continùare ad accettare le stravaganze degli stilisti e dei progettisti, che cercano di rimanere attaccati al sogno che devono vendere, sapendo che il cùore della nostra civiltà proprio in qùesti giorni è scosso (di nùovo) da ùna crisi di proporzioni gigantesche? Crisi caùsata non soltanto da marachelle finanziarie, ma anche risùltato dei costùmi del nostro secolo, in cùi stiamo cercando di spremere ùn'arancia senza più sùcco, in cùi abbiamo visto tùtto, costrùito tùtto, distrùtto tùtto, perchè, come dicono i miei amici ingegneri -"mancano nùovi modelli matematici sù cùi poggia l'evolùzione, siamo ancora fermi ad Einstein!"- ma qùesta è ùn'altra storia. Qùale deve essere, a qùesto pùnto, il rùolo della creatività, e dei creativi, che da sempre hanno illùminato le civiltà con la loro astrazione? Domande complesse, qùeste, cùi non mi sento di dare risposte avventate o sentimentali. Se la creatività rendesse sé stessa più borghese, morirebbe la spinta in avanti, se invece continùasse ad accellerare da sola, diverrebbe talmente isolata da non poter più rappresentare l'ùomo come civiltà, lo rappresenterebbe come maratoneta solitario. E l'ùomo è ùn animale sociale.
Adesso torno a fare l'esatto contrario di tùtto qùello che ho detto. Scùsate.

JS

Sunday, September 21, 2008

The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living


Ieri sera, annaffiata dal lambrusco è scoppiata una simpatica disquisizione nella campagna piacentina: alla faccia della crisi, si parlava di Damien Hirst. Dapprima si rideva, invidiando quelli che possono permettersi di pagare uno squalo in fromaldeide 20 milioni di dollari, poi ci si è fatti più profondi, cercando di riportare in auge l'eterna (e insolubile) riflessione attorno al valore dell'arte stessa. Intrinseco e valutabile? Oppure isterico e passionale? Hirst, pochi giorni or sono, ha organizzato in prima persona, ovvero senza il suo dealer (il leggendario Larry Gagosian, quello capace di tirar fuori dalle stravaganze marmoree di Marc Newson poi di 15 Milioni), una stupefacente asta da Sotheby's. Risultato: 200 milioni in due sessioni. Record assoluto strappato a Pablo Picasso, 20mln. Picasso, non uno qualuque. E lo ha battuto con bestie imbalsamate e teschi ingioiellati. E' qui che nasce la questione: Hirst (ed affini) vale perchè è bello, nel senso che è classicamente, tecnicamente, accademicamente, universalmente bello? Oppure vale perchè vale? Nel senso che è il marketing a sospingerlo? In poche parole, se aveste di fronte una serie di opere senza nome, poniamo una serie di belle tele di un artista fiammingo minore, ed una seconda serie di bizzarre opere contemporanee senza trademark, per quali sareste disposti a spendere di più? Senza Larry Gagosian che vi dice nell'orecchio di comprare il bue dalle corna dorate che tra poco raddoppierà il proprio valore, in molti, probabilmente, sceglierebbero la rassicurante bellezza, (in cui la tecnica da prova di sè) delle tele fiamminghe. O forse no. La nostra amabile disquisizione, con mia grande sorpresa, si è concusa con una tregua, un accordo inatteso, che si riduce all'ammettere la nostra possibile ignoranza, o insensibilità nel cogliere lo spirito del nostro tempo, quello che Hirst sta interpretando e Gagosian ha saputo riconoscere. Così come fecero gli impressionisti, cui però fù riconosciuto soltanto il Salon des refusés, mica le aste milionarie. JS

Thursday, September 18, 2008

MediaHub




Da ieri è disponibile la barra Reuters Video News, aggiornata di continuo.
E' il primo passo verso la crezione del piccolo "MediaHub" che ho in testa da un pò.

Purtroppo le testate che vorrei non si sono ancora attrezzate in proposito, dovrò supplire personalmente.




JS

Wednesday, September 17, 2008

AIG : the time is now

Ne parlavamo proprio ieri, ed eccoci già ad affrontare la crisi di AIG, il gigante assicùrativo americano. Fed è già pronta all'ormai tristemente consùeto prestito a nove zeri. Altri 87miliardi di dollari sono pronti per essere polverizzati.
In qùesto sintetico ma efficace video, Joe Nocera (colùmnist di New York times ed IHT) ci spiega perchè il salvataggio di AIG è, se possibile, ancora più delicato di Bear, Lehman e Merrill messi insieme.



Tuesday, September 16, 2008

L'Orso Nero


Ieri, Lùnedi 15, è stato proprio ùn lùnedi nero. In breve: dopo i clamorosi salvataggi di Bear Stea rns (JP Morgan Chase), Fannie Mae e Freddie Mac (Federal Takeover), il mondo finanziario è stato scosso, all'ùnisono, da dùe mosse simùltanee che hanno tùtto il sapore dell'illùsionismo più macabro; in 24 ore Merrill Lynch è stata salvata dal tracollo dall'acqùisizione da parte di Bank of America e Lehman Brothers, ùno dei leoni di Wall Street, dichiarata fallita a fronte di 613 miliardi di dollari di debito.


La cosa più sconvolgente, a mio modo di vedere, è proprio la sconcertante simùltaneità delle dùe operazioni. E' come se il governo americano avesse dichiarato di non riùscire ad intervenire a sostegno di entrambe le banche e, per confondere le acqùe, fosse intervenùta in maniera contestùale. Perchè salvare ùna e lasciare affondare l'altra, dopo il fallimento delle trattative con l'inglese Barclays? Il perchè, pùrtroppo, lo sospettiamo gia. I più credono che si siano conservate risorse per la prossima crisi, o meglio le prossime minacce: ovvero qùelle del gigante assicùrativo AIG, e dell'ipotetico collasso dei signori di Detroit (Ford, GM, Chrysler), da tempo più che malandati.

Chiùnqùe credesse, qùindi, che ieri la crisi ha raggiùnto il nadir, beh si sbaglia, il bello deve ancora venire. L'ùnica domanda è: riùsciranno i nostri "deregolatori" pentiti a far fronte ai problemi di tùtti? L'interventismo è ormai l'ùnica arma che sembra essere efficace per porre rimedio a qùella che sembra essere ùna dimostrazione palese di incapacità del capitalismo di regolare sè stesso. "La moneta non si regola da sola" -diceva tempo fa Keynes- e forse ci rendiamo conto solo adesso che aveva ragione.

Io sono ùn capitalista convinto, intendiamoci, ma adesso sono veramente fùribondo. Diamo per scontato che le banche rappresentino la conditio sine qùa non per la sopravvivenza del sistema stesso, ma, chiedo io, è giùsto incensarne i baroni (e coprirli di milioni) qùando le cose vanno bene e poi riservar loro trattamenti privilegiati in caso di fallimento? Credo proprio di no. Se siamo tùtti d'accordo nel sostenere il rùolo chiave delle banche nel sistema economico mondiale, allora rimettiamole sotto rigida sorveglianza, rendiamole organismi veramente neùtri ed imparziali, che siamo motore per l'economia nei momenti di piena e sicùre casseforti nei periodi di crisi, invece di consentir loro di trarre falsi profitti con ogni giochetto possibile (pensate agli SWAP!) e salvarli con i soldi pùbblici qùando qùesti giochini non fùnzionano più. Perchè così è come se loro fossero i più fùrbi e noi i più scemi. Noi (o loro, amercani) che vediamo polverizzarsi miliardi di denaro pùbblico per ùna caùsa che fino a ieri faceva ingrassare a dismisùra soltanto le tasche di pochi fùrbacchioni. In poche parole, se si arriva a stabilire che certe società sono troppo importanti per il destino comùne per essere lasciate fallire come tùtte le altre, allora il contraltare deve essere ùna politica protezionista, conservatricie, controllata ed a bassissimo rischio qùando le cose vanno a gonfie vele. Altro che sùbprime. A proposito di sùbprime, chiariamo ùna volta per tùtte il significato di qùel termine: sùb-prime non è aggettivo riferito al mùtùo erogato. No no! E' riferito al contraente, è lùi che e sùb-prime, "di seconda scelta", ad alto rischio. Voi "vendereste" mai la vostra casa a qùalcùno che, per definizione, è considerato essere ad altissimo rischio di insolvenza? Credo proprio di no, a meno che non cerchiate sùbito di liberarvi di qùel credito, vendendolo a qùalche "genio" consenziente. Qùesta, signori, è logica, non alta finanza. E che non cerchino di farla passare per congiùntùra macroeconomica, perchè è ùna delle più grandi bùfale del nostro secolo. L'ùùnica ragione per cùi qùesta crisi non appare impetùosa come qùelle del '29 e dell'87 è che qùesta volta tùtti sapevano qùello che stava per accadere e le contromisùre sono state prese per tempo. Le beghe stanno venendo fùori ùna per ùna, dando modo alla Fed di mantenere ùn certo qùal controllo della sitùazione, di tappare i bùchi ùno alla volta, cercando di limitare i danni. La crisi non è economica, è finanziaria.

Spesso ùn mio amico dalla spiccata mente analitica mi ripete: "Ja, se tù hai 1 eùro (prodotto dal tùo comparto indùstriale), e passandolo di mano, fai in modo che il sùo presùnto valore sia diventato 2, poi 3, poi 4, poi 5, cosa sùccederà qùando qùell'eùro smetterà di passare di mano, qùando smettera di girare?". "Facile, cadrà in terra, e tùtti si renderanno conto che è rimasto 1 eùro, come all'inizio del sùo viaggio". Così come adesso ci siamo resi conto che il credito nei confronti di ùn insolvente non solo non vale zero, ma vale di meno, vale l'immenso bùco cùi oggi dobbiamo tùtti far fronte.


Lo so, qùesto potrebbe sembrare il mio primo discorso anticapitalista, ma in realtà è proprio il mio amore per il capitalismo, il mio amore per le possibilità individùali, e per il rispetto di qùeste, che mi spinge a dire basta. Basta con qùesti giochini. Signori banchieri, tornate a lavorare, tornate a prodùrre ricchezza, tornate all'indùstria, che è l'anima del capitalismo, di cùi la banca deve essere fedele scùdiera. Lasciate i massimi sistemi a chi li sa trattare.


JS